venerdì 17 maggio 2013

Alberi Sacri dell'India: il Bodhi Tree, Albero dell'Illuminazione del Buddha


Albero e Tempio della Mahabodhi visti da nord. Bodhgaya, India





Una notte dopo l’altra Gautama meditò ai piedi dell’albero di Peepal, facendo splendere la luce della consapevolezza sul suo corpo. Da tempo i cinque amici l’avevano abbandonato, ed erano rimasti a praticare con lui la foresta, il fiume, gli uccelli e le miriadi di insetti che abitano la terra e gli alberi. Suo fratello nella pratica era il grande albero di Peepal. Siddharta alzò gli occhi. La stella del mattino si levava all’orizzonte, vivida come un diamante. Quante volte l’aveva guardata sedendo sotto l’albero di Peepal, ma ora era come se la vedesse per la prima volta. Aveva lo stesso bagliore, lo stesso sorriso trionfante dell’Illuminazione. Siddharta guardò la stella del mattino e, colmo di compassione, esclamò: “Tutti gli esseri hanno in sé i semi dell’Illuminazione, eppure affoghiamo nell’oceano di nascita e morte per migliaia e migliaia di esistenze!”.

Siddharta Gautama, colui che sarebbe diventato il Buddha, “il Risvegliato”, nacque intorno al 563 a.C. a Lumbini, luogo dell’attuale Regno del Nepal. Siddharta era un principe, figlio di Suddodhana, re del clan dei Sakya, e di Mayadevi. La regina morì otto giorni dopo il parto, ed il piccolo fu allevato dalla zia materna, Gotami, trascorrendo la prima parte della vita a Kapilavastu (anch’essa, probabilmente, nell’attuale Nepal), capitale del regno. Già prima della nascita, i santi della città avevano predetto che quel bambino sarebbe diventato od un condottiero invincibile, oppure un grande maestro, il quale, scoperta la via della Liberazione, la avrebbe insegnata a tutti gli uomini. Siddharta pare fosse dotato di una intelligenza eccezionale: all’età di 14 anni conosceva i Veda, ed eccelleva in tutti i campi dell’arte, delle lettere, della filosofia e della matematica. Secondo la tradizione, da tre incontri, con un vecchio, con un malato, e con un corteo funebre, Siddharta prende coscienza della sofferenza inerente alla condizione umana. Ritiene che i Veda e la religione che propongono, basata su inni, preghiere e sacrifici, e peraltro incrostata dall’avidità della casta sacerdotale, che si pone come intermediaria necessaria tra l’uomo e Dio, non risolva affatto il problema della sofferenza umana. Mosso da una splendida Compassione nei confronti di tutti gli esseri viventi, e stimolato da un quarto incontro, con un asceta, il giovane principe vede crescere dentro di sé la necessità di dedicare la propria vita alla ricerca di una Via, di un modo per eliminare la sofferenza. Suo padre, il quale ovviamente voleva che un figlio così dotato gli succedesse alla guida del regno, fece di tutto per distoglierlo dalle sue inclinazioni spirituali. Sebbene a malincuore, Siddharta acconsente a sposarsi con una cugina, Yasodhara, ed avrà anche un figlio, Rahula. Ma all’età di ventinove anni prende la sua decisione: nel cuore della notte abbandona la moglie ed il figlio addormentati e varca i confini del regno. Dopo avere scambiato i suoi regali vestiti con quelli poveri e dimessi di un cacciatore, e rasati i lunghi capelli, si diresse  verso est. Per più di cinque anni visse da asceta, alternando una semplice vita nella foresta dedita alla meditazione, allo studio presso alcuni dei maestri spirituali più famosi dell’ epoca, di cui realizzò completamente gli insegnamenti. Nessuno di essi conduceva però ad eliminare definitivamente la sofferenza, e capì che doveva cercare da solo la chiave del problema. Credendo allora che la liberazione della mente passasse attraverso l’annullamento del corpo e dei suoi desideri, si ritirò in una grotta del monte Dangsiri, ad una mezza giornata di cammino dal villaggio di Uruvilva, iniziando un periodo di rigido ascetismo, che durerà per sei mesi. Il suo corpo si ridusse a pelle ed ossa, devastato dall’ascesi estrema. Comprese che neppure la mortificazione del corpo portava da nessuna parte, e decise di scendere al villaggio, di ricominciare a nutrire e ad accudire il proprio corpo, e di proseguire con altri modi la sua ricerca. Un giorno, infine, sedette sotto un albero di Peepal nella foresta, come era solito fare da alcuni mesi, sopra un cuscino di erba Kusha, determinato a non alzarsi fino a quando non avesse raggiunto il proprio scopo. E fu proprio sotto quel Peepal che, dopo sette giorni di meditazione perfetta ed ininterrotta, in una notte di luna piena del mese di Vaisakha (aprile – maggio), all’età di circa 35 anni, Siddharta Gautama raggiunse l’Illuminazione, e divenne il Buddha. Spese altri 49 giorni in prossimità dell’albero, in meditazione e beata contemplazione, e poi se ne partì, per insegnare a chiunque fosse disposto ad ascoltarlo la strada che conduce alla liberazione dalla sofferenza.

