mercoledì 1 febbraio 2017

Dalle Metamorfosi di Ovidio: il Mito di Mirra



La nascita di Adone e la trasformazione di Mirra. Luigi Garzi, inizi del XVIII secolo

Un altro mito stupendo tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, in cui si narra della trasmutazione da parte degli dei di un essere umano in albero. Ancora una volta, come nei miti di Cyparissus (vedi Post) e Dafne (vedi Post), la causa prima della metamorfosi risiede nell’amore: ma mentre il primo viene trasformato in cipresso per potere piangere l’amato cervo da lui stesso ucciso, e Dafne è mutata in alloro per sfuggire alle indesiderate mire di Apollo, nel caso di Mirra siamo di fronte ad un amore sacrilego, condannato già dalla società dell’epoca come un tabù invalicabile. Mirra si innamora infatti del proprio padre, Cinira, re di Pafo: è un amore carnale e folle, di cui la stessa Mirra non riesce né a capacitarsi né a liberarsi, al punto da tentare il suicidio. Scoperta nell’atto di togliersi la vita dalla sua vecchia nutrice, viene da questa aiutata ad introdursi con un sotterfugio nel letto del padre, complice l’assenza di sua madre impegnata nei festeggiamenti tributati alla dea Cerere. L’abominevole incesto si ripete per più notti, durante le quali Mirra rimane incinta, finché il padre la scopre e lei si da alla fuga. Pentita dei suoi atti, e piena di vergogna per l’accaduto, Mirra implora gli dei di sottrarla sia al mondo dei vivi che a quello dei morti: un dio benevolo accoglie le sue preghiere e la trasforma nell’albero della mirra, mentre lei continua a piangere lacrime tiepide che stillano dal tronco della pianta. Ovidio così conclude l’episodio: “Ma anche alle lacrime si rende onore: così la mirra che trasuda dall’albero mantiene il nome portato dalla fanciulla, che non sarà dimenticato in nessuna età”. In questo modo nacque l’albero della Mirra, e la resina che cola abbondante dalle ferite del tronco, e che da il nome all’albero, non è niente altro se non le lacrime della sfortunata ragazza.
Dall’unione di Mirra e Cinira vedrà la luce Adone, fanciullo di straordinaria bellezza, di cui si invaghirà addirittura Venere, la dea dell’amore. Adone nasce da una crepa dell’albero, uscendo dalla corteccia squarciata, e morirà molto giovane, come racconta Ovidio nel prosieguo del Libro X, ucciso dalle zanne di un cinghiale ferito a cui stava dando la caccia. Piena di dolore, Venere verserà del nettare profumato sul sangue di Adone, e da questo si originerà il fiore che porta il nome dei venti, ovvero l’Anemone. Per commemorare la memoria dell’amato, la dea istituirà una festa annuale (Adonia), che si teneva all’inizio della primavera.
L’immagine di una figura umana che nasce, o che comunque esce, dal tronco di un albero, è un motivo ricorrente negli antichissimi culti della Dea Madre, la regina del cielo, principio creatore che da vita a tutte le creature dell’universo, dispensatrice di fecondità alle donne e di fertilità alla terra.

