lunedì 30 gennaio 2012

Alberi Sacri dell'India: Introduzione

Albero di Peepal (Ficus religiosa) con Sadhu.   Varanasi




Presso tutte le antiche civiltà sono esistite associazioni tra  mondo metafisico ed Alberi e Boschi, risultate in un processo di sacralizzazione degli stessi, con effetti di diversa portata sulla vita sociale e spirituale delle varie popolazioni. Nell'Europa antica, alberi e boschi ebbero rilevanza centrale nella religiosità dei Greci, così come dei popoli Germanici e di Roma antica, ma è soprattutto tra i Celti che essi divengono simboli e strumenti della conoscenza iniziatica, luoghi di culto e di insegnamento spirituale, residenza dei druidi, i potentissimi sacerdoti che erano anche maghi e cantori, e fonte di ingredienti per le loro pozioni magiche e medicinali.
Il “progresso” generale delle società e la loro secolarizzazione, con rimozione di buona parte dei significati spirituali della Natura, ostacolo morale allo sfruttamento della stessa, e l’affermarsi di nuove religioni dogmatiche, che vedevano il culto degli alberi, o di qualunque entità non umana, come superstizione pagana in antitesi con la visione antropomorfica dell’assoluto, in definitiva come ignoranza metafisica da rimuovere, hanno ben presto condotto, salvo poche eccezioni geografiche, alla rottura di queste associazioni, alla desacralizzazione degli alberi. Così il cristianesimo già nel 292, con un decreto dell'imperatore Teodosio, proibirà e sanzionerà severamente la dendolatria, considerata come una pratica superstiziosa da estirpare.  

In questo contesto, l’India si pone come caso assolutamente particolare nel panorama mondiale: il culto degli alberi, che si perde nella notte dei tempi, canonizzato dalle scritture sacre, ed ancor prima rappresentato su sculture in pietra dell'età del bronzo, continua in forma diffusa ancora oggi, costituendo una corrente tutt’altro che secondaria nell’immenso fiume della devozione e spiritualità indiane. Esso interessa oltretutto, seppure con intensità e con punti di vista differenti, ogni religione dell’India, con l’unica eccezione del  sikhismo. La superficie di questo sterminato Paese è cosparsa di maestosi alberi, spesso antichi, dove la gente si ferma a pregare ed a meditare, a cui si offrono cibo, acqua, fiori ed incenso. Talora si stagliano su un crinale, esaltati dalle luci dell’alba o del tramonto, qualche volta troneggiano solitari nelle alti valli montane, oppure si confondono nelle nebbie mattutine della pianura, ma sono sempre una componente del paesaggio e della vita  importante, discreta e silenziosa, membri a pieno titolo della comunità. Umanizzati a tal punto che ancora oggi, negli sperduti villaggi dell'India rurale, due piante della stessa specie che crescono accanto sono considerate come marito e moglie, e talora vengono addirittura unite formalmente in matrimonio. Non solo: presso alcune tribù, in situazioni particolari, è tuttora in uso il matrimonio tra un uomo o una donna ed una pianta, che precede il "normale" matrimonio, allo scopo di rimuovere ostacoli vari e di rendere duratura l'unione.

Il Bargad (Ficus benghalensis) all'Hanuman Mandir.   Orchha
 
L’argomento alberi sacri dell’India risulta estremamente vasto e variegato, reso tale sia dall’elevato numero di specie arboree, ma anche arbustive ed erbacee, coinvolte (se ne contano diverse decine), che dalla quantità di storie, miti e leggende, tratte dalle scritture sacre e dai componimenti epici, che le riguardano. Inoltre, esiste una discreta variabilità regionale sui miti che riguardano le singole specie, così come cambiano localmente le associazioni con le divinità, ed i riti che si compiono al loro cospetto. Se infine consideriamo la tradizione magico-folklorica che circonda molte essenze, filoni che nella cultura indiana sono comunque collegati all’ambito spirituale, otteniamo un quadro ancora più complesso.