Buddha Sakyamuni.  Mahabodhi Temple. Bodhgaya, India
Nalaka prese la parola: “Venerabile Buddha, siamo davvero felici che tu ci insegni la Via della Consapevolezza. Sujata mi ha raccontato che hai meditato sotto il Peepal per sei mesi e che proprio questa notte hai ottenuto il grande risveglio. Venerabile Buddha, quest’albero di Peepal è il più bello della foresta. Possiamo chiamarlo l’’Albero del Risveglio’, l’’Albero della Bodhi’? La parola bodhi ha la stessa radice di buddha, e significa risveglio”.

(Il corsivo anteriore, così come il paragrafo che apre il Post, sono tratti dallo stupendo libro “Vita di Siddharta il Buddha” di Thich Nhat Hanh, edito da Ubaldini, a cui rimando chi volesse approfondire la vita e gli insegnamenti del Buddha).



Il monte Dangsiri. Dintorni di Bodhgaya, India

L’Albero della Bodhi è un Peepal oggi conosciuto come Bodhi Tree, o semplicemente Bo, nome singalese, che vive a Bodhgaya, nello stato indiano del Bihar. (Ficus religiosa Linn. è il nome scientifico della specie, Aswattha quello in sanscrito. Per quanto riguarda le sue caratteristiche generali, vedi Post “Alberi Sacri dell’India: il Peepal, l’Albero della Vita”). Bodhgaya è una tranquilla piccola cittadina, piena di monasteri e templi buddisti, ad una quindicina di chilometri da Gaya, caotico posto di passaggio sulla linea ferroviaria Delhi – Calcutta. L’ultima volta che ci sono stato, nel novembre 2011, sceso dal treno dopo un massacrante viaggio mi imbatto in una scena esilarante: una mucca entra al galoppo nell’atrio della stazione e si mette a correre tra centinaia di pellegrini che dormono al suolo, i quali si rizzano uno dopo l’altro, come in un domino all’incontrario, e scappano in tutte le direzioni. (Per chi volesse visitare Bodhgaya, sconsiglio vivamente di dormire a Gaya, dove ci sono gli alberghi più leti che ho trovato in India, il che è un bel record, e dove è impossibile assopirsi per l’infernale frastuono notturno). La mattina dopo, di buon ora, trovo un auto rischiò (un Ape taxi) per compiere il tragitto. Siamo stipati all’inverosimile: sto seduto sulla sponda posteriore, con la testa piegata sotto la capotta, accanto a due rubicondi tibetani, uno con zaino e grosso secchio in mano. Alla prima frenata, una anziana signora seduta presso lo sportello laterale, mancante, viene sbalzata al di fuori del mezzo, per fortuna senza danni per lei. La signora risale ed un robusto tibetano viene messo al suo posto, a tamponare il lato sinistro, aggrappato al montante, a mò di sportello. Nel mentre l’autista si intrufola sotto il triciclo, che si è subito spento, per rimetterlo in moto. Normali avventure di viaggio indiane!

