sabato 18 dicembre 2010

Giglio

Lilium martagon












Pare che la nevicata di ieri abbia messo in ginocchio l'intera Toscana. Dovremmo riflettere: se una manifestazione così "dolce" della Natura ha sottomesso quasi del tutto tecnologia ed umani....

venerdì 17 dicembre 2010

Unknown


Sta nevicando! C'è un silenzio ovattato e guardo dalla finestra i fiocchi che cadono lentamente.I contorni delle cose cominciano a cambiare ed a fondersi col bianco manto. Il cielo e la terra unite dal bianco e dal grigio. Sono contento, ancorché malato...Ma sarà vero che ogni fiocco é diverso dall'altro?

mercoledì 15 dicembre 2010

"Prima di poter chiamare qualcuno amico, ci devi mangiare insieme un quintale di sale"
Mia Nonna Eugenia

lunedì 13 dicembre 2010

L'enigma della temperatura

Ma quando creonno la temperatura dell'aria, nun la poteano fa uguale da un giorno all'altro, invece di lasciacci in questa incertitezza?

Questa frase mi venne detta diversi anni fa dal babbo del mio vicino di casa (vicino per modo di dire!), allora novantenne, oramai giunto, diceva lui, "agli spiccioli della vita". Oltre alla bellissima cantata in pistoiese arcaico, mi colpì molto quell'originale concetto sottinteso di una creazione individuale, non solo di cose e persone, ma anche degli attributi e delle qualità delle stesse. Purtroppo, il vecchio ha finito già da tempo il suo denaro.

domenica 12 dicembre 2010

Storie di Alberi: Yggdrasil, l'Albero Cosmico

In molte antiche culture, tra loro geograficamente anche assai lontane, si ritrova la figura mitologica dell'Albero Cosmico. Esso rappresenta l'asse centrale dell'Universo, l'impalcatura che ne sottende e sostiene la sostanziale unità; talvolta simboleggia la conoscenza iniziatica ed è pure collegato al cammino spirituale verso il divino. Tra i popoli germanici che popolavano il nord Europa, ed in particolare tra i Vichinghi, l'Albero Cosmico prendeva il nome di Yggdrasil: lo conosciamo grazie alla potente ed intrigante descrizione  delineata da Snorri Sturluson, scrittore di origine islandese, che ce ne parla nell'Edda, opera in prosa apparsa intorno al 1220. Come spesso accade in questi casi, le pagine scritte narrano di cose e fatti anteriormente trasmessi oralmente, la cui origine si perde nella notte dei tempi.
Fraxinus spp
Yggdrasil è il più grande tra gli alberi, e si erge al centro dell'Universo. Ha tre enormi radici che lo sorreggono: una nasce nella dimora inferiore degli dei, la seconda nella casa dei giganti di ghiaccio, che furono prima della stirpe umana, la terza nel Nifhleim, il regno dei morti. Da ognuna delle radici sgorgava una fonte. Presso la terza radice si trovava Hvergelmir, la madre di tutti i fiumi che scorrono sulla Terra, la cui acqua riempì il nulla che si trovava tra il fuoco ed il ghiaccio all'inizio del mondo. Vicino alla seconda vi era Mimir, che conferiva a coloro che bevevano la sua acqua scienza e saggezza, ma l'accesso era proibito dal suo custode. Dalla prima radice scaturiva infine Urdhr, la più sacra delle tre fonti: era la fonte del Destino, presso cui vivevano le tre Norne, chiamate Destino, Esistenza e Necessità. Le Norne tessevano la trama della vita di uomini e dei, dalla nascita alla morte, e similmente alle Parche della mitologia greca rappresentavano sia le fasi lunari, che la parabola della vita umana, Gioventù, Maturità e Vecchiaia. Ogni giorno innaffiavano con l'acqua di Urdhr l'albero per mantenerlo in vita, e quest'acqua entrava nella terra sotto forma di brina; l'acqua di questa fonte conferiva anche l'eterna giovinezza, e presso la fonte si radunavano gli dei per tenere consiglio.
Il tronco di Yggdrasil attraversava il piano situato tra Terra e Cielo, ed era collegato alla casa degli uomini, la Terra di Mezzo, per mezzo di Bifrost, il ponte-arcobaleno. La sua chioma si innalzava fino ad Asgard, la residenza celeste degli dei. L'albero ospitava numerose forme di vita animale: tra le sue radici si annidava il malefico Serpente Nidhogg, che rodeva la terza radice, in perenne combattimento con l'Aquila che abitava le fronde più alte, ed il cui battito di ali originava i venti che spazzavano il mondo degli uomini. (Secondo alcune interpretazioni il Serpente rappresentava l'energia femminile della Terra, e l'Aquila l'energia maschile del Cielo). L'Aquila sorvegliava costantemente l'orizzonte, per avvisare gli dei del sopraggiungere dei loro nemici.
Tra i rami frondosi vivevano tra gli altri quattro cervi che brucavano i giovani germogli, la capra Heidhrun che nutriva con il suo latte i guerrieri di Odino, e lo scoiattolo Ratatosk, messaggero delle continue sfide tra il Serpente e l'Aquila.

Fraxinus angustifolia. Esemplare dal sedere basso!
Il nome Yggdrasil è traducibile come "la perseveranza di Odino", o "il destriero di Odino". Questi, padre di tutti gli dei, in un primo momento dio della guerra e della morte, diviene attraverso un percorso iniziatico anche il dio della saggezza (ovvero della conoscenza), della magia e della poesia. Tra le prove che deve sostenere per raggiungere l'Illuminazione, una comporterà la perdita del suo unico occhio, dato in pegno al custode di Mimir per potere bere l'acqua della Saggezza. Resterà quindi appeso per nove giorni e nove notti ai rami di Yggdrasil, con una lancia conficcata nel costato (impressionante la similitudine con la passione del Cristo) e, quasi in punto di morte, raggiungerà la conoscenza suprema, concessagli sotto forma dell'alfabeto delle Rune, in cui è contenuta appunto tutta la conoscenza dell'universo.
Quando giungerà Ragnarök, il crepuscolo degli dei, tutti gli dei moriranno e vi sarà la fine del Mondo. Solo Yggdrasil sopravviverà, insieme ad un uomo ed una donna, Lif e Lifthrasir, che si salveranno perchè nascosti e protetti dal legno dell'albero stesso, e daranno origine alla nuova umanità. Si replicherà così la prima creazione, in cui Odino ed altri dei avevano foggiato gli uomini da due ceppi di albero, un frassino ed un olmo.
Sturluson identifica Yggdrasil con un frassino, anche se la descrizione di alcuni suoi caratteri non corrispondono precisamente a quelli del genere, e questa è  comunque l'ipotesi comunemente accettata. Secondo alcuni studiosi si trattava invece di un Tasso (Taxus baccata), ed il riconoscimento proposto si basa sulla similitudine tra la radice dell'antico nome del Tasso (Yr), ed il nome Yggdrasil.
Fraxinus excelsior