Nel mio recente viaggio in India ho percorso, per quanto ho potuto, l’affascinante e meraviglioso mondo degli alberi sacri: la mia idea è ora quella di riproporvi sensazioni e conoscenze acquisite in una serie di post, ben conscio della loro limitatezza e parzialità rispetto al guazzabuglio reale. Oltretutto, a fronte di decine di libri e libercoli vari sui “Birds of India”, non c’è verso di trovare un libro completo sulle specie arboree indiane, ed anche libri dedicati al tema “Alberi Sacri” sono pressoché introvabili. Infine, a complicare le cose, c’è la particolarità tutta indiana di chiamare con lo stesso nome specie differenti. Così ho faticato non poco a capire che con il nome di Ber, per esempio, gli indiani chiamano sia il Ficus benghalensis che lo Zizyphus mauritiana, ambedue, ovviamente, alberi sacri (così come, anche se queste non sono specie sacre, con il nome di cir vengono appellate buona parte delle conifere montane, siano esse pini, abeti o picee). Consolato comunque dal sapere che, essendo il fenomeno ancora più diffuso nell’antichità, l’accavallarsi dei nomi ha fatto scervellare generazioni di studiosi, con ben altre implicazioni delle mie.

Lal Bandar Peepal.   Varanasi


Bargad con lingam e doppio cobra.   Varanasi

Ma quali sono le ragioni che hanno determinato la nascita di questo fenomeno, peraltro comune a tutte le culture e civiltà, almeno nelle prime fasi del loro sviluppo?
Quali moventi materiali e spirituali hanno portato l’uomo di ogni latitudine alla sacralizzazione dell’albero, all’instaurarsi di questo rapporto del tutto particolare? Quali simboli vi ha colto l’asceta che lo ha eletto a luogo privilegiato del suo cammino spirituale, quali l’uomo comune che, ancora oggi in India, a lui si rivolge con rispetto, offerte e preghiere? E quando è cominciato questo processo? Sono tutte domande per cui  non esistono risposte certe, ma solo ipotesi approssimate. Un dato di fatto è che le scritture sacre più antiche del mondo, i più antichi reperti archeologici rinvenuti, ci parlano spesso in forma criptica del ruolo simbolico e sacro degli alberi. E se queste forme sono già presenti all’inizio dell’epoca storica, sicuramente vengono da molto lontano nella storia dell’umanità, quanto lontano nessuno può dirlo. D'altronde, non esistendo alcun modo per appurare la realtà storica dei fatti, mi piace lasciare libera la fantasia, e credere che l'amore per gli alberi sia inerente all'uomo fin dalla comparsa delle sue prime pulsioni spirituali e religiose.   