Albero e Tempio della Mahabodhi visti da ovest
L’Albero della Bodhi si trova al centro di un parco quadrato, delimitato da un recinto in pietra e ferro battuto: l’intero complesso prende il nome di “Mahabodhi Mahavihara” (Grande Monastero della Grande Illuminazione). Vi si accede da un lungo ed ampio viale pedonale sul lato est, punteggiato da enormi alberi di Peepal ed allietato dal canto di una miriade di uccellini. C’è un’atmosfera di gioia festosa che affiora ovunque: nei volti sorridenti dei tanti pellegrini, nei voli degli uccelli che sfiorano senza alcun timore le persone, negli immensi alberi sparsi, nel vagare di mucche mansuete, nel lento fluire delle cose. Le persone che giungono all’ Albero coronano uno dei sogni della loro vita, e sembrano liberare la loro parte migliore. Tibetani, indiani, nepalesi vienamiti, tailandesi, cambogiani, occidentali, gente comune e monaci, vecchi e bambini, anziane coppie che si tengono ancora per mano. Un panorama idilliaco, che fa tanto bene al cuore. L’ingresso è lungo il lato sud dove, oltrepassato un grande cancello, si lasciano le scarpe, e si accede allo spazio sacro. Un vialetto sopraelevato costeggia i lati del recinto, ed è il primo ad essere percorso, in senso orario, dai pellegrini. Dai punti centrali dei quattro lati, delle scale portano ai vialetti che conducono all’imponente Tempio della Mahabodhi, il centro dell’area, una piramide quadrata di 15 metri di lato per 52 metri di altezza, completamente costruita di mattoni, e che nella forma attuale risale al V – VI secolo. Ai quattro accessi esterni ci sono dei metal detector controllati da poliziotti sornioni e per nulla attenti. Tanto, come mi dice uno di loro, i detector non funzionano, oramai da mesi. Ma non credo proprio che nessuno possa entrare in un luogo simile con cattive intenzioni.

Albero della Bodhi visto da sud

Il Bodhi Tree abita sul lato occidentale del Tempio, a 4-5 metri di distanza dalla parete dello stesso. Sugli altri tre lati è circondato da una recinzione in pietra, che lo lascia comunque visibile, sormontata da graziosi lampioncini che lo illuminano di notte. L’insieme del recinto e della parete delimitano un piccolo spazio a pianta rettangolare; su ogni lato si apre poi un cancello in ferro dorato. Sotto l’Albero, tra lo stesso ed il Tempio, e quindi in direzione est, si trova il Vajrasana (Trono di Diamante), che segna il punto preciso dove sedeva Buddha quando raggiunse “il Grande Risveglio”. A dispetto del nome, il Vajrasana è una semplice piattaforma di pietra arenaria, sormontata da un baldacchino, e decorata sulla faccia superiore da inusuali motivi geometrici, che fu donata intorno al 250 a.C. da Ashoka (Ashoka fu dal 272 al 231 a.C., anno della sua morte, imperatore dell’Impero Maurya, il più grande e potente regno dell’India antica. Convertitosi al Buddismo, ne divenne uno dei più convinti sostenitori, favorendone notevolmente la diffusione), e che costituisce il manufatto più antico di tutto il Mahabodhi Mahavihara.