mercoledì 8 dicembre 2010

Una curiosa storia di casa mia

Il Demonio, ovvero casa mia!
Non avrei voluto scrivere questa storia, perchè so che nessuno di voi mi crederà, e che servirà solo a rinforzare certe voci che circolano sul mio conto, del tipo " Poverino, è tanto intelligente, ma ormai si è fumato il cervello!". Siccome penso di avere una intelligenza media, e che il mio stato mentale si situi nella perfetta metà di quel ponte che divide la "normalità" dalla "pazzia", come per la maggior parte degli esseri umani, e poichè, soprattutto, sono solito fare ciò che più mi aggrada, e sfidare l'altrui "normalità", così romperò ogni indugio, e proseguirò. Con il Vostro permesso....
Dunque, quel giorno mi ero alzato assai presto, mooolto di controvoglia, perchè la mattina sono solito indugiare a letto, sebbene sveglio, a coltivare in pace le mie idiosincrasie ed a cullare i miei sogni. Il mio macinino, un vecchio modello a turbamento in-compresso, non ne voleva sapere di arrancare, e, come al solito, stavo maledicendo l'inadeguatezza dei mezzi tecnologici che mi supportano. Non so se capita anche a voi, ma in realtà sono molto affezionato agli oggetti che, come il mio catorcio di locomozione, necessitano di una conoscenza pressochè esoterica intorno al loro funzionamento, e sono totalmente inutili ed inutilizzabili da altri, chè solo il padrone ne conosce i vizi i segreti ed i punti deboli, e ci si dice che in fin dei conti sono come persone, e vanno prese per il loro verso, e finisce che non ci si separa mai da esse, fino al fatidico giorno in cui ci abbandonano definitivamente, come vecchi caduti sopra una bandiera, e si versa anche qualche lacrimuccia....
La mia fortuna è che la casa dove vivo si trova alla fine di una salita, od in cima ad una discesa , che dir si voglia, la mia sfortuna consiste nell'assoluto disinteresse per il domani, e nel fatto conseguente che la sera non penso mai di lasciare il muso puntato a valle. Così , per aiutarmi a girarla a mano dovetti, come sempre, svegliare Agrippina che, come sempre, scese le scale in pigiama e con gli occhi abbottonati, imprecando all'indirizzo di un nome che corrisponde al mio, ma che in queste occasioni mi guardo bene dal riconoscere "Buongiorno. Meno male che non piove", dico io. " 'Affanculo", dice lei. Come da copione. Sono queste piccole cose ripetitive che ci consentono di apprezzare il nostro senso di continuità temporale, che ci identificano come individualità e soggetti d'esperienza... non crediate, ho letto imponenti trattati sull'argomento, in realtà non ci ho mai capito un tubo, però fanno tanto "in", e la loro citazione è di valido aiuto in più di un consesso, ad accrescere la propria autostima, quando dopo la nostra chiara esposizione, qualcuno esclama : "Bravo ragazzo, si vede che è preparato, io seguo solo il trascendentalismo elicoidale di Goicochea, ma anche qui c'è del vero!". Come vi sarete accorti, amo divagare, ma, credetemi, che noia scrivere secondo sequenze logiche , violentando questa ceppa che va sempre dove gli pare....
" Ciao. Ci vediamo a pranzo" "Umpff". Eloquente risposta.
Spingo un pò, salto sopra al volo ed innesto, come da manuale, la seconda. Il consueto rito mattutino si sta consumando, ci inviamo singhiozzando, io e lo spento mezzo, e meno male che non ho colazionato. La fine della discesa si avvicina, è sempre più vicina, il motore non ne vuol sapere, ecco, ci siamo...Il miracolo... Anche stavolta, tra singulti e sputi di fumi, dimentico della mia indecorosa manutenzione, ha pietà e parte, poveretto, in fin dei conti mi vuol bene. E non è che in quel mentre un imbecille, sbucato da chissà dove, mi attraversa la strada e mi costringe alla frenata? " Sput,sput ", geme il motore. Fermo di nuovo. Mi accartoccio sul volante, in frantumi come quei bicchieri infrangibili che quando si rompono si rompono davvero, e ci vuole una settimana a raccogliere i cocci. Non so se piangere o tornare a letto. Apro lo sportello e scendo pronto al diverbio. Certe volte, litigare è quasi un dovere, non ce ne frega assolutamente niente, ma si sa che va fatto, poi generalmente succede che anche l'altro è come noi, e la cosa, cominciata così, diventa seria e finisce che si litiga davvero. Cosa volete farci, così è l'uomo, ed è anche per questo che l'esperienza umana è alquanto divertente...
Ma non faccio in tempo ad aprire bocca, perchè tutte le mie intenzioni vengono bloccate da una voce astiosa e gracchiante:
" Alla buon ora. Ti sei deciso, perdigiorno, ero arcistufo di aspettarti tuttì i venerdì mattina....ma guardate che razza di vagabondo ! ". Questa apostrofazione mi fa balzare alla mente la inossidabile massima di Vincenzino Buoncervello "Stai a vedere che dalla ragione si finisce nel torto". Però, finalmente, mi decido a seguire la mia vista, che già da un pò ha strabuzzato gli occhi, nell'immane intento di richiamare quelle capacità sincroassociative di un cervello rallentato dalla levataccia. Allora mi resi conto. Non avevo mai visto un tipo così strano in tutta la mia vita, e sì che che l'inusuale ed il bizzarro hanno finora permeato i miei giorni, talchè gli amici sani di mente spesso mi dicono " Ma datti una regolata, una volta per tutte !" Era talmente strano, che quasi quasi non ve lo descrivo, perchè sono un essere molto dispettoso......Stavo scherzando, non c'è bisogno di prendersela, e poi serve ad aumentare la suspence (leggasi come scrivesi, alla toscana, ioboia!).
L' ometto era alto pressappoco come un cavolo tallito del mio orto, aveva una barbaccia bianca avvolta non so quante volte intorno al corpo e portava un ridicolo cappello all'ultima moda, un incrocio tra un modello classico da carabiniere e un old style da ammiraglio. Avrà avuto duecentocinquanta duecentottanta anni, ed era vestito come...
" Uffa, hai finito di scrutarmi ? Hai letto troppi libri di baggianate, non sono niente di ciò che la tua immaginazione crede. Mago Arnolfo Bandarello de' Lantanidi, della venerata congrega dei Sordiampici, per servirla, si fa per dire!" Si tolse il cappello abbozzando un inchino. " Ma soprattutto, non ho tempo da perdere- proseguì, ricomponendosi nella sua sgarbataggine - fanno esattamente 14 anni 7 mesi e tre venerdì che aspetto il tuo passaggio....tu dormissi meno la mattina, pezzo di mota, mi sarei risparmiato tutta l'umidità e quei due enormi idioti di cani bianchi che mi danno la caccia." Indi estrasse un cipollone dalla tasca, gli gettò uno sguardo ed imprecò: "Porcaccia miseria, è già l'ora, devo andarmene. Ho bisogno di te, se non l'avessi capito. Presentati il prossimo venerdì alle 4 di mattina in questo stesso posto, e non mancare, se non vuoi che ti colpisca un'insonnia fulminante.... Porc....'sti moderni, be' mi tempi !". Detto fatto, si dileguò nel niente, ed ebbi un bel da fare a pensare che tutti i fenomeni hanno una spiegazione razionale, che lì per lì di razionale e saggio trovai solo la sacrosanta lucidità di tornarmene a letto, che già consideravo di aver fatto giornata.
Rientrando nel giaciglio Agrippina emerse per un attimo dal sonno, domandando "C'è da spingere ?". Poi ricadde in catalessi.
Ore dopo, nella solita colazione "così tardiva che oramai si fa pranzo", Agrippina mi abbordò : " Ma tu non dovevi andare a Firenze, stamane ?" " Ehm, la macchina non partiva, poi faceva freddo...insomma, non ne avevo voglia." "E io che ti ho spinto a fare, allora ? Razza di vagabondo !" "Questa l'ho già sentita, per oggi.. " "Come?" "Lasciamo perdere, vah..". Non mi andava di raccontare i miei fatti antelucani, e questa storia del vagabondo, poi, cominciava a seccarmi, non perchè non mi ritenga tale, anzi, ma per il semplice fatto che desidero rimanerlo, e che quindi, por poterlo fare in pace, ho bisogno che non si sappia troppo in giro.