Il Bargad di Gaugath.   Haridwar

In epoca pre-storica, l’uomo supplisce al bisogno primario di cibo cacciando gli animali selvatici e raccogliendo frutti ed altri prodotti vegetali. A differenza degli animali le immobili piante non vanno però inseguite, e garantiscono quindi una disponibilità immediata non solo di cibo, ma anche di riparo, e di materie prime per armi, utensili e costruzioni. Soprattutto, grazie al legno degli alberi si può produrre il fuoco, dono degli dei, la prima ed a lungo unica fonte di energia per riscaldarsi, per lavorare i metalli, per cuocere gli alimenti, potente simbolo di trasformazione alchemica tra elementi primari. All’inizio del suo lungo viaggio, prima della nascita e dell’affermarsi dell’agricoltura, gli alberi sono stati  il sostegno dello sviluppo materiale dell’uomo, molto più di ogni altra cosa o materia: persino il primo pane mangiato venne ricavato dalla farina delle ghiande di quercia. La sacralizzazione degli alberi come mezzo per la conservazione di questa risorsa fondamentale per l’umanità, si pone come una pulsione abbastanza plausibile e prioritaria, sicuramente non la sola, ed in forma piuttosto complessa. Si tratta di una ecologia ante litteram e sui generis, una ecologia “religiosa”, istintiva e naturale, ben lontana dall’ecologia moderna, “scientifica”, mediata ed intellettuale (e ben poco efficace, purtroppo). Se questo umano atteggiamento può apparire in qualche modo opportunistico, non va intanto dimenticato che nell’ Induismo del popolo, come d'altronde in tutte le religioni, ci si rivolge al Divino attraverso la preghiera anche, e spesso soprattutto, per ottenerne qualcosa in cambio, in una relazione di “do ut des”. Ma non fu solo questo: i popoli antichi vissero con la Natura un rapporto di piena armonia, con potenti sentimenti di rispetto, amore, e gratitudine, senz’altro talora anche di terrore, propri in definitiva dell’ambito spirituale: i doni dell’albero sono elargiti dalle divinità, senza comportare alcun sforzo aggiuntivo, e l’uomo dimostra gratitudine e rispetto per la loro generosità. Questo presupposto ecologico a tutto tondo emergerà fortemente nel pensiero buddista. Budda è un uomo che sceglie la foresta come luogo ideale per la sua ricerca spirituale, che raggiunge l'illuminazione sotto, ma anche grazie al supporto, di un albero di Peepal (Ficus religiosa); il suo cuore è permeato di un profondo amore e rispetto per gli alberi, che considera esseri senzienti a tutti gli effetti. Uno dei punti cardine della sua visione, ovvero l'interdipendenza di tutte le cose esistenti, è un concetto a mio modo di vedere stupendamente ecologico, di cui l'albero diviene simbolo perfetto ed eloquente. Nella storia indiana questa vena ecologico-popolare riaffiora anche di recente, nel 1973, con le azioni a tutela degli alberi e dei boschi dell’Uttarakhand del movimento Chipko, la cui lotta per la  salvaguardia dell’ambiente integra gli insegnamenti gandhiani con una decisa riproposizione della sacralità della Natura. Il Chipko Andolan (letteralmente "Movimento Abbraccia gli Alberi") ha peraltro molti punti di contatto con l'antica comunità rajastana dei Bishnois, la prima ad opporsi pacificamente al taglio di alberi sacri imposta dall'alto. Tra le più importanti regole istitutrici dei Bishnois vi era la proibizione del taglio degli alberi e dell'uccisione degli animali. Nel 1737, ben 363 persone furono massacrate mentre abbracciavano i tronchi di una foresta sacra, nel tentativo di impedirne l'abbattimento ordinato dal Maharaja di Jodhpur.

Peepal alla confluenza tra Pindari ed Alakananda. Karanprayag, Uttarakhand

Ma è soprattutto a livello simbolico che l’albero, re del mondo vegetale, fornisce una serie di visioni spirituali di straordinaria potenza. Come ebbe a scrivere Jacques Brosse  “L’albero appare il supporto più appropriato di qualsiasi fantasticheria cosmica; è la via per una presa di coscienza, quella della vita che anima l’universo”.
L’albero affonda le sue radici nella terra, ma l’agire della sua vita è finalizzato alla ricerca ed alla conquista della luce, e così facendo di fatto unisce la Terra con il Cielo, la Materia con lo Spirito, diviene stupendo paradigma dell’esistenza umana, immersa nella materialità dei sensi, ma in continua tensione verso il Divino. Il pensiero indiano all'epoca dei Veda capovolgerà curiosamente l'immagine dell'albero, e lo prenderà a simbolo del divenire della vita e della creazione: "Questo eterno albero di Aswattha, porta le sue radici in alto, ed i suoi rami verso il basso"  (Katha Upanishad, parte 6,1. Vedi anche l'inizio del post Alberi Sacri dell'India: il Peepal, Albero della Vita). I rami rappresentano tutti i mutevoli dualismi del mondo fenomenico che intrappolano nella materia la vita dell'essere umano. Ma l'origine dell'albero, la radice da cui proviene la vita dell'uomo, è pura, immobile, libera ed immortale, è l'essenza divina stessa, il Brahman.