L’Albero è bello, molto bello. Ispira solennità, forza, imponenza, serenità, ma trasmette anche un senso di trascendenza, di immanenza del sovrannaturale, di mistero e di energia spirituale. A pochi centimetri dal suolo il tronco si divide in tre grandi fusti: a circa 2 metri di altezza essi si allontanano tra loro, dando origine ciascuno a tre branche. Solo una delle branche del fusto a nord cresce decisamente verticale verso l’alto, tutte le altre hanno portamento che tende all’orizzontale, di modo che la pianta assume un curioso sviluppo nelle tre direzioni cardinali libere, e verso il cielo. I rami più bassi sono quasi orizzontali, e si estendono per una lunghezza di 10/15 metri, puntellati da una serie di pali metallici. L'Albero sembra godere di ottima salute. Sul pavimento in marmo bianco degli spazi vicini al sacro Peepal, siedono giorno e notte decine di devoti, immersi nelle pratiche meditative, o recitando preghiere. Tutti insieme, in pace ed amore, persone i cui lineamenti rivelano la provienenza da decine di diverse nazioni. Tanti i colori, con il bordò, l'arancione ed il giallo delle vesti dei monaci dominanti su tutti gli altri. Non c’è oro, non c’è ostentazione, solo semplici offerte di frutta e dolci, di incensi, di stupendi fiori di loto e di ghirlande di tageti arancioni, di piccole statuine del Buddha e di bandierine con i colori buddisti, offerte deposte ai piedi dell’Albero, oppure davanti ai cancelli e lungo la recinzione, od appese ai rami più basssi ed alle figure in rilievo che adornano il Tempio. Una lapide sul recinto ricorda l'avvenimento, datandolo al mese di vaisakha dell'anno 623 a.C. (Ora, è vero che secondo alcune ipotesi Buddha sarebbe nato intorno al 610 a.C., ma anche così i conti non tornano, ed è più probabile che questo sia un errore di scrittura, tipicamente indiano. Di soli cento anni, ma almeno il mese è preciso!). Molti altri pellegrini camminano lentamente intorno al tempio, alcuni recitando mantra con i rosari in mano; giunti all’Albero tutti si fermano in raccoglimento. Ogni volta che una foglia si stacca da un ramo e cade verso terra, tra i presenti si scatena una festosa competizione per raccoglierla (possibilmente prima che tocchi terra, sono considerate le migliori) e riportarsela a casa, simbolo sacro da conservare gelosamente. A me ne toccano tre: la prima mi cade direttamente su una mano mentre me ne sto seduto davanti al cancello principale, un’altra la raccolgo sul prato appena fuori dai limiti del tempio, e per la terza brucio letteralmente sul tempo una giovane donna tibetana, che si mette a ridere, facendomi cenno di tenerla. Il giorno dopo rimango sorpreso nel vedere come la foglia ha già cambiato colore e consistenza, esemplare insegnamento sull’impermanenza di ogni cosa.




Monaci buddisti al Mahabodhi Mahavihara
La restante parte del Mahabodhi Mahavihara è occupata da alcuni enormi esemplari di Peepal e di Banyan, da piccoli templi vari, e da spazi a prato o pavimentati, pieni di monaci e di devoti impegnati nelle tipiche pratiche buddiste; ovunque spiccano bandierine colorate di arancio, giallo, bianco e blu. Sulla parete sottostante il camminamento esterno del complesso, ci sono una serie di bassorilievi che illustrano i momenti salienti della vita del Buddha. Quando cala l’oscurità, il luogo raggiunge il massimo della sua suggestione: migliaia di piccole lucine multicolori si accendono sulle scarpate inerbite che scendono dal perimetro esterno, fiochi riflettori illuminano delicatamente il Tempio della Mahabodhi in tutta la sua altezza, ed i lampioni intorno all’Albero diffondono una tenue e dolce luce. Alle 21 i cancelli del Mahabodhi Mahavihara chiudono, ma molti devoti restano all'interno per trascorrere vicini all'Albero l'incanto della notte tropicale, assorti in preghiera e meditazione.