Sviluppando l'idea di questa storia, mentre pescavo in una fantasia inoperosa, mi sono improvvisamente tornati alla mente avvenimenti della mia infanzia, a lungo sepolti e sottoposti a pile di altri ricordi in qualche anfratto della mia coscienza, che mi fanno vacillare l'idea primaria di fantasia e mi traspongono sul vago confine tra dubbio e realtà...uhm, la cosa si fa interessante !
"Della produzione incondizionata dell'essere", era l'appetitoso titolo di quel saggio tibetano nelle vetrine di Delhi. Esitai un pò sull'uscio, aspirando forte i vapori dell'incenso intellettuale, guardai il vecchino all'angolo, che rannicchiato in diciottocentimetriquadratidiconsidiciotto vendeva succhi d'arancia, e desistetti. Che gusto c'è a capire la confusione? E che gusto c'è ad abbandonare i binari... e soprattutto, lo spazio oltre i binari è immerso nel lisergico,ed è limitato...Desistiamo,fratelli,da utopie politicosociocultureligiose... lasciate spazio...a noi che sappiamo come sguazzare nel niente e nell'ozio!
So che tutto questo non c'entra molto, ma ero alquanto eccitato dall'incontro del mattino, e l'esaltazione mi produceva strampalate associazioni di pensiero. Ve ne chiedo umilmente scusa, ed immantinente riprendo il filo interrotto.
Col passare dei giorni diventavo sempre più nervoso e curioso. Marinai una interessantissima conferenza sull erpetocentrismo antropofagico, tenuta da un Guru dal nome impronunciabile, appositamente sceso dal suo ritiro in quel di Lama Mocogno, e trascurai diversi lavoretti casalinghi che aspettavano da mesi... giorno meno, giorno più, quando si è atteso a lungo, che differenza può fare, risposi alle insistenze di Agrippina, che, grazie a questa frase ed ai precedenti narrati, si astenne dal rivolgermi la parola per otto lunghissimi minuti.
La settimana mi scorse rapidamente davanti, come quando si aspetta la finale di un campionato del mondo di calcio. Nonostante mi lambiccassi il cervello per immaginare che diavolo volesse da me quel tal mago Arnulfo o Argelio o Comecavolosichiamava, le mie supposizioni erano invero assai lontane dalla realtà. Ma proseguiamo con ordine.
Il venerdì seguente alle 3 e 40 mi chiusi l'uscio alle spalle e mi inviai, in uno stato psicofisico a mezzo tra lo Zen ed il Rem. Era buio totale e, ovviamente, inciampai quasi subito, e caddi riverso in uno di quei laghetti che eufemisticamente vengono chiamati "le tremende pozze della strada del Demonio", ragione principe delle rare visite che mi tributano gli amici. Perlomeno servì a svegliarmi. Giunto sul luogo, accesi una candela e perlustrai i dintorni, ma non c'era traccia dell'ometto. "Bel bidone", cominciavo a pensare, quando d'improvviso "Oè, mortale, sono quassù!". Il tipo se ne stava appeso per i piedi ad un alto ramo, con il testone penzoloni. "E che cacchio ci fai costassù?" " Mi faccio affluire le idee alla testa, prima di cominciare la giornata!" Quindi si lanciò dal ramo, piroettò ridicolamente per l'aere, ed atterrò direttamente sui miei piedi. Il suo impatto non fu del tutto indifferente e, se non ci credete, chiedetelo al mio alluce sinistro, che ne serba ancora il ricordo...Ero ben deciso ad affrontare il mago, che cominciava a starmi un pò peso, in tutti i sensi, ed a sapere chiaramente perchè era venuto ad importunare proprio me, che ho ben altro da fare, nel senso di cose che aspettano di essere fatte, e che quindi sono già un daffare potenziale, e da qui si dipana la mia filosofia di vita...Ma non ne ebbi il tempo. "Bene bene, andiamo al Demonio" "Come come -sussultai- dove vuoi andare ?" "Al Demonio, perchè, non abiti forse lì?" Quella frase ironica mi dette un pò sui nervi. "Oh , sarà ora che mi spieghi un pò qualcosa, o pensi forse che chiunque possa interrompere a suo piacimento il mio giusto sonno.." "Giusto poi - il mago lasciò partire una risata rauca,che per strada si trasformò in una tosse accidiosa - va bene, avviamoci, intanto."
E' caratteristico come in definitiva le persone facciano di me ciò che vogliono, e come non trovi mai nelle occasioni dovute le giuste parole, per tradurre ciò che mi ribolle dentro. Così mi arresi e ripresi il cammino dietro quel "coso", che avanzava rapido, evitando accuratamente tutte le pozze, come cavolo faceva poi, che tenevo ben chiusa nelle mani la fiammella della candela..."Sono un mago, non lo dimenticare, e stai pure attento, che so leggere nel pensiero di uomini, cose ed animali. E sono anche piuttosto permaloso.." "Lo avevo intuito", bofonchiai in uno stato di imbarazzo. Mi sentii come fossi stato nudo nella piazza principale della mia città, dove la gente è così ottusa che probabilmente non se ne accorgerebbe neanche, e proprio dall'indifferenza per un siffatto gesto, nascerebbe il mio imbarazzo.
Arrivammo alla porta di casa, e non avevo ancora cavato un ragno dal buco. Cercavo di confondermi i pensieri, di modo che non me li potesse leggere, ma era del tutto inutile, perchè ormai la confusione totale si era impadronita di me, e le mie idee vagavano inconcludenti come mosche su un vetro. Aprii e Lhasa, il mio sfasatissimo tachente gatto nero ci si fece incontro petulando cibo, cosa per cui ogni ora ed occasione è propizia. Ma appena si accorse del mio ospite forzato, rizzò il pelo e partì a razzo, rovesciando tutto ciò che incontrò sul suo cammino, confuse clamorosamente la finestra chiusa con quella aperta, si riprese, e finalmente guadagnò la fuga. Si ripresentò tre giorni dopo, tutto inzaccherato ed allucinato. "Noi Bandarelli non abbiamo molta simpatia per i gatti. Sono invadenti e curiosi, e ci fanno sparire gli animali che raccogliamo con tanta fatica per le nostre pozioni. Gli ho detto che se non si levava di torno, me lo mangiavo a colazione in salsa brezza... e per un gatto non c'è niente di peggio della salsa brezza, credimi!" "E come potrei dubitarne", conclusi in preda ad una disperazione che aveva riempito completamente lo spazio del mio sonno abbandonato.
"Sono ancor digiuno -continuò- preparami un tè di menta con 12 fette di pane, burro e marmellata di sambuco. Fai presto, per favore !" La mia pazienza era definitivamente finita " Senti, Argozio Bandaid..." "Arnolfo Bandarello", mi corresse. "Senti, Arnolfo, io sono un tipo molto ospitale e ben disposto, ma se non mi racconti immediatamente chi sei e che vuoi da me, giuro che sveglio Agrippina, e te la dovrai vedere con lei, che non è proprio un osso morbido come quel citrullo che ti sta dando spago , e che sarei poi io."
Un lampo maligno e sinistro balenò negli occhi di Arnolfo, poi si ricompose, e sbadigliando mi disse : "Va bene, va bene, non c'è bisogno d'inastarsi e di mettere donne di mezzo. Comincia a preparare e ti racconterò. E ringrazia che noi Lantanidi siamo gente onesta, sennò sarei entrato in questa casa senza il tuo permesso, e mi sarei risparmiato un sacco di tempo, quindi sarei io a dovermi lamentare, eventualmente.."
"Questa poi !" Cominciai ad armeggiare con pentolini tazze e vasetti di vetro. D'altronde anch'io avevo un certo appetito. Decisi di usare la tecnica Are Krisna, cercando di imbonirmelo attraverso il cibo. "Non male questa marmellata, è un pò troppo acida, ma si sopporta". Ed intanto affondava cucchiaiate ciclopiche dentro l'impaurito vasetto. " Lo dovevi tostare di più, questo pane!" E così via... Se c'è una cosa che non sopporto sono le critiche gastronomiche, ma ormai, pensavo, era toccata a me, e dovevo espiare fino in fondo. Dopo che ebbe finito d'ogni bene, si pulì la bocca e cacciò un rutto che fece tremare i vetri. Mi presi la testa tra le mani, più impaurito per il possibile risveglio della mia consorte, che non scandalizzato dal verso.
"Bene , ed ora mettiamoci al lavoro! Mi preoccupai assai di quella insana proposta, vista l'ora e lo stress sopportato.. "Di quale lavoro vai cianciando ?" "Perbacco, ma il lavoro per cui sono qui !" Cominciavo a sospettare che il nostro Bandarello fosse un pò svitatello, e decisi di assecondarlo, cercando di sapere ciò che volevo nel proseguio del suo operare; comunque fosse, mi pareva evidente che non aveva alcuna intenzione di rivelarmi i suoi piani, ergo, era necessario aspettare l'evolversi degli eventi.
Si cavò quindi da sotto quel suo assurdo vestito un rotolo di pergamena, sciolse il laccio rosso che lo chiudeva, e lo srotolò sul tavolo. Incuriosito, mi avvicinai, ma non troppo, memore della lunaticità imprevedibile del mago. Ed invece mi fece cenno con la mano, aggiuungendo rapidamente; "Avvicinati, dai, ho bisogno del tuo aiuto". Cominciai a scrutare il foglio, che sembrava molto vecchio, o perlomeno trascurato, a giudicare dalle macchie d'unto. Conteneva segni e parole indecifrabili alla mia conoscenza, ed un disegno in cui mi parve di ravvisare una pianta molto simile a quella che avevo visto al Catasto, il giorno che fui a cercare i documenti della mia casa, e che aspettai talmente tanto che ebbi il tempo di scrivere una piccola storia di trecentottantacinque pagine e mezzo, ma, per l'appunto, questa è un'alta storia.