Peepal (Ficus religiosa).   Khajuraho
L’albero sopravvive all’orizzonte temporale della vita di un uomo e dei suoi predecessori conosciuti, divenendo ai suoi occhi di fatto immortale, partecipe quindi di una dimensione extra-umana. La quasi - immortalità, unita alla immobilità, lo rendono tangibile epifania divina. Per questi caratteri, assurge a simbolo di saggezza e conoscenza; ancora, la sua immobilità rende l’albero “luogo”, quindi luogo del divino, ovvero Tempio. Tempio che viene canonizzato anche in forme "architettoniche", come ad esempio nel Bodhighara, che fu una tipologia di antico tempio buddista, diffuso particolarmente in Sri Lanka: la sua struttura portante era costituita da un albero di Peepal, posto sopra due piattaforme concentriche sovrapposte, con una copertura che abbracciava il fusto, sostenuta da colonne esterne.
Contemporaneamente, i miti che fanno procedere la creazione dell’uomo da un albero, così come quelli che narrano la trasformazione di uomini in alberi, implicano una sostanziale unità di base uomo-pianta, che porta ad inferire la presenza di uno Spirito omnipervadente, di una grande Anima collettiva e comune. In questa ottica, l’albero si pone come tramite perfetto tra l’Uomo e Dio.
Esso si rigenera ad ogni stagione, ed è quindi simbolo di morte e rinascita, della nuova vita che ricopre come un manto il passato, ed il passato determina l’impalcatura formale su cui si edifica il nuovo. Così vicino all’esperienza dell’uomo, che muore e rinasce continuamente, nel senso assoluto delle religioni orientali, e nel senso relativo della vita spirituale, edificando le proprie conoscenze metafisiche sulle orme delle conoscenze anteriori, fino al raggiungimento della luce, dell’Illuminazione. Sempre Brosse: “Davanti all’albero che unisce due infiniti opposti, che congiunge le due profondità simmetriche e di segno contrario, l’impenetrabile materia sotterranea e tenebrosa e l’inaccessibile etere luminoso, l’uomo si mette a sognare”.

Peepal (Ficus religiosa).   Varanasi

La pianta utilizza gli elementi fondamentali, gli umori e le materie inanimate della terra, l’aria, che sembra respirare, l’energia del sole, e li combina sapientemente fino a produrre il miracolo alchemico della trasformazione della non-vita in vita.
L’ermafroditismo della maggioranza delle specie vegetali aggiunge una ulteriore suggestione alla loro dimensione simbolica. Il singolo individuo basta a se stesso per la riproduzione, ed è una qualità inerente e pressoché esclusiva delle piante, anche se il meraviglioso progetto della Natura favorisce la fecondazione incrociata degli individui, al fine di rinnovare continuamente le coordinate genetiche della vita. In questo senso la pianta diviene sintesi degli opposti, viene a simboleggiare l’Uno indiviso, il momento precedente alla loro divisione, alla divisione tra yin e yang, tra maschio e femmina, tra cielo e terra, al dualismo caotico del mondo manifesto.  Simbolo di quella unità primordiale il cui recupero è il punto d’arrivo di ogni percorso spirituale, l’albero diviene immagine perfetta di Hardnareshwar, Shiva nella sua forma metà uomo e metà donna, potente visione della elaborazione filosofico - mitologica dell’Induismo. La rappresentazione dell' Unità si rafforza nei rapporti assolutamente necessari ed interdipendenti che la pianta instaura con la Terra e con il Cielo. Tra le specie indiane, il Bargad diviene esemplare, per la sua capacità di generare radici dai rami, radici che una volta toccato terra, originano nuovi individui, in un processo che potrebbe andare avanti all’infinito.
Lo stesso seme, questo minuscolo organo che può generare individui dalle dimensioni gigantesche, questo miracolo e mistero della vita e della natura, appare carico di valenze simboliche. Metafora vivente della legge di causa/effetto, della potenza che si trasforma in immanenza, dell'immensamente grande che sta nell'immensamente piccolo. Nella Chandogya Upanishad il seme è al centro di una interessante parabola. Il saggio Uddalaki Aruni sta cercando di insegnare a suo figlio, Shevataketu, l'essenza della conoscenza suprema, il Brahman. Alla domanda del figlio, che chiede come mai non si riesca a vedere l'anima, sebbene essa sia in ogni cosa, Uddalaki lo manda a prendere un fico di Nyagrodha (Ficus benghalensis) e glielo fa aprire. "Che cosa vedi?" gli chiede. "Molti piccoli semi, padre". "Aprine uno, figlio". "Aperto, padre". "Che cosa vedi", chiede ancora Uddalaki. "Niente, padre". "Come niente?", gli contesta Uddalaki. "Se non ci fosse niente nel seme, come potrebbe quel niente originare un possente albero di Nyagrodha? In verità, mio caro, da quell'essenza sottile che tu non percepisci, deriva quel grande albero. Credimi - aggiunse quindi il padre - il mondo intero ha questa sottile essenza come anima. Quella è la Realtà. Quella è l'Atman. Quella sei tu, o Shevataketu".
In un ambito difficilmente scindibile da quello spirituale, l'albero viene anche a simboleggiare tutta una serie di virtù esemplari, quali la pazienza, la fermezza, la forza, la determinazione, la generosità. Generosità che la smisurata fantasia indiana ha rappresentato con l'Albero dei Desideri, Kalpavriksha, in grado di esaudire ogni tipo di richiesta, materiale o meno, di chi lo prega. Raffigurato come una pianta dalle lunghe radici che pendono dai rami, ed alla cui base giacciono vassoi pieni di ricchezze inimmaginabili, è stato identificato con diverse specie, a seconda dei testi e delle raffigurazioni scultoree: il Banyan principalmente, ma anche il Kadamba (Antocephalus cadamba Miq.) ed il Jamvu (Syzygium cumini Linn.). Lo stesso Peepal dell'illuminazione del Buddha, è stato talora rappresentato come Kalpavriksha.    