Nel 2002 l’ UNESCO ha dichiarato l’intero complesso del Mahabodhi Mahavihara “Sito Patrimonio dell’Umanità”

(Qualche mese dopo, al termine della via Francigena, entrerò in Vaticano, e negli infiniti controlli di polizie di ogni ordine e grado, nella freddezza umana che mi ha accolto, nella vanagloria degli immensi edifici che non rappresentano l’uomo, né tantomeno Dio, non potrò fare a meno di ricordare con tanta nostalgia, ma anche con molta speranza, questo meraviglioso posto. Chiedo scusa, ma tanto dovevo).

All'interno del Mahabodhi Mahavihara

La Notte al Mahabodhi Mahavihara

La storia dell’ Albero dell’Illuminazione è una storia fantastica, sospesa tra mito e realtà, che inizia nello stesso momento in cui nasce Buddha: insieme al Maestro, almeno secondo alcune tradizioni, vedono la luce l’Albero sotto cui otterrà il Risveglio, ed altre sei entità che avranno un ruolo particolare nella sua vita. La sua storia si incrocerà ben presto con quelle di una numerosa famiglia di alberi, suoi discendenti più o meno stretti, diffusi in tutta l’India e nell’intero mondo di fede buddista, a simboleggiare la persona del Maestro ed il suo Risveglio. Dai tempi del Buddha fino ad oggi, sebbene non con continuità, l’Albero della Bodhi diviene uno dei quattri luoghi di pellegrinaggio più importanti del buddismo, indicato dal Maestro come posto di ispirazione spirituale (gli altri tre sono il luogo di nascita, Lumbini, quello del primo discorso dopo l’Illuminazione,  Sarnath, ed il luogo dove morì, Kusinagara). Il Bodhi Tree, e la sua particolarissima foglia, divengono ben presto uno dei simboli principali, oltre che più popolari ed amati, del buddismo, insieme alla ruota del Dharma, all’immagine del Buddha, ed alle impronte dei suoi piedi. Fu proprio Buddha, attribuendo all’ Albero della Bodhi la facoltà di rappresentare lui ed il suo Risveglio, a renderlo sacro per l'eternità e per tutti i devoti e praticanti buddisti. Si racconta che uno dei suoi discepoli anziani, di nome Ananda, avesse fatto presente al Maestro come in sua assenza i pellegrini che giungevano al Monastero di Jetavana (situato a Sravasti, antica città assai lontana da Bodhgaya, dove Buddha trascorreva spesso la stagione delle piogge, impartendo insegnamenti a monaci e laici), non sapevano dove rendergli omaggio e dove deporre i propri doni. Si rendeva quindi necessario un luogo od un simbolo che lo raffigurasse. Buddha, dopo una certa esitazione iniziale, acconsentì alla richiesta, e decise che una piantina dell’ Albero della Bodhi sarebbe stata non solo una rappresentazione perfetta della sua persona, ma anche un simbolo tangibile dell’Illuminazione. Moggollana, un altro tra i discepoli anziani, volò allora con i suoi poteri magici fino a Bodhgaya,  prese un seme che stava cadendo dal Bodhi Tree senza fargli toccare terra, e lo riportò a Jetavana. Ananda piantò il seme, che germinò e divenne all’istante un enorme albero, da allora conosciuto come Ananda Bodhi. Con questo episodio leggendario inizia l’incredibile diffusione del Bodhi Tree originario, fenomeno ancora in corso, che dura da più di 2.500 anni, e che ha seguito di pari passo la pacifica diffusione del buddismo nel continente asiatico. La maggior parte dei Peepal che sono parte integrante dei Templi e dei Monasteri buddisti odierni, come pure quelli dell’antichità, si crede derivino più o meno direttamente da quello di Bodhgaya, riprodotti attraverso i suoi semi, o per talea da porzioni dei suoi rami. In questo contesto si situa un fatto storicamente certo, ovvero l’invio da parte di Ashoka di un Albero della Bodhi, figlio di quello di Bodhgaya, ad Anuradhapura, città dell’isola di Sri Lanka, accompagnata da una delegazione guidata dalla sua stessa figlia, la monaca Sanghamitta. Le cronache singalesi raccontano come quella pianta si fosse originata miracolosamente dal ramo sud del Bodhi Tree, che si era staccato da solo, ed era caduto in un vaso d’oro pieno di terra, radicando in poco tempo. Giunto a Sri Lanka, venne piantato su una piattaforma rialzata in un Parco della città, dove vive tuttora (Lui o, più probabilmente un suo discendente): conosciuto con il nome di Jaya Sri Mahabodhi, ha rivestito enorme importanza e valore simbolico nel buddhismo singalese, raggiungendo una fama pari a quella del suo progenitore.