"Bravo, questo è proprio il Demonio, come si presentava nel 1415 !" " Ma cosa Demonio mi racconti - ribattei - se questa casa è stata costruita 70 anni fa ?" "Sei liberissimo di pensarla come ti pare, la realtà dei fatti non cambia. Ora mi devi aiutare a localizzare questo punto, contrassegnato con un cerchietto". Studiai un poco la cosa, e mi scappò una risata beffarda... "Sì, credo che corrisponda alla tazza del bagno!" Sei venuto fin qua, ed hai aspettato 14 anni, per usare il cesso? Accomodati pure !" La mia battuta non gli piacque molto. Si alzò, mormorando tra i denti stretti : "Grande Bandarello, aiutami a sopportare questi moderni, talmente stupidi da costruire un cesso su una porta magica! E non mi affidare più missioni del genere, perchè con questi cretini potrei non rispondere dei miei poteri magici." Finsi di non capire, ma comiciavo a prendere gusto alla cosa, e nella facilità con cui si poteva farlo incazzare.
Lo introdussi sogghignando nel sancta sanctorum della mia dimora, luogo dalla atavica sacralità, per giunta ora sancita anche da quella mappa. Arnolfo arricciò il naso, alzò il braccio destro roteando l'indice a mezz'aria e, quasi sottovoce, pronunciò la formula: "Tasca Masca, Pasca Corta, si apra subito la porta!" Come per magia (che banalità) il cesso sparì, lasciando al suo posto un'apertura che lasciava intravedere una vecchia scala di legno. Ero allo stesso tempo preoccupatissimo per la mia amata tazza, e sorpreso per quello che stavo vedendo.
Bandarello accese una candela, si sollevò con la mano il sottanone della sua tunica e cominciò a scendere; si era già infilato con metà del corpo nel passaggio, quando d'improvviso perse l'equilibrio e scomparve. Pututunfete...chioccotescraccate...sciaaaff..."Addio -pensai- mi è caduto nel pozzo nero..." "Quell'incommensurabile idiota smemorato cacciatopi ciucciasugne di Arnoldo, dilettante da strapazzo...Atchiùù !!!" L'inconfondibile voce del mago, adirata ad un livello che ancora non avevo conosciuto, mi rassicurò sulla sua salute ed allora, libero da scrupoli, mi scappò da ridere. Feci un pò di luce. Bandarello giaceva ai piedi della scala, riverso in una immensa tinella ripiena di un liquido giallastro. "Che aspetti a togliermi di quì, deficiente ?" - tuonò, gelando il mio sghignazzio - "Muoviti, e non mi rovinare addosso, attento al quarto scalino, che è coperto di sapone".
Scesi, incolume, e lo aiutai ad uscire. Il contatto con quel liquido mi fece rabbrividire, da tanto che era gelido e vischioso. Stavo già sospettando chissà quale porcheria, quando il mago mi prevenne : "Non c'entra niente con ciò che stai pensando, è solo argicostolato di benzolaterite" "Ah, se lo dici tu..." "Ma con chi mi vado a confondere, perdinci - sbottò - è un liquido magico per pelare le patate, brevetto ed orgoglio del mio bis-bis-trisperfareprima-nonno Arnoldo, che è solito dimenticarselo dappertutto !"
Arnolfo accese un lume a petrolio che pendeva dal soffitto. E fu così che l' inimmaginabile prese forma in pochi secondi ai miei occhi allucinati... Lo scantinato era smisurato, le pareti erano strapiene di libri dalle copertine di cuoio, e nel mezzo della stanza c' era di tutto: alambicchi e provette, barattoli di vetro e pelli di gatto nero, un cavallo imbalsamato ed una pentola a pressione, calendari da camionista ed una riproduzione della torre di Pisa in marmo rosa screziato, barometri, eliofanografi, suppostimetri arcovoltaici ed uno stranissimo prototipo di artiozoipo, pacchetti di Rizla ed una stampa raffigurante Gregorio XXXXXXXXXXXX, il papa stravolto, con una Amanita Muscaria tra i denti ed un cilomme nel taschino. C' erano anche una serie di oggetti indefinibili, che mai avevo visto in vita mia. Non riuscii a trattenere la domanda: "E che diavolo ci fa tutta 'sta roba sotto casa mia, modestamente parlando, se mi è concesso di saperlo, almeno questo?" Notai inoltre che tutto era ben ordinato, e non c'era traccia di sporco, ne' di ragnatele od umidità... "E come fa ad essere tutto pulito ed asciutto?" "Quello è il meno - si degnò finalmente il mago - un semplice sistema a trianodo interpollaiato, brevetto Lantanide n° 69barra non mi ricordo, che passa d' ogni bene al piano superiore!" Fu come un' illuminazione repentina, in un secondo compresi le tonnellate di polvere della casa, e quell' umidità che ci sono giorni che sembra di stare a Macondo nel dodicesimo anno consecutivoininterrotto di pioggia... Avevo voglia di strozzarlo, lui e tutta quella genìa di svitati a cui apparteneva...
Ma forse, da buon mago, comprese che si stava pericolosamente varcando il limite della mia propensione innata alla non violenza, e prese la parola, interrompendo i miei aneliti bellicosi:
"Questa è l' antichissima biblioteca dei Sordiampici. Quivi sono conservati testi magici ed affini a partire dall' etrusco Lumacone il Veloce, capostipite della nostra congrega, passando per l'assiro Siccheratfreddo I° e per Ermete Trisdassi, fino al secolo scorso. Senza falsa modestia, sei di fronte alla più importante raccolta magica dell'Occidente!" Quel malcelato orgoglio sembrava financo aver imbonito il tono della sua voce". E come mai si trova proprio qua sotto?" azzardai. "Sarebbe una storia molto lunga e complessa e, soprattutto, non ho affatto voglia di raccontartela!" - fu la cortese risposta - "Però - riprese - ti posso dire perchè continua a rimanerci. Se i libri uscissero da questo loco, si autodistuggerebbero, quindi...facciamo in modo che questa casa venga abitata da persone come te, prima di tutto sostanzialmente oneste, vagabonde al punto da non avventurarsi in ristrutturazioni, oltre che abbastanza sempliciotte... "Tua madre!" "Acc... non mi nominare quella strega, che mi lascia uscire solo il venerdì, e dopo che gli ho mostrato gli esercizi svolti!" "Che famiglia di pazzi" - pensai dentro di me. "Comunque, sempliciotto o no, sei stato selezionato con molta cura, per non avere problemi. E siccome la casa è tua e noi, in quanto maghi bianchi, siamo molto rispettosi, necessitiamo del tuo permesso per entrare, e della tua presenza durante la nostra permanenza. Il tuo lavoro è tutto qui, consiste semplicemente nell' assistere, mentre io rovisto nei manoscritti, beninteso senza ficcare il naso in affari che non ti riguardano. Contento?" In effetti mi sentivo sollevato dall' angoscia del paventato lavoro, e già che c' ero stavo per chiedere se c' entrasse qualcosa con la sua congrega quell' assurdo personaggio che mi aveva venduto la casa, ma Arnolfo si era già immerso nella lettura di un ponderoso volume, e non osai interromperlo.
Dopo una ventina di secondi buoni, la mia curiosità ebbe il sopravvento sul buon senso e cominciai a sbirciare di sottecchi, avvicinandomi sempre più al mago... non l' avessi mai fatto! Costui mi si rivoltò e mi coprì con una serie di insulti in cirillico ed aramaico che la mia educazione vetero borghese mi impediscono di riportare e che solo molto tempo dopo ebbi il coraggio, in stato di palese ubriachezza, di narrare a Damiano, noto specialista in materia, che molto li apprezzò e che ancor oggi usa con infinito vanto di originalità.
Come si fa per tenere buono un bambino, Arnolfo trasse allora dallo scaffale più basso un tomo, l' unico tra tutti unto e bisunto, e me l' appioppò, aggiungendo :"Tieni, leggiti questo, che è il solo alla tua portata, e lasciami lavorare in pace". Il frontespizio così recitava: " Dell' arte di ingozzare il prossimo con preparati che assopiscano il corpo ed annientino la mente " --Opera somma ed unica di Cicalozzo Minchialoni, già eccelso cuoco presso la corte di Bisanzio- Ero un pò offeso, ma feci cattivo stomaco a buona ricetta, come diceva mia nonna quando voleva sottolineare la stuccaggine di qualcuno, e mi introdussi alla sfogliatura. Timballo alle spine di carciofo(ahi!), penne al progesterone (con effetti sorprendenti sulla ricrescita dei capelli, chiedetelo a Nervino se non ci credete), patate alla secca di Gange, involtini di marijuana al pesto corso di belladonna (slurp!), torta di quercia stagionata(ibboia!), e così via...Lo dico molto a malincuore, ma questa è la fonte da cui attinge la mia cucina, che ipocritamente, per farmi bello in ispecie con le donne, attribuisco al mio genio creativo...non lo volevo proprio dire, ma ormai è scappato.
Quasi per magia (e ridalli), concludemmo la lettura pressochè insieme. Arnolfo pareva visibilmente soddisfatto "E con questo, la promozione non me la toglie nessuno...e mia madre mi comprerà finalmente il trenino Rivarossi che sogno da 230 anni...ah...sono così contento che ti rivelerò adesso alcune formulette segrete che ti potranno non poco aiutare a far colpo sulle donne, questa asssurda passione di voi mortali,...ma non ti sognare di rivelarle mai, perchè non avresti più scampo, ed il sonno ti abbandonerebbe definitivamente e, lo sai bene, che cos' è un vagabondo privato del suo potere dormitivo?"
Poichè, come già detto, sono solito fare ciò che più mi aggrada, e sfidare financo l' altrui "pazzia", e chissà che non si trovi anche il verso di fare due soldini ed assurgere alla notorietà, mi ripeto, romperò ogni indugio, e ve le passo così come mi sono state tramandate da quel tremendo mago... dunque.!!*$ irupl lortu kgjetr...