Albero di Ber (Ficus benghalensis).   Dintorni di Khajuraho

Per quanto riguarda il sub continente indiano, solo nel quarto/terzo millennio avanti Cristo affiora qualche elemento tangibile della sua spiritualità, sotto forma di pochi reperti archeologici, rinvenuti nell'area di quella che è conosciuta come Civiltà dell'Indo: alcune statuine in terracotta, alcuni sigilli. Da essi sembra emergere, pur se frammentariamente, e senza particolari, un sentimento religioso che pone al centro della sua attenzione la Terra, sotto forma di Dea Madre, e la presenza di rituali volti ad assicurarne la fertilità. Insieme alla "Madre Terra", compaiono rappresentazioni di alberi, e d'altronde le piante sono gli esseri viventi più intimamente connessi alla terra in cui crescono, sono l'espressione manifesta della sua fertilità, ne sono al tempo stesso causa, effetto e simbolo. Questa profondo legame, fu in seguito assorbito dall'Induismo: l'Atharva Veda equipara senza ombra di dubbio Dea Madre e Piante.
  
In seguito,  prima con la "rivelazione" dei Veda,  poi con i Purana e con le grandi opere epiche del Ramajana e del Mahabaratha, il culto arboreo si istituzionalizza: come per altri elementi della spiritualità pre-vedica, avviene un processo sincretico di integrazione del vecchio con il nuovo. Gli alberi intervengono quindi nella vita dei vari Dei a cui sono dedicati, ne divengono uno dei tanti simboli, ne costituiscono il sottofondo che accompagna le loro gesta, ne rimembrano attraverso le loro forme sembianze e qualità. Così il Bilva (Aegle marmelos), è sacro a Shiva perchè le sue foglie trifogliate sono associate al trisul (una sorta di tridente, attributo di Shiva); altre piante con disposizione delle foglie a tre per tre, come ad esempio il Varuna (Crataeva nurvala), sono associate a Bramha, Vishnu e Shiva, ed offerte ai tre dei. Vishnu manifesta se stesso nell'Aswattha (Ficus religiosa), così come Krishna richiama al cuore il Kadamba, sotto cui era solito suonare il flauto, e tra i cui rami si nascose dopo avere rubato le vesti delle pastorelle a lui devote, le Gopi. Sempre Krishna, è associato al profumato Paarijat (Nyctanthes arbor-tristis), che si dice abbia addirittura rubato  nel giardino di Indra, il re degli dei. L'albero del Mango (Mangifera indica) è la residenza di Kama, dio dell'amore, e le sue frecce hanno la punta impreziosita da boccioli del fiore di mango. Il Banyan è l'albero di Savitri, la giovane principessa che reclamò agli dei il ritorno di suo marito dalla morte, e per questo episodio è diventata la patrona delle mogli Hindu.
Negli elaborati e complessi rituali dei Veda foglie, fiori, legno e pasta di legno appartenenti a piante sacre svolgono un ruolo essenziale in ogni cerimonia. 