 
Tavola botanica dell'albero della Mirra (Commiphora myrrha). Da "Khöler- Medizinal Pflanzen"
L’albero della Mirra (Commiphora myrrha) è più propriamente un arbusto, talora un piccolo alberello, che non supera i cinque metri di altezza. Appartenente alla famiglia botanica delle Burseraceae, originario delle coste meridionali della penisola arabica (Yemen, Oman) e di quelle del prospiciente Corno d’Africa (Etiopia, Somalia), ha tronco molto nodoso e rami assai spinosi, con delle caratteristiche foglie, piccole, più larghe nella parte superiore della lamina, e portanti due minuscole foglioline alla base. Quando il tronco viene ferito, la pianta emette un lattice biancastro che ha la funzione di proteggerla dagli attacchi di insetti e batteri; una volta a contatto con l’aria il lattice solidifica, trasformandosi in una resina aromatica di colore giallo dorato, che costituisce appunto la mirra.La fama della mirra è senz’altro legata ai Re Magi, che nel Vangelo secondo Matteo la recano in dono a Gesù appena nato, insieme all’oro ed all’incenso. A partire dal neolitico e per tutta l’antichità, fu di fatto una delle spezie più ricercate e commercializzate: ai tempi di Cristo, un kg di mirra costava l’equivalente di un mese di salario. Già nel secondo millennio a.C. carovane di cammelli la trasportavano fino ai porti della Fenicia, da dove veniva inviata in tutto il mediterraneo. Pare che mercanti e carovanieri mantenessero gelosamente segreto il luogo di provenienza di quella sostanza, ed il fatto contribuiva di certo ad aumentarne il fascino. Sia presso gli Egiziani, che tra i Greci ed i Fenici, la mirra veniva bruciata durante le cerimonie religiose, ed il suo fumo era parte essenziale delle offerte tributate agli dei, agli spiriti ed agli antenati. Gli Egiziani la utilizzarono anche nella mummificazione dei corpi, laddove la mirra rallentava la decomposizione, agiva come disinfettante e contrastava i cattivi odori. Lo stesso corpo di Gesù venne unto con mirra ed aloe da Nicodemo, avvolto in fasce di lino, e quindi sepolto.
La mirra ha una lunga storia anche come medicamento, impiegato come disinfettante delle vie intestinali, antinfiammatorio, antibatterico ed analgesico.


Mirra (dalle Metamorfosi di Ovidio, Libro X, 299 – 503)