Sono trascorsi alcuni anni dalla riga superiore. Vivo ancora al Demonio, Agrippina non c'è più, molte cose sono cambiate, perfino la macchina che ora entra in moto al quattordicesimo tentativo, in compenso sono aumentate le buche della strada...Stanotte, in quei dodici minuti di sonno che mi sono concessi mi sono sognato Bandarello, ed immemore dei moniti del collega gabrielgarciamarquez secondo cui i racconti interrotti non si terminano, voglio dare una fine a questa narrazione, o meglio raccontarvi ciò che è successo dopo l'interruzione di cui sopra. Dimenticavo, sono molto più triste di allora, non riesco più a scrivere cazzate, abbiamo perso la finale del campionato del mondo, le casce mi si sono infilate persino sotto il letto, ed il rumore della linfa che salescende contribuisce non poco ad agitare la mia insonnia, neanche questo c' entra molto, ma mi sto schiarendo la penna, percosìdire...
Dunque, a questa parola ero rimasto...L' effetto di ciò che avevo scritto dopo penso si sia già intuito, sennò guardatemi le pesche che ho al posto degli occhi e capirete...
Mi trovavo in Guatemala, per lavoro ufficialmente, in realtà ancora non ho capito per chi lavoravo laggiù, visto che nessuno mi ha pagato le mie "prestazioni professionali", ben difficile risulta l' identificazione del cosiddetto datore. Prima di partire mi ero comprato un computer super portatile diciotto millimetri per quarantadue, con 7000 megaboh di geeg robot memoria, espansione aerostatica del terminale sincrono destro eccetera...Non mi sarebbe servito ad un tubo, già lo sapevo da prima, ma al giorno d' oggi non basta la cravatta (che peraltro non indosso, mi da un' uggia ed un fastidio al collo, iolai) per ben figurare e negli occhi il fumo cacciare, occorrono ben altri accessori, e laggiù un computer è ancora un qualcosa di esoterico, e si fa subito la figura di uno che sa, anche se, coprendo lo schermo con le spalle, ci si diletta nei giochini cretini e poi, soprattutto, non si porta al collo come la cravatta ed insomma, per farla breve, mi ero appunto comprato, ben motivato come avete letto, un piccolo gioiellino di computer. Inutilizzato nel lavoro, la adoperavo per scrivere pensieri parole opere ed omissioni ed anche qualche straccio di racconto, e lì stavo appunto scrivendo ciò che poco sopra avete avuto la bontà di leggere. Avevo appena terminato di annotare le duecentotredici pagine di formule che Bandarello mi aveva trasmesso e già assaporavo la fama che avrebbe ammantato di fascino e denaro la mia vita, quando d'improvviso dallo schermo partì una fiammata che si propagò poi alla tastiera ed indi al cavo di alimentazione, per entrare nell' impianto elettrico della casa spengendo tutte le lampadine, e passare infine nella rete lasciando senza luce tutta la città di Esquipulas (chiedetelo pure a qualcuno di laggiù, se avrete la ventura di trovarlo sobrio; di sicuro si metterà a ridere, che i blackout si ripetono inesorabili ogni mezz' ora, e credo non per causa di aspiranti scrittori). Al ritornare della luce, il computer emetteva un beffardo suono secco e ritmico, il disco duro (hard disk, eh?) era diventato molle come burro da besciamella, e la mia storia scomparsa. Ma non è finita qui. L' esperto (si fa per dire) a cui affidai quella stupida macchina per i primi soccorsi trovò che il racconto si era saldato sopra un altra storia che il giorno prima avevo scritto. Era una stuccosa melensaggine scritta appositamente per far piangere un' altra donna, che Agrippina non era, si chiamava Gertrude; avevo una certa confusione nella testa a quel tempo nei confronti dei miei sentimenti, non sapevo bene quali dei due pesci pigliare. Divenni vegetariano integrale. Anche uno stupido computer pùò insegnare qualcosa, potrebbe essere la morale secondaria di questi avvenimenti. La morale prima, è che la notte io non dormo più.