Lo stesso processo d'integrazione sopra menzionato, anche se con forme differenti, avviene pure nel Buddhismo e nel Jainismo. In uno spirito di tolleranza tipicamente indiano, gli alberi continueranno ad essere oggetto di culto anche nelle “nuove” religioni, ben altro atteggiamento dal cristianesimo, per esempio, che si è a lungo preoccupato di eliminare fisicamente, con dedizione e metodo, quegli alberi che avessero un pre-esistente significato magico o spirituale.

La credenza che le piante, così come gli animali, abbiano un anima è molto radicata nella tradizione indiana: quest'anima si manifesta sotto forma di Spirito (vanadevata) che "abita" la pianta stessa (quello dello Spirito dell'albero è un motivo molto diffuso anche nel Buddhismo, ad esempio nei Jataka Mala, vedi Post Storie di Alberi: il Bhadda Sala Jataka). Nell'India antica, ma talvolta ancora oggi, tagliare un albero significava privare lo Spirito della sua casa, e si recitavano preghiere di perdono, oppure si offriva un'altra dimora al vanadevata.


Old Salmali (Bombax ceiba) and Me.   Khajuraho

Pare lecito ipotizzare che il culto degli alberi in India sia comunque parte di una religiosità naturale, autonoma ed indipendente, simile a quella di altri luoghi sacri quali fiumi grotte e montagne, gestita direttamente dall’individuo, in antitesi con la religiosità dei grandi Templi, gestita ed intermediata dai Bramhini, la potente casta sacerdotale. A partire dal primo millennio avanti Cristo, le foreste si riempiono di asceti insoddisfatti della religione vedica, alla ricerca di una via diretta verso la conoscenza delle verità metafisiche. Alla religione delle città, dogmatica ed in mano all'avidità braminica, si contrappone la religione dei boschi, dove l'individuo diviene centro ed artefice della propria esperienza spirituale: Buddha sarà la figura più importante di questo movimento individualista di ricercatori dell'anima, che continua tuttora a popolare con i suoi sadhu le enormi foreste himalayane. Oltre che luogo autonomo di preghiera, l’albero in tutte le epoche diviene infatti luogo centrale dell’ascesi spirituale; la tranquillità dell’ambiente naturale in cui vive, il riparo fornito contro le intemperie, ne fanno uno dei luoghi privilegiati per la pratica della meditazione. Molti Santi indiani ottengono l’illuminazione sotto un albero: non solo il Buddha, sicuramente il più famoso, sotto un Peepal (Ficus religiosa), ma anche, per citarne solo qualcuno, Kasyapa, sotto un Nyagrodha (Ficus benghalensis), Kanak Muni, sotto un Udumbara (Ficus glomerata), Vipaswi sotto un Asoka (Saraca asoca). E questa diviene talora la causa principale per cui l’intera specie assurge alla sacralità. L’Asceta in meditazione riproduce perfettamente l’albero, ne diviene specchio ed oggetto specchiato. Così le gambe a contatto con la terra sono le radici, il busto eretto il fusto (Ricordo uno studente che imperterrito e convinto chiamava busto il fusto degli alberi; alla fine si impara anche dagli errori. Io, non lui, ahimè!), in cui scorrono libere le energie, la testa la chioma, il vagare degli effimeri pensieri come l’agitarsi delle foglie sotto la carezza dei venti.