Offerte davanti al cancello a sud dell'Albero della Bodhi
Nonostante sia tuttora un’opinione diffusa tra molti devoti buddisti, l’albero che si venera oggi a Bodhgaya non è sicuramente lo stesso sotto cui sedette Siddharta. Considerando che il Peepal non è specie particolarmente longeva, avendo un orizzonte di vita, diciamo, di qualche secolo, quello attuale potrebbe essere il quarto, od anche il quinto successore dell’ albero di Buddha. Di certo sappiamo che ha poco meno di 140 anni, essendo stato piantato nel 1876, dopo che il precedente, già in pessime condizioni di salute, era stato abbattuto da una violenta tempesta. Per il resto, a raccontarci la sua storia, restano pochi documenti, anche intervallati tra loro di diversi secoli, e tantissime citazioni da testi di diverse scuole buddiste, talora anche discordanti tra loro, più agiografiche che realistiche.

Durante il regno di Ashoka, subì una grave minaccia e fu in pericolo di vita. L’Imperatore fu grande devoto dell’Albero, al punto da suscitare una tremenda gelosia in sua moglie Tisyaraksita, la quale credette che dietro quel nome Bodhi si celasse chissà chi, magari una Ninfa della pianta, sua concorrente. Pensò quindi di fare distruggere il Peepal, per mezzo di un incantesimo, che tra l’altro prevedeva una corda che ne strangolasse lentamente il fusto. Poi, cedendo alle disperate suppliche ed ai pianti del marito, fece disfare l’incantesimo e l'Albero, che era oramai moribondo, riprese miracolosamente vigore. (Secondo altri racconti, venne addirittura distrutto dallo stesso Ashoka, il quale, pentitosi della sua azione, ne ripiantò un altro al suo posto).

Intorno al 610 d.C. si situa un episodio molto controverso, che attribuisce al re Sasanka del Bengala la distruzione totale del luogo, compresi Tempio, Peepal ed immagini sacre; comunque sia, l’Albero sarebbe stato ripiantato dopo poco. A parte questo fatto, dall’epoca di Ashoka del Bodhi Tree non si saprà più nulla fino alle descrizioni che ci sono giunte dai diari di viaggio di alcuni pellegrini cinesi, risalenti al 7° secolo dopo Cristo. I viaggiatori cinesi  trovano una Bodhgaya vitale ed operosa, assai frequentata da pellegrini di fede buddista. Parlano di un’Albero della Bodhi prosperoso, alto dai 12 ai 15 metri (e quindi molto più piccolo di quello dei tempi del Buddha, che si vuole fosse alto diverse decine di metri). Hiuen-tsang, che visitò l’India tra il 629 ed il 648, racconta che una volta all’anno, nel giorno che ricordava il Risveglio, l’Albero seccava e perdeva tutte le foglie, ma immediatamente dopo rinasceva a nuova vita, coprendosi di una corteccia grigio verde, e di nuove foglie verde chiaro. Alla fine della stagione delle piogge, decine di migliaia di persone giungevano presso il sacro Peepal per celebrare, offrendogli incensi, fiori, musica e danze.

