giovedì 7 marzo 2013

In memoria di Srimad Bhajai Chetan Brahmachari Baba (Bengali Baba)



Il Nanda Devi (7.816 m) al tramonto, visto dalla valle di Kalpeshwar. Uttarkhand, India

“A Roberto, che era con me, non è più, ma sempre sarà”
“A Pavel, che ha osato sfidare gli dei”

L’essenza di ogni cosa è della stessa qualità del silenzio.
Qualsiasi parola si utilizzi per descriverlo, all’essere pronunciata ci allontana da esso.
Non ascoltare i discorsi degli altri. Ogni uomo parla una lingua diversa.
O meglio, attribuisce alle parole un significato diverso.
E se le parole hanno un qualche significato nel mondo materiale,
in quello dell’anima sono solo fuorvianti
(Bengali Baba)

La nostra vita mentale cammina su di un crinale: da un lato il mondo fuori da noi, dall’altro il nostro mondo interiore. Dal crinale percepiamo una immagine artefatta delle due parti che erroneamente separa, e da cui si mantiene continuamente distante. Vediamo soltanto, non sentiamo e sintetizziamo, causa l’equidistanza. Ho trascorso le ultime due notti immerso in una nebbia totale. Ma la città era ancora là, nascosta da quella grigia e fredda coltre, od almeno potevo intuirlo con sufficiente ragionevolezza, anche se dalla finestra non riuscivo a vederla. In altri momenti la visione appare più chiara, è potente e prepotente, ma nulla fa per richiamare l’attenzione, e libera la mente la sfugge, seguendo quella linea virtuale, che non viene da nessuna parte, e neppure conduce ad alcun luogo. Immersi nel continuum dei pensieri, crediamo e ci identifichiamo con una illusione tremendamente reale. La cosa più assurda e che nessuna motivazione razionale interviene a darcene una ragione. Come per tutti i dualismi irrisolti, anche qui agisce una imperfezione dell’essere, stavolta nel punto più importante. Lì non funzioniamo affatto, o meglio la corrente, nel punto nevralgico, sfugge ad ogni logica e si incammina per una strada propria. La ricerca della saggezza presupporrebbe una condizione di sacrificio, di rinuncia a ciò che è spontaneo. Come individui, ma anche come collettività sociale, tutti gli umani, quasi tutti gli umani, sembrano all’apparenza seguire lo stesso percorso. Perché siamo così, se non siamo così? O almeno, se non siamo solo questo, perché la normalità ci fa ignorare cosa altro siamo? Belle domande, Francesco, ma è ora di fare nanna, e le risposte, forse, a domani.