Monaco Buddhista in preghiera sotto albero di Ber.   Bodhgaya

Sporadicamente, anche individui arborei appartenenti a specie non considerate sacre, lo possono diventare, per eventi legati alla vita di un Santo, per la particolare posizione, o  talora semplicemente per età e dimensioni raggiunte.
Un importante filone parallelo, è poi rappresentato dall’uso di parti di piante inebrianti e/o psicotrope, o di loro estratti, come supporto per la meditazione e per la ricerca spirituale. Il potere di alcune piante di condurre addirittura all’Illuminazione è già sancito da Patanjali nei suoi Yogasutra, testo fondamentale del sistema filosofico induista; l’uso consapevole di queste sostanze è mantenuto anche oggi, appannaggio solamente dei Sadhu, una sorta di monaci erranti suddivisi in una miriade di sette, tipici e caratteristici componenti del variegato panorama della religiosità Hindu. L'argomento viene qui citato solo per sottolineare un interessante particolarità: nessuna specie arborea indiana (e per quanto di mia conoscenza, nessuna specie arborea del nostro pianeta) possiede proprietà psicotrope. Come se l'albero non ne avesse bisogno, poichè depositario di un potere diretto di elevazione, luminoso, puro ed etereo.

Hanuman Mandir.   Orchha

Ma come si presentano agli occhi del viaggiatore gli alberi sacri, in cosa consiste il loro culto, come si manifesta nell’India moderna?
L’albero sacro è circondato da un terrapieno, in genere circolare, delimitato da un muro a secco, od anche in cemento, di raggio variabile, talora recintato, quasi sempre pavimentato: questo rialzo “isola” la pianta dall’ambiente circostante, definendo per così dire lo spazio sacro. 

Neem (Azadirachta indica).   Dintorni di Orchha

Alla base della pianta è generalmente presente una serie di figure o di simboli di divinità, la più rappresentata delle quali è senza dubbio Shiva, direttamente o per mezzo dei suoi attributi (Shiva è d’altronde, nello sterminato pantheon induista, il dio più “pagano”, quello più direttamente collegato alle religioni dionisiache pre-vediche) Possono essere immagini bidimensionali su molteplici supporti, statue, mai di grandi dimensioni, lastre con bassorilievi, una semplice serie di sassi colorati, lingam e trisul (simboli di Shiva), semplicemente poste sul basamento a ridosso del tronco, talvolta inserite in cavità naturali del fusto, od ancora installate in un tabernacolo chiuso, miniatura di Tempio. 

La Sacra Famiglia (Shiva, Parvati, Ganesha)   Assi Gath, Varanasi


Shivaji.   Khajuraho

Krishna, Radha, Shiva e Nandi.   Varanasi

Il corredo sacro è completato da rappresentazioni di serpenti e di animali sacri, e dall’immancabile Ganesh, il dio elefante con funzione di protettore del luogo, oltre agli oggetti appesi ai rami: campane con cui chiamare le divinità, bandiere, festoni variopinti, semplicemente colorati oppure con scritte inneggianti ad un qualche dio, ghirlande di fiori, e tutta una serie di improbabili articoli, che agli occhi occidentali sanno più di ex voto che di oggetti sacri. (Curiosa mi appare l’assonanza con l’antica usanza dei pellegrini sul Cammino di Santiago di appendere ad alcuni alberi gli oggetti più disparati). Il tronco appare “macchiato” dalle polveri colorate offerte all’albero, o addirittura dipinto in colori dall'ocra all'arancione, e risulta spesso circondato da numerose spire di fili colorati di cotone da cucito, annodati dalle donne in una festa particolare, come auspicio di lunga vita e buona fortuna per i loro mariti. L'albero diviene di fatto un luogo privilegiato e benedetto, dove la presenza degli dei è molto più forte che altrove. L’intima connessione tra albero e divinità installate intorno a lui, porta a chiedersi chi sia l’oggetto del culto popolare, a chi siano rivolte preghiere ed offerte. All’albero in se, al vanadevata che lo abita, od alle divinità che ospita? Probabilmente a tutte e tre queste componenti, anche se con diversa intensità, sulla scorta di una continuità temporale tra le credenze delle varie epoche dell’uomo. Questo “insieme sacro” diventa Tempio a tutti gli effetti: un luogo dove si accede levandosi le scarpe e suonando le campane, dove si offrono incensi, cibo, acqua, fiori e foglie, dove si intonano bhajan (canti sacri), si recitano mantra e preghiere, secondo i rituali canonici, un luogo dove si siede in meditazione. Ai riti religiosi, si aggiungono poi pratiche particolari, legate a credenze popolari tradizionali, soprattutto tribali, che fanno dell’albero sacro un ricettacolo di riti ed offerte per la fertilità delle donne, per la prosperità dei raccolti, per la fortuna e la salute di consorti e parenti, perfino per eliminare malocchio ed influssi negativi.