Da costei (Pafo, figlia di Pigmalione e di madre non menzionata) nacque quel Cinira che si sarebbe potuto includere tra gli uomini fortunati se fosse stato senza prole. Canterò fatti terribili: state lontane da qui, o fanciulle, lontani da qui, o genitori, oppure, se il mio canto alletterà il vostro animo, io non trovi credito in questo racconto, né crediate che sia avvenuto quel che canto; oppure, se lo crederete, credete anche alla pena inflitta per il misfatto. Se poi la natura permette che si assista al compimento di tale orrore, io mi congratulo con la gente dell’Ismaro (vino rosso della Tracia, citato nell’Odissea) e con il nostro mondo, mi congratulo con questa terra per il fatto che è distante da quelle regioni che produssero una sì grave scellerataggine, sia pure fertile di amomo (cardamomo) la terra Pancaia (mitica isola sacra, terra paradisiaca dell’oceano indiano), produca pure cannella e incenso che trasuda dal legno e da altri fiori, purché si tenga lei sola anche la mirra: il nuovo albero non valeva tanto. Da parte sua, Cupido dice che non furono i suoi dardi a danneggiarti, o Mirra , e discolpa da tale accusa le sue fiaccole: una delle tre Furie ti ammorbò con un tizzone dello Stige e con serpenti gonfi di veleno. E’ delitto odiare il padre, ma questo tuo amore è un delitto più grave dell’odio. Provenienti da ogni parte giovani scelti ti desiderano, e da tutto l’oriente la gioventù accorre gareggiando per sposarti. Tra tutti questi, Mirra, scegline uno come sposo, perché in mezzo a tutti non vi sia quell’uomo! Quella invero ha la percezione di questo turpe amore e cerca di ostacolarlo e tra sé dice: “Dove mi spingo con il pensiero? A cosa aspiro? Vi prego, o dei e tu Pietà e voi norme sacre della famiglia, vietate questa nefandezza e opponetevi al mio delitto, ammesso che questo sia un delitto. Infatti, non sembra che la Pietà condanni questo tipo di amore, e tutti gli altri esseri animati si uniscono senza colpa, né è considerata una turpitudine il fatto che la giovenca sostiene il padre sul tergo; la propria figlia diventa compagna per il cavallo, il capro monta quelle capre che ha prima creato, e perfino le femmine degli uccelli concepiscono da quel seme da cui sono state create. Felici quegli esseri ai quali ciò è consentito! Le preoccupazioni morali degli uomini hanno creato leggi restrittive e, quel che la natura permette, tali norme invidiose lo proibiscono. Ma si dice anche che esistono popoli presso i quali la madre si unisce al figlio e la figlia al padre, e il loro legame affettivo si accresce con tale doppio amore. Me infelice, perché non mi toccò nascere in quei posti e sono danneggiata dal luogo avuto in sorte! Perché ritorno in codesti pensieri? Speranze proibite, lontano da me! Quello è degno di essere amato ma come un padre. Allora se io non fossi la figlia del grande Cinira, potrei giacermi con Cinira; così, in quanto è già mio, non è mio, e mi è di danno proprio la parentela: se fossi un’estranea, otterrei di più. Mi piacerebbe andar lontano da qui e lasciare il suolo natio, pur di evitare un misfatto. Ma un’empia passione mi trattiene presa d’amore, allo scopo di vedere di persona Cinira, e toccarlo e parlargli e dargli baci, se non è concesso di più; ma tu puoi sperare qualcosa di più, vergine empia? E ti rendi conto di come confondi leggi e nomi? Tu saresti la rivale di tua madre e l’amante di tuo padre? Tu vorresti essere chiamata la sorella di tuo figlio e la madre di tuo fratello? Non avrai paura delle sorelle con la chioma di neri serpenti, che i colpevoli vedono avventarsi contro i loro occhi e i loro visi con orrende fiaccole? Ma tu, mentre ancora non hai perpetrato con il corpo quell’empia azione, non immaginarla con il pensiero e non macchiare con un’unione proibita le leggi della natura, possente signora. Immagina che tu lo voglia: la situazione in sé lo vieta. Quello è uomo pio e custode della moralità – oh, come vorrei che una simile passione covasse in lui!”
Queste le parole di Mirra: a sua volta Cinira, che la schiera di degni pretendenti lascia in dubbio sul da farsi, chiede a lei, elencandoli i nomi, quale giovane voglia avere per marito; quella sulle prime tace e fissando lo sguardo sul volto del padre si turba e riempie gli occhi di tiepide lacrime. Cinira, credendo che ciò sia la conseguenza di un pudore verginale, la esorta a non piangere e le asciuga le guance e le dà baci; Mirra gioisce eccessivamente di quei baci e, richiesta sul tipo di uomo che desiderava per marito, rispose; “Uno come te”; ma il padre loda le parole non comprese nel loro significato nascosto, dicendo: “Sii sempre così affettuosa”. La fanciulla, sentendo ricordare la devozione filiare, abbassò il volto, consapevole del suo peccato.
Era già mezzanotte e il sonno aveva rilassato i corpi e sopito i pensieri; la giovane figlia di Cinira, invece, è sveglia, divorata da un fuoco indomabile: evoca i suoi folli propositi e ora dispera, ora vuole tentare e si vergogna e brama e non sa cosa fare, e come avviene per un immenso tronco, che, colpito già dalla scure, ma senza che gli sia stato inflitto l’ultimo colpo, non si sa dove cadrà e da ogni parte si è pieni di timore, così l’animo scosso da tante ferite oscilla instabile ora di qua, ora di là, e si inclina verso entrambi i lati. Non riesce a trovare né un limite all’amore né un modo per placarlo se non la morte: decide di morire. Si alza e stabilisce di mettersi un cappio al collo e dopo avere legato la cintura in cima a uno stipite “Addio amato Cinira e cerca di comprendere la causa della mia morte” disse, e già avvolgeva il capestro intorno al pallido collo.