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Padre Miguel (Guatemala), luglio 1993 - Il Demonio (Pistoia), febbraio 1996

Il Demonio, l'inverno scorso

martedì 23 novembre 2010

Bald Cypress

Taxodium distichum, Kew Garden, London


Originario delle regioni del Missisippi, il Cipresso di palude (Taxodium distichum) è una delle quindici specie di conifere che perdono le foglie nel periodo invernale. Prima di cadere, insieme ai rametti terminali, a novembre inoltrato, gli aghi si tingono di accattivanti e vividi colori, cangianti dal giallo al rosso ruggine

domenica 21 novembre 2010

Baume Geister


Ricevo e volentieri pubblico questo bell'acquarello di Fragola. La povertà del mio scanner tradisce non di poco la qualità dell'originale, e di ciò mi scuso con l'autore.

sabato 13 novembre 2010

Me lo incarta, per favore...

Il vecchio con il mandolino

Quando ero bambino, nei vicoli del centro della mia città c'era un bel vecchietto che suonava il mandolino. Me lo ricordo nelle sere d'inverno, seduto su di una bassa sedia pieghevole di asticelle di faggio, vestito con un consunto cappotto spigato troppo grande per la sua minuscola figura, e con un cappello di lana dalla corta tesa. La barba sempre a mezzo tiro, e la faccia marcata dall'assenza di denti, tant' è che terminato il suo "lavoro", si recava a cenare in quella vecchia latteria sulla Sala, oramai scomparsa, inzuppando un cornetto in una grande tazza di latte. Davanti a lui la custodia aperta del mandolino, a raccogliere la generosità della gente. Mio padre, che ben conosceva la povertà e si preoccupava sempre delle difficoltà degli altri, era solito deporvi una moneta tutte le volte che lo incontravamo. Il suonatore ringraziava con un cenno della testa. Non parlava mai. Solo una volta ricordo disse: "La musica è la compagna più bella della vita". Un giorno come un altro non l'ho più visto, e così me lo sono dimenticato. Stamani, chissà come, mi è tornato alla mente mentre vagavo per quei vicoli. Confesso che mi è uscita qualche lacrima...le persone vivono, passano e se ne vanno, e talvolta di loro non resta neanche il ricordo, da tanto che la loro presenza è stata discreta. Spero tu sia in cielo, figura cara della mia infanzia, ad allietare le stelle con la tua musica...

giovedì 11 novembre 2010

"Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno le cose che nessun maestro ti dirà"
Bernardo da Chiaravalle

domenica 31 ottobre 2010

Tra il Serio ed il Faceto, du' bischerate sul Boleto

Un’altra stagione di funghi si è appena conclusa. La ricerca dei funghi è una malattia devastante per chi ne è afflitto, ed anche per il suo datore di lavoro, essendo che quando si sparge la voce che “fanno”, uffici ed officine si svuotano ed il bosco si riempie di una variopinta e variegata umanità, costituita da vecchi e bambini, montanari e cittadini, donne ed uomini insomma di tutte le categorie, armati di bastone, stivali e cesta, tutti accomunati dalla fatal passione e dalla facilità con cui riescono a perdersi.
Ieri, frugando tra il caos delle mie carte alla ricerca di un articolo, ho ritrovato un vecchio scritto sui funghi, a firma di un certo Arnolfo Bandarello; rileggendolo mi sono fatto qualche risata, ragion per cui ve lo passo tale e quale.

La mia stagione fungifera, a proposito, è da dimenticare.



La parola fungo, nell' Appennino Pistoiese, si identifica inesorabilmente con il porcino. Coloro, e non sono pochi, che decantano la bontà della mazza di tamburo arrosto, o l' aderenza alla pasta del sugo di galletti, piuttosto che la fragranza del fritto di pinaroli si fermano alla palatabilità del micelio, dimenticando come questo attributo sia semplicemente secondario in ciò che inerisce al mitico boleto edule, dove lo sgranamento (l’ingestione, NdR) non costituisce che l' atto ultimo di un processo rituale. Il vero fungaio apprezza di più il mistero della cerca e trova, che non l'attimo del sacrificio gastronomico. Anacronismo evolutivo, considerato spesso una pianta, a torto poichè non fa la fotosintesi, e si nutre invece delle essenze di organismi in decomposizione, il porcino partecipa di quella magia propria anche di pesci e cacciagione, incrementando peso e dimensioni con il passare del tempo e con il variare del luogo. Alcuni funghi, svelti (da svelgere, ovvero cogliere, NdR) ancora in fasce, la sera al bar sono già raddoppiati di peso, e raggiungono nella confusione degli anni dimensioni stratosferiche, talchè ben poche sono le trasmissioni orali corrette, e l'esoterismo si rinchiude circolare sul cercatore, in una menzogna destinata a proteggere il segreto essenziale di ubicazione, colore e sapore. Anche sulle quantità giornaliere raccolte dai singoli c’è molto da dubitare: a parte che siamo spesso anche otto o nove volte il peso consentito dai regolamenti vigenti, ricordati solo per argomentare, in quanto sistematicamente infranti, ma lo stesso rapporto risulta spudoratamente lo stesso tra  peso dichiarato/peso massimo contenibile dal pianere (pistoiese per paniere, NdR). E poi, suvvia, portatemi 40 kilogrammi di funghi su è giù per il bosco per tot ore e mezzo, e vi raccoglieranno col cucchiaino traslocandovi  immantinente al Quicisiripiglia.

Perfetto nelle proporzioni delle sue infinite forme e sfumature tonali, il porcino è una pura epifania divina; come ogni verità non ammette il dubbio, se stai dubitando di ciò che hai davanti, stai pur certo che non è Lui, ma un qualunque dei suoi sudditi, magari un Boletus Satanas, che nella padella vi farà diventare l'aglio azzurrognolo, ed è meglio allora astenersi, o sopportare il mal di pancia. E' proprio il carattere epifanico che distingue il porcino dagli altri consanguinei: è due ore che stai girando lo sguardo rovistando foglie rame e paleo e d'improvviso, là dove non c'era niente, Lui si rivela, chiama il tuo sguardo, si offre in dono, ti fa partecipe del grande Mistero della Natura. Un solo fungo è capace di competere dal lato mistico-estetico, ed ha la nobiltà di aver riempito pagine più o meno importanti della letteratura mondiale e menti più o meno disturbate di cercatori di sapere...è proprio lui, il fungo di fate e streghe, l'Amanita muscaria, ma le sue doti psichedeliche ne consigliano quivi solo una cauta citazione. A proposito, o meno, un piccolo inciso. L'unico fungo mortale della italica flora è la verdognola micidiale Amanita phalloides, che ti divora il fegato in pochi giorni, e quando inizia non c’è rimedio, se non cercarsene uno nuovo, possibilmente giovane ed astemio. Tutti gli altri funghi possono essere tossici, anche parecchio oltre certe dosi, ma provate a mangiare 20 chili di pane e poi, se ancora ce la fate a camminare ed a connettere, venitemelo a raccontare!
La Sua crescita è così arcana da trovar posto nei misteri Eleusini ed oltre, fino alla saggezza montanina che "fungo visto non cresce più". Io personalmente credo che nasca e che raggiunga come in un lampo d'esplosione la sua dimensione definitiva..và beh, l'ipotesi è un pò azzardata, ma è sostenuta anche da Beppe A., che di funghi se ne intende e ne svelge assai, anche se di molti in Riserva, laddove essendone proibita la raccolta, guarda caso, crescono il doppio che altrove.

Proverbiale al pari dell'acidità prodotta dal connubio di vino e necci, è la pesantezza del porcino, inavvertita al momento dell'ingestione e progressivamente incuneantesi sino a prendere possesso dei sogni notturni, che trasforma in incubi parallelopipedi. In effetti, a parte una gran quantità di acqua (diciamo un ottanta per cento), il porco non ha quasi sostanze nutritive convenzionali (non dimentichiamo il valore nutritivo mentale, in ispecie al momento della sua manifestazione nel bosco), ma presenta in compenso una sostanza azotata tra le meno decomponibili (ergo digeribili) presenti in natura, ossia la chitina. Non so se il nome derivi dal Chiti, l'essere universalmente riconosciuto come il più pesante nell'intiero firmamento, colui che ha messo in crisi leggi della gravità e teoria della relatività...ma, etimologia a parte, questa sarebbe un'altra storia, e la rimandiamo ad un'altra volta.
Ab