Offerte votive appese ad albero di Ber.   Dintorni di Khajuraho

In alcuni casi si produce un miracolo della natura, ed un seme di una differente specie sacra germina sul fusto di un’altra, originando un individuo che cresce insieme al primo, talora fondendosi con esso; a volte sono due tronchi che per la loro vicinanza si saldano insieme. Queste “doppie piante”, e ce ne sono addirittura di triple, vengono tenute in massima considerazione, e la loro sacralità ed importanza diventa ancora maggiore. (Del tutto singolare, poi, è il caso del Mango Sacro del Ekambaranath Mandir a Kanchipuram, nel sud del Paese, che sui quattro rami principali porta quattro diverse varietà del frutto).

Una notazione importante, riguarda il divieto assoluto di tagliare queste piante, come effetto della loro sacralità, divieto che invero viene da molto lontano, per come si legge in antiche ordinanze reali, le quali prevedono pene assai severe per il taglio di individui appartenenti ad alcune specie sacre. Di questi alberi vengono colti foglie e frutti, che quasi sempre verranno utilizzati per le offerte al Dio tutelare, e si provvede al taglio dei rami secchi, o a puntellare i rami che si allungano in senso orizzontale. Quando muoiono, per quanto possibile il loro tronco viene lasciato a terra a tempo indefinito.

A fronte dell’elevato numero di specie considerate sacre, due sono le specie sicuramente più diffuse, essenze che si ritrovano in ogni luogo dell’India: il Ber (Ficus benghalensis), che è anche l’albero nazionale, ed il Peepal (Ficus religiosa), sommamente sacro anche per i Buddhisti, essendo l’albero dell’Illuminazione del Buddha.

Albero di Peepal (Ficus religiosa).   Sujata Mandir, Bodhgaya
Un’ultima osservazione riguarda l’ubicazione degli alberi sacri. Molti di essi si situano in posizione strategica: al centro dei villaggi, od in luoghi salienti del tessuto urbano, in prossimità di strade, sentieri e crocevia, oppure alla confluenza di due fiumi, e pure all’interno del recinto di Templi grandi e famosi. Spesso gli alberi sono precedenti alle opere umane, ed essi sono quindi punti di riferimento intorno ai quali si sono sviluppati centri abitati e vie di comunicazione: nei villaggi diventano frequentemente luoghi di ritrovo e di assemblea, veri centri di aggregazione sociale; lungo le strade offrono ombra e riposo al viandante. Nella maestosità e grandezza di alcuni esemplari ricordano le cupole delle nostre chiese, e come queste sono visibili, o meglio più spesso lo erano, oggi semi nascosti dalle costruzioni, da molto lontano, a ricordare la grandezza di Dio. Nella città di Varanasi gli alberi sacri si affacciano direttamente sulle scalinate che scendono verso Gangaji, e costituiscono, purtroppo, l’unico verde presente sulle rive della Madre.

Le Radici della Mente.   Varanasi


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