Dipinto raffigurante un piccolo Tempio sotto un Bodhi Tree. Bodhgaya 1810. British Library
 Dal XII secolo comincia per Bodhgaya un’inesorabile declino, legato all’inizio delle invasioni islamiche ed al regresso del buddismo a favore dell’induismo: la storia del luogo e dell’Albero resterà oscurata per secoli. Solo verso la fine dell’ 800, con l’inizio dei restauri dell’area, il Mahabodhi Mahavihara tornerà ad essere un luogo di pellegrinaggio per tutto il mondo buddista.

Per concludere alfine questa affannosa sintesi, è necessario tornare indietro nel tempo, nel regno della mitologia pura. Perché è credenza diffusa del buddismo che tutti i Buddha precedenti al Buddha Sakyamuni (il Buddha “storico”) siano giunti alla Mahabodhi nello stesso identico posto, sotto un albero di Peepal. Veramente una storia fantastica.

Non credo di essere molto lontano dal vero nel ritenere che l’Albero della Bodhi sia oggi l’albero sacro più importante, conosciuto, venerato e visitato di tutto il pianeta. Considerata la sua storia, e la sua profonda simbologia, si pone come archetipo esemplare dell’albero sacro, come albero sacro per antonomasia, anche oltre la sua appartenenza al mondo del buddismo
Raggiunta  la Mahabodhi, sembra che Buddha non riesca più a staccarsi da quell'albero. Nella prima settimana resta seduto ai suoi piedi, e continua a meditare, ad affinare la sua scoperta. Trascorre quindi la seconda settimana a pochi metri dall’Albero, contemplandolo, senza mai chiudere gli occhi, pieno di compassione e di amore, ma anche grato e riconoscente verso colui che lo ha accompagnato verso il Risveglio. E' come se riconoscesse all'Albero un proprio potere autonomo, che lo ha aiutato a trascendere la condizione umana ed a salire nel mondo dello spirito.

Buddha, l'Albero ed i tre Piccioni

Altri episodi della biografia di Buddha sono legati alla presenza di alberi, e fra tutti quelli della nascita e della morte. Così tradizione vuole che la nascita di Siddharta sia avvenuta sotto un albero di Sal (Shorea robusta) in un bosco dove sua madre, sulla via della casa dei genitori, si era fermata a riposare. Un ramo del grande Sal si abbassò da solo per permettere a Mayadevi di sostenersi durante il parto. Le tre divinità che abitavano l'albero si manifestarono per rendere omaggio al bambino appena nato. Ed anche la morte coglie l'Illuminato sotto un albero di Sal, vicino a Kusinagara. Si racconta che mentre Buddha impartiva ad Ananda le sue ultime volontà, circondato da migliaia di divinità, tutti gli alberi fiorirono fuori stagione, e dal cielo cadde una pioggia di fiori e di polvere di sandalo.

Fiori di Loto (Nelumbo nucifera)

Mi inchino e saluto il Re degli Alberi, che fu venerato per sette giorni dal Maestro,
attraverso il fiume di lacrime che scorgavano dai suoi occhi di colore blu intenso.
Mi inchino e saluto il Re degli Alberi, ai cui piedi seduto
il Grande Veggente sconfisse Mara ed i suoi eserciti,
e conobbe le Quattro Verità e la Via.
Saluto questo Albero dell'Illuminazione, sotto cui
il Maestro distrusse tutti i malvagi nemici
e divenne il Perfetto Illuminato.
Anche io venero questo Albero,
che fu venerato dal Signore del Mondo.
Sia lode a Te , o Re degli Alberi.

Mahabodhivandana


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3 commenti:

  1. ....finito....bellissimo racconto...ciao a presto..

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  2. Simona Gadeschi20 maggio 2013 12:42

    E' sempre un piacere leggere i tuoi racconti; Ricordo ancora un Pistoia Blues passato al Demonio con te e Mariapia, anche se sono passati, ormai, decenni!! Mi auguro che prima o poi le nostre strade si incrocino di nuovo!! Magari da Aruna ed Armando! un abbraccio

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