venerdì 22 ottobre 2010

Storie di Alberi: Dafne ed Apollo

Dafne fu il primo amore di Apollo, un amore suscitato non  dal cieco Destino, ma dalla tremenda ira di Cupido. Dopo una accesa disputa con Apollo, su chi fosse più glorioso, Cupido, assai arrabbiato, scagliò dalla vetta del Parnasso due frecce dagli effetti opposti: l'una, dorata ed appuntita, destinata a suscitare amore, l'altra, di piombo e spuntata, a tenerlo lontano. Con la prima freccia centrò Apollo, che si innamorò immediatamente di Dafne; con l'altra colpì la fanciulla che, inorridita dal nome stesso dell'amore, se ne fuggì da lui e da tutti gli uomini, e si rifugiò nel profondo di una impervia foresta. Alle suppliche del padre Peneo, affinchè si sposasse e gli desse dei nipoti, Dafne risponde dolcemente, chiedendogli di poter mantenere per sempre la sua verginità, così come il padre degli dei aveva già concesso a Diana.
Apollo era completamente perso nel suo sentimento "... come la secca stoppia va in fiamme appena mietute le spighe, come bruciano le siepi per una fiaccola qualora un viandante casualmente ve l'abbia accostata troppo o ve l'abbia abbandonata sul far del giorno,così il dio fu preda del fuoco, così arde in tutto il cuore e nutre un vano amore..."
Dafne però, più veloce del vento, schivava le attenzioni del dio, e nonostante questi cercasse di lusingarla, ricordandole la propria natura divina, la discendenza da Giove, la fama e la gloria acquisite, continuava a fuggire nella foresta. Apollo, stanco e sconsolato per i continui rifiuti, cominciò a correrle dietro con passo più svelto, spinto dalle ali dell'amore ed animato dalla speranza di averla, finchè alfine la raggiunse. La fanciulla, sentendosi persa ed in procinto di essere sopraffatta, supplicò gli dei di trasformare quelle sue umane sembianze che le avevano attirato le mire di Apollo.
Aveva appena terminato di pregare, che un pesante torpore invase il suo corpo: il delicato petto venne avvolto da una sottile corteccia, i capelli si tramutarono in foglie, le braccia in rami. I suoi piedi, prima così veloci nel fuggire, divennero radici immobili, ed il volto una cima di albero: dell'antico essere, le rimase solo l'accecante bellezza. Apollo continuava comunque ad amarla, ed appoggiandosi al tronco poteva ancora sentirne il cuore battere leggero sotto la corteccia.
Infine, il dio disse: "Visto che non potrai divenire la mia sposa, sarai dunque il mio albero. La mia chioma, la mia cetra, la mia faretra, o Alloro, saranno da te adornate. Tu incoronerai i generali vittoriosi, tu sarai appesa alle porte della dimora di Augusto e la proteggerai. E come la mia testa giovanile è coperta da una folta capigliatura, così anche tu avrai l'onore di rivestirti in eterno di foglie sempreverdi."
In questo modo nacque la pianta dell'Alloro.

Tratto dalle Metamorfosi di Ovidio (libro I, 453-566) 

giovedì 21 ottobre 2010

Storie di Alberi: gli abitanti più antichi della Terra

Il Bristlecone Pine (Pinus longaeva) è la specie che annovera gli individui più vecchi del nostro pianeta. La pianta dell'immagine fa parte di un ampio gruppo di alberi, localizzato sulle White Mountains, nella California orientale, che hanno più di 3.000 anni: tra di essi risalta un esemplare, chiamato Methuselah (Matusalemme!) la cui età stimata è di circa 4.800 anni. Per proteggerlo da possibili vandalismi, l'esatta ubicazione di Methuselah è mantenuta segreta. Ad un altro esemplare, Prometheus, proveniente dalle montagne del Nevada, e purtroppo abbattuto nel 1964, sono stati attribuiti oltre 4.900 anni.
Il Bristlecone Pine vegeta ad altitudini superiori ai 3.000 mslm, in California, Nevada ed Utah, su terreni poveri, superficiali e molto pietrosi, che creano condizioni talmente difficili, da escludere la concorrenza di quasi qualunque altra specie arborea. La severità del clima limita fino ad annullare la presenza di potenziali parassiti, siano essi funghi od insetti. Gli alberi della specie, nonostante l'età, hanno una taglia molto ridotta, con altezze di pochi metri. Spesso, ed è un caso alquanto particolare nel mondo vegetale, solo una piccola porzione di albero è ancora viva, talvolta rimangono solo pochi ciuffi di aghi. I tronchi segnati dal passare dei secoli assumono forme e colori affascinanti ed incredibili. Gli studi dendro-cronologici su sezioni del fusto hanno permesso di affinare e di tarare la datazione dei corpi terrestri basata sul metodo del carbonio radioattivo.






White Mountains, California (USA)



martedì 12 ottobre 2010

Storie di Alberi: Ganja e Mahua

Secondo una leggenda, la pianta della Ganja e l'albero del Mahua sono marito e moglie. Un tempo i due erano stati esseri umani, amanti a cui era  negato il  matrimonio poichè appartenenti a caste diverse. Non volendo stare separati, si erano rifugiati nel profondo della jungla, lontano da tutti, per vivere in pace il loro amore. Alla loro morte, essi rinacquero come piante nel luogo stesso dove erano deceduti. Vedendo la nobiltà e la grandezza del loro amore, Shankar Bhagwan, il Distruttore dell'universo, dette loro il nome di Ganja e di Mahua, ovvero Cannabis ed Alcohol.
Leggenda indiana


According to legend, the Ganja plant and the Mahua tree are husband and wife. They were human beings once, lovers who could not marry because they came from different castes. Refusing to be separated, they went deep into the jungle and took their own lives. They were re-born as plants on the spot where they died. Seeing the beauty of their love, Shankar Bhagwan, the creator, named them Ganja and Mahua, cannabis and alcohol.
Legend from India


martedì 5 ottobre 2010


Noi vediamo l'opera del Grande Spirito in ogni cosa: nel Sole, nella Luna, negli Alberi, nel Vento, nelle Montagne...
Sapete che gli alberi parlano?
Parlano, eccome. Parlano tra loro, e parlano a noi esseri umani, se sappiamo ascoltarli. Il fatto è che l'uomo bianco non ascolta. Non ha mai imparato ad ascoltare neanche noi indiani, perciò suppongo che non presti attenzione alle voci della natura.
Io ho appreso molte cose dagli alberi: mi hanno insegnato segreti ora sul tempo, ora sugli animali, ed anche sul Grande Spirito.
Tatanga Mani (Bisonte che Cammina)


We can see the hand of the Great Spirit in everything: in the sun, in the moon, in the trees, in the wind, in the mountains...
Did you know that trees can speak? They speak, indeed. They speak together, and they speak to men, if we know how to listen them. But the white man doesn't listen. he never learnt to listen to us Natives, so i think he cannot hear the voices of the Nature.
I learnt so many thinghs from the trees: they thaught me secrets about the time, the animals and sometimes even about the Great Spirit.

mercoledì 29 settembre 2010

Storie di Alberi: la leggenda del Pehuén

Racconta la leggenda che fino dall'inizio dei tempi Nguenechén faceva crescere abbondante il Pehuén in grandi boschi. I Mapuche che vivevano in questi luoghi, considerandolo un albero sacro, lo veneravano e non mangiavano i suoi frutti; pregavano alla sua ombra, e gli offrivano doni votivi: carne, sague e perfino fumo. Ci parlavano anche, ed erano soliti confessargli le loro cattive azioni . I frutti, li lasciavano al suolo, inutilizzati.
Successe che nella regione ci fu una tremenda carestia, che si protrasse per diversi anni: i
Mapuche soffrivano la fame, e molti morirono, soprattuto vecchi e bambini. I giovani della tribù spendevano le loro giornate alla ricerca di alimenti, fossero essi tuberi, erbe, radici o carne di animali selvatici. Ma la sera, tutti ritornavano al villaggio con le mani vuote: sembrava che Dio non ascoltasse più le preghiere del suo popolo, che intanto continuava a morire di fame.
Nguenechén però non li aveva dimenticati... e accadde un giorno che mentre uno dei giovani stava rincasando, deluso e sconsolato, incontrò sul suo cammino un uomo anziano dalla lunga barba bianca, che sembrava lo stesse aspettando.
"Che cosa cerchi, figlio ?", domandò il vecchio.
"Cibo per i miei fratelli che stanno morendo di fame, e disgraziatamente non ho trovato niente!"
"Con tanti
piñones che ci sono al suolo sotto i Pehuenes!" esclamò il vecchio.
"Ma i frutti dell'albero sacro sono velenosi, nonno!" rispose il giovane.
L'anziano lo guardò sorridente, e disse:
"Figlio, da ora in poi riceverete i
piñones cone un dono di Nguenechén. Cuoceteli in acqua bollente perchè divengano teneri, e poi tostateli sul fuoco, ed avrete un cibo delizioso. Raccoglieteli e conservateli sotto terra: avrete così cibo fresco per tutto l'inverno".
Detto questo, il vecchio scomparve nella nebbia. Il giovane riempì quindi il suo mantello con tutti i
piñones che vi potevano entrare, e li riportò al cacique del villaggio, spiegandogli quanto accaduto. Subito venne convocata un'assemblea, il capo raccontò a tutti i fatti accaduti, e così parlò:
"
Nguenechén è sceso in terra per aiutarci. Seguiremo il suo consiglio, e da ora in poi mangeremo i frutti dell'Albero Sacro, che solo a lui appartiene".
Da allora scomparve la carestia, ed i
Pehuencés raccoglievano tutti gli anni abbondanti quantità di piñones, che conservavano sotto terra, come aveva raccomandato Nguenechén.
E così l'Albero Sacro divenne la principale fonte di cibo per i
Mapuche, che ogni giorno, al sorgere del sole, pregavano, con un piñon od un rametto di Pehuén nella mano, dicendo:
"A Te, Padre, che non hai permesso che il tuo popolo morisse di fame,
a Te, che ci hai concesso la fortuna di condividere il nostro cibo,
a Te,
Nguenechén, chiediamo che non lasci mai morire il Pehuén,
i cui rami si allargano come braccia aperte per proteggerci".