Il suono di quelle parole si dice che giunsero alle orecchie della fedele nutrice, che stava a guardia della porta della sua pupilla; balza su la vecchia, spalanca la porta e, vedendo i preparativi di morte, urla e nello stesso tempo si percuote e si strappa le vesti; toglie dal collo il cappio facendolo a pezzi. Solo alla fine si abbandona al pianto, allora stringe tra le braccia la fanciulla e le chiede il motivo di quel capestro. Essa se ne sta in silenzio e fissa immobile il suolo e si duole che siano stati scoperti i lenti preparativi del suicidio; la vecchia insiste e scoprendo i capelli bianchi e il seno avvizzito, la scongiura, in nome delle cure dedicatele nella prima infanzia e nell’allattamento, di confidarle tutto quanto l’addolora: Mirra, senza guardarla, sfugge alle sue domande, ma piange; la nutrice è ben determinata nella sua richiesta e non si limita a promettere solo compiacenza. “Parla – dice - , e lascia che ti porti aiuto; la mia vecchiaia non è inoperosa: se si tratta di una forma di delirio, ho qualcuna che ti potrà guarire con le formule magiche e con le erbe; se qualcuno ti ha fatto il malocchio, sarai purificata con un rito magico; se è operante l’ira degli dei, questa si può placare con sacrifici. Cosa pensare ancora? Di certo ricchezza e famiglia sono indenni e sussistono ancora: vivono tuo padre e tua madre”. Mirra, sentendo nominare il padre, emette un sospiro dal profondo del cuore, mentre la nutrice ancora non immagina niente di nefando: tuttavia, intravvede una qualche questione d’amore e, ferma nel suo proposito, la prega perché le sveli il segreto, quale che sia, e l’attira piangente sul suo vecchio grembo e, stringendola tra le deboli braccia, così le parla: “Abbiamo capito, tu sei innamorata! E in tale caso lascia la tua paura; la mia diligenza ti sarà utile e tuo padre non si accorgerà di niente”. Balzò su dal grembo Mirra, furiosa, e, premendo il letto con la faccia, “Vattene, ti prego, e commisera la vergogna che mi rende infelice”, disse, e poiché quella insisteva “Vattene – ribatté – o cessa di chiedere, perché sono in preda al dolore: è una nefandezza la cosa che tu ti sforzi di conoscere”. Inorridisce la vecchia e tende le mani tremanti per l’età e la paura e si butta supplicando ai piedi della fanciulla e, ora, le parla dolcemente, ora le mette paura, se non sarà informata del fatto, e minaccia di riferire del capestro e del tentativo di suicidio, ma promette i propri servizi per il suo amore una volta che le sarà stato confidato. Alzò il capo Mirra e con lacrime dirotte bagnò il seno della nutrice e, tentando più volte di aprirsi, più volte fermò la voce e con la veste si coprì il volto pieno di rossore, dicendo: “Felice te, o madre, per quel tuo sposo!”. Soltanto questo e riprende a gemere. Un tremito agghiacciante corse per le membra della nutrice - aveva capito, infatti - fino alle ossa e la sua chioma bianca le si rizzò su tutto il capo, irta per l’orrore; aggiunse molti consigli per scacciare, se possibile, quell’amore nefando; la fanciulla, invece, che pure sa che quanto le viene consigliato non è falso, ciononostante è determinata a morire, se non potrà soddisfare il suo amore. “Resta in vita – disse la vecchia – conquisterai il tuo” e non osando pronunciare “genitore” tacque, ma confermò la promessa con un giuramento.

Adone che nasce da Myrra tra le mani di Lucina. Michel Faulte, incisione. XVII. secolo
Le pie matrone celebravano la festa annuale di Cerere, quella in cui esse, vestite di un abito bianco, offrono alla dea corone di spighe quali primizie delle sue messi e in cui per nove notti annoverano tra le cose proibite le gioie di Venere ed i rapporti con gli uomini. In quella schiera di devote si trovava Cencreide, la moglie del re, che celebrava i sacri misteri. In seguito a questo, cioè mentre il talamo è privo della legittima consorte, la nutrice, colpevolmente zelante, avendo sorpreso Cinira appesantito dal vino, mentendo sul nome, lo informa dell’amore vero di una vergine per lui e ne loda la bellezza; a lui che si informava dell’età della fanciulla: “E’ coetanea – disse – di Mirra”. Dopo che ricevette l’ordine di condurla da lui e dopo che rientrò nelle sue stanze, “Gioisci, - disse – mia bambina: abbiamo vinto!”. La fanciulla sventurata non provò una gioia totale e nell’animo fu rattristata dai presentimenti; certamente è anche contenta: sì grande è il contrasto del suo sentire.
Era l’ora in cui tutto è silenzio e tra le stelle dell’Orsa Boote, ruotando il timone, aveva fatto girare il carro: quella si muove per il suo crimine. Fugge dal cielo la luna d’oro, nere nubi coprono le stelle facendole sparire, la notte viene privata delle sue luci; per primo tu nascondi il volto, o Icaro e tu Erigone, assunta in cielo per il casto amore verso il genitore. (Icaro è una stella della costellazione del Boote: nella vita mortale era stato un ateniese che aveva ospitato Dioniso e che era stato ucciso dai pastori, ai quali aveva somministrato il vino ricevuto in dono dal dio. Erigone, sua figlia, trovato il cadavere del padre, si uccise e per volontà degli dei fu assunta in cielo a far parte della costellazione della Vergine). Per tre volte inciampando con il piede fu risospinta indietro da quel presagio, per tre volte il sinistro gufo con il suo canto di morte le lanciò un segnale: ciononostante va; l’oscurità e la notte nera attenuano la sua vergogna, la mano sinistra stringe quella della nutrice, mentre l’altra brancolando esplora il buio cammino. Già tocca la soglia del talamo, già apre la porta, già è spinta dentro, ma le gambe le si piegano e le ginocchia le tremano, le vien meno il colore e il sangue, il coraggio l’abbandona mentre avanza; quanto più è vicina alla sua azione scellerata, più inorridisce; e si pente del suo ardire e vorrebbe poter ritornare indietro senza essere riconosciuta. Mentre così esita, la vecchia la guida per mano e l’accosta all’alto letto; nell’atto di consegnarla “Prendila – disse – o Cinira, questa è tua” e fece unire quei corpi esecrandi.

Il padre accoglie la propria figlia nel suo immondo letto e placa i timori della giovane e la rassicura. Forse a causa dell’età la chiamò “figlia”: e quella forse rispose con “padre”, perché non mancassero all’incesto neppure i nomi. Ingravidata dal padre Mirra esce dal talamo, portando nel seno abominevole un seme impuro ed un feto concepito delittuosamente. La notte seguente si ripeté il misfatto, né con quella vi si pose fine; quando alla fine Cinira, bramoso di conoscere l’amante dopo averla stretta a sé tante volte, introdotto un lume, scopre il misfatto della propria figlia, trattenendo le parole per il dolore, trae la spada splendente dal fodero appeso vicino; Mirra si dà alla fuga e si sottrae alla morte con l’ausilio delle tenebre e della notte oscura; vagabondando per vaste regioni, lasciò dietro di sé l’Arabia ricca di palme e i campi della Panchea e andò errando per nove cicli lunari, quando alla fine, spossata, si fermò nella terra dei Sabei; a stento riusciva a sostenere il peso del suo seno. Allora, non sapendo cosa augurarsi, dibattuta tra la paura della morte e la nausea della vita, formulò questa preghiera: “O numi, se qualcuno di voi ascolta chi si confessa colpevole, io ho meritato un terribile supplizio e non lo rifiuto. Ma perché sopravvivendo non contamini i vivi o morendo i morti, scacciatemi da entrambi i regni e trasformatemi, negandomi la vita e la morte”. C’è sempre qualche divinità ben disposta verso chi ammette le proprie colpe: le ultime parole di certo incontrarono il favore di qualche dio; infatti la terra le coprì le gambe, mentre ancora parlava, e attraverso le unghie spezzate si allungano obliquamente le radici, a sostegno di un alto fusto, al posto delle ossa subentra il legno, all’interno del quale resta il midollo; il sangue diventa linfa, le braccia si mutano in lunghi rami, le dita in ramoscelli; la pelle si indurisce e diviene corteccia. E ormai l’albero crescendo aveva cinto il ventre gravido e coperto il petto ed era sul punto di coprire il collo; Mirra non tollerò l’attesa e si calò intorno al legno che saliva ed affondò il volto nella corteccia. E sebbene insieme al corpo abbia perduto la sensibilità di prima, piange tuttavia e tiepide gocce stillano dall’albero. Ma anche alle lacrime si rende onore: così la mirra che trasuda dall’albero mantiene il nome portato dalla fanciulla, che non sarà dimenticato in nessuna età.
Albero della Mirra (Commiphora myrrha)

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