Pehuén è il nome che i Mapuche (= gente della terra), popolo indigeno della parte meridionale di Cile ed Argentina, hanno dato all'Araucaria, albero spontaneo delle pendici inferiori delle Ande. I conquistadores spagnoli (i quali, detto per inciso, non riuscirono mai a sottometterli completamente) chiamarono i Mapuche Araucanos, e la loro terra Araucania (cosa di cui essi non furono mai troppo entusiasti!): da qui deriva comunque il nome scientifico della specie (Araucaria araucana). Il Pehuén era considerato sacro, e fatto oggetto di veri e propri culti; rivestiva per quei popoli una importanza tale che le tribù Mapuche della regione dove crescevano le Araucarie, venivano chiamate Pehuencés. Molti sono i prodotti che si ottengono dal Pehuén: di particolare importanza i frutti (piñones, frutta secca simile ai pinoli), che hanno per secoli costituito la base energetica della dieta dei Mapuche. Proprio l'esagerato commercio dei piñones, che fiorì per tutto l'800, quando raggiungeva tutte le grandi città del Sudamerica, ha contribuito alla scomparsa di numerosi boschi di Araucaria, mancando il seme per la loro riproduzione.
L'Araucaria è oggi albero nazionale del Cile, e specie protetta da trattati internazionali.

Nguenechén, il benefattore del popolo Mapuche, è una entità divina che rappresenta l 'energia cosmica che permea ogni cosa, sia essa vivente od inanimata.

Pablo Neruda "Ode all'Araucaria araucana"
(originale in spagnolo, cliccare!)



lunedì 27 settembre 2010

"Una storia narrava di un grande Albero in mezzo al Bosco. Dicevano che era l'Albero della Vita.
Quando qualcuno credeva, per superbia, di essere superiore agli altri, era invitato ad andare in mezzo al bosco a domandare al grande albero che cosa pensasse di lui.
L'albero spesso taceva e l'uomo rimaneva muto a guardare le alte cime che sfioravano il cielo..."

Romano Battaglia

"A tale spoke about a big Tree in the middle of the forest. People said He was the Tree of Life. When someone believed to be superior to the other people, he was invited to go into the forest, and to ask the big Tree which was Its opinion. The Tree did not answer, and the man stood in silence to look the high tops of the trees touching the sky..."



lunedì 13 settembre 2010

Storie di Alberi: il mito di Cyparissus

Nelle Metamorfosi, Ovidio narra la mitica storia di Cyparissus, fanciullo greco di estrema bellezza, devoto e caro al dio Apollo. All'epoca dei fatti, nelle campagne del luogo viveva un cervo enorme, sacro alle Ninfe, con le corna splendenti d'oro, e tanto accresciute e ramificate dagli anni, da coprire d'ombra il suo capo. Per nulla pauroso, nonostante la sua natura, era avvezzo a frequentare le case dei paesani ed a concedere il suo lungo collo alle carezze di qualunque mano. Ma tra tutti amava soprattutto la compagnia di Cyparissus, così come Cyparissus amava ed accudiva il cervo: lo portava sui pascoli migliori e cercava per lui le sorgenti dalle acque più limpide, intrecciava tra le sue corna ghirlande di fiori variopinti, lo cavalcava come un docile destriero, guidandolo per monti e colline con lievi briglie di porpora.
Un caldo giorno di luglio, il cervo si era sdraiato a riposare all'ombra del bosco. Cyparissus stava cacciando nello stesso luogo, e non si avvide del cervo, nascosto come era dalle erbe e dai cespugli, scoccò una freccia nella sua direzione, e lo colpì mortalmente.
Resosi conto di ciò che aveva fatto, il giovane desiderò solamente di morire, e chiese ad Apollo il dono di potere piangere per l'eternità la morte del suo adorato cervo. Il dio, seppure a malincuore, decise di esaudire il suo desiderio: le sue membra cominciarono a tingersi di verde, via via che il troppo pianto ne esauriva il sangue; i lunghi capelli divennero una chioma ispida, sottile ed appuntita, e slanciata verso il cielo stellato.
Cyparissus venne quindi tramutato in albero; terminata la trasformazione, Apollo così gli parlò: "Sarai da me pianto, e piangerai gli altri, e sarai accanto a chi soffre".

In questo modo nacque l'Albero del Cipresso, e da allora consola compassionevole i cimiteri.


In alto: Le Beaux (Provenza, France)
A lato: Bolgheri (Toscana, Italy)


martedì 7 settembre 2010

Che la terra vi sia lieve...














Santuario dei Partigiani. Collina di San Bernardo, comune di Bastia (Cuneo)

Ci siamo arrivati sul far del tramonto, in una giornata di grandi movimenti di nubi, di forti chiaro scuri. Sulla cima di una dolce collina a vigneti e pascoli, finestra delle Alpi e signora della immensa pianura sottostante, il Santuario. Ai lati del vialetto di accesso all'edificio, nude pietre portano incisi i nomi e le date di oltre 800 uomini, quasi tutti giovani, alcuni stranieri, caduti nelle zone del cuneese durante la Resistenza. Troppo lungo il viale, troppi quei nomi. Enorme la suggestione del luogo, tante le emozioni ed i pensieri.
Non dobbiamo dimenticare, mai...


CSI Guardali negli occhi
(Videoclip tratto dal documentario Materiale Resistente. Musica, parole ed immagini. Consigliato vivamente. Cliccare sopra per riprodurre.)

mercoledì 11 agosto 2010

giovedì 17 giugno 2010

giovedì 27 maggio 2010

Il Risveglio














Si dissolve la nebbia dei pensieri, e l'Anima diventa specchio dell'Universo intero.

Illusione Riflessa



Il mondo che ci circonda è una illusione, è una immagine proiettata dalla interpretazione dei nostri sensi. Come una strada inclinata diviene una salita od una discesa, a seconda del verso in cui la percorriamo.

lunedì 17 maggio 2010

Ambra d'Autunno

" Il vecchio Lakota era saggio. Egli sapeva che lontano dalla Natura il cuore dell'uomo diventa duro. Egli sapeva che la mancanza di rispetto per le cose che vivono e crescono, presto porta anche alla mancanza di rispetto verso gli uomini.
Tenete i vostri bambini vicini alla Natura "
Orso in Piedi

Standing in the Light

sabato 15 maggio 2010

SOLedad

" Succede dell'Uomo quel che dell' Albero. Quanto più egli tende all'alto, alla luce, con tanta maggior forza le sue radici tendono verso la Terra, in giù, nell'oscurità, nella profondità, nel male.
Tu ti senti spinto verso le libere altezze; la tua anima ha sete delle stelle: ma anche i tuoi cattivi istinti sono assetati di Libertà "
Friedrich Nietzche