Il fiume Alaknanda ad Helang
Oltrepassato il fiume sul traballante ponte sospeso, una ultima scalinata in pietra si inerpica in ripidi e stretti tornanti, fino all’ingresso del Kalpeshwar Mandir. Restano oramai da percorrere solo un paio di centinaia di metri, ma di salita brutale. La valle si è decisamente restrinta, e prosegue, a lungo visibile, interrotta infine da alte vette erbose, indorate dalle ultime luci del pomeriggio. Sulla sinistra del sentiero che sale, proprio sotto il tempio, la parete di roccia rossastra strapiomba per un centinaio di metri, e si tuffa dabbasso nelle tumultuose acque di Gangaji. Sulla destra, a poca distanza, un’alta e sottile cascata fonde la sua voce acuta con il possente canto del fiume. Alle spalle, in lontananza, la sagoma del Nanda Devi chiude lo spazio in bellezza: montagna di ghiaccio dal candore assoluto, dalla forma perfetta.
Oggi il cammino è stato faticoso. Partenza di buon ora attraversando l’Alaknanda su di un lungo ponte sospeso a grande altezza. Il fiume ha una energia pazzesca, ha scavato la roccia per un migliaio di metri nel suo infinito fluire. Poi il sentiero ha lasciato il fondovalle, per zigzagare in una pineta in ombra. Salita, salita dura. Silenzio, solo la voce del fiume, smorzata dalla distanza, accompagna i miei lenti passi. Incrocio gente che scende a Helang, gruppetti di muli che trasportano patate e farina, gente che sale sorpassandomi con agilità, io chinato a versare sudore, loro sorridenti e felici della vita. Che meraviglia camminare sui sentieri himalayani, si incontra sempre qualcuno, non ci sono strade per le macchine, solo mulattiere e sentieri, e tutti vanno a piedi, rapidi come animali della foresta, nonostante le gambe incredibilmente secche!  Si fermano a scambiare due chiacchiere, ad informarsi della nazionalità, a chiedermi da dove vengo e dove vado, se sono sposato e quale lavoro svolgo. In cima alla salita, il paesaggio si apre in un ampio pianoro coltivato. Appare il villaggio di Urgham, che spande come piccole macchie variopinte le sue case di legno mattoni ed argilla, circondate dai boschi di querce e rododendri, ed intercalate dai campi dove è appena stato colto l’amaranto. L’orizzonte davanti è sterminato. Continua verso l’alto con le pendici delle montagne che sembrano non finire mai, e si smarriscono quindi in un cielo di un azzurro inimmaginabile.
La stanchezza ha lasciato il posto ad una forte emozione, che cresce man mano che mi avvicino alla meta. Emozioni, sensazioni che si accavallano e si rinforzano a vicenda. Una grande serenità, la gioia di sentirsi parte di una Natura così maestosa, stupefacente, poderosa. La vita quassù se ne va via lineare e senza attriti, è fatta di poche cose, di gesti rituali che si ripetono uguali a se stessi da millenni, il lavoro nei campi, la raccolta della legna, le chiacchiere nei cortili, il semplice ciclo della vita, scandito dagli attimi salienti della nascita, del matrimonio e della morte. L’individualità si riassorbe nella ritualità collettiva, la vita è infine sacralizzata, la volontà dell’individuo quasi annullata. Un bel conflitto con la frenetica vita occidentale, spesa a rincorrere mille obiettivi mai raggiunti. Non è la quantità di eventi che ci accadono ad essere importante, mi dico, ma la loro qualità. Mi fermo a bere ad una fontana vicina ad una grande quercia. Penso che dall’India non si porta via mai nulla. Perché queste sensazioni le ho provate tutte le volte che ho varcato i cancelli delle sue sacre montagne, che mi sono bagnato nelle acque gelide dei suoi fiumi, che mi sono fermato a parlare, a condividere cibo e fumo con i suoi magnifici abitanti. Tornato a casa, me ne sono sempre dimenticato. Ma il fatto che mi riappaiono ogni volta nella sua forza originale, che mi appaiono nuove e sconosciute, sebbene le abbia provate più volte, questa è veramente una grande magia. Thank you, Mother India!

La scalinata finale prima di Kalpeshwar
Finalmente sono arrivato. Fermo sotto il piccolo arco che fa da ingresso, accarezzo la vecchia campana sospesa, guardandomi lentamente intorno.
La stessa percezione dell’altra volta, di luogo austero ed incantato, di eremo francescano. Nulla pare cambiato. Il vialetto centrale punteggiato di tageti e dalie, le due basse casupole sottostanti, e quella più ampia al di sopra del vialetto, dharamsala per ospitare i pellegrini. La fontanella con il suo continuo, tremulo filo di acqua. Più avanti la minuscola capanna del Bengali Baba ed in fondo l’enorme roccia nera aggettante sul precipizio, a forma di toro, sotto la quale si trova il Mandir. Ovunque lingam, trisul, e tante campane appese, con cui chiamare gli dei.
Saluto l’alto cipresso che tocca il cielo con le sue ricche fronde verde cupo. Tutt’intorno si sente solo la voce grave della Natura; l’emozione è tanta, il cuore batte forte, la mente sorride. Sono già trascorsi dieci anni da quando arrivai qui per la prima volta, seguendo il consiglio, e le indicazioni, piuttosto vaghe, invero, di un sadhu incontrato non ricordo più dove. In un attimo ho la sensazione di chiudere un lungo cerchio, e l’arco percorso mi appare di colpo indifferente, se non addirittura inutile. Non è una sensazione dolorosa, anzi, la avverto come un insegnamento.
Cerco di non fare rumore, e mi avvicino alla stanzetta del Baba, chiedendomi se ci sarà sempre. Indugio qualche istante ancora, poi mi affaccio alla porta. Lui è lì, seduto davanti al fuoco con le gambe incrociate nella posizione del loto. E’ magrissimo, le costole visibili ad una ad una sulla pelle tesa, il volto scavato, i lunghi capelli lisci impastati di cenere, la rada barba a ciuffetti sul volto. Indossa solo un perizoma arancione; ai polsi ed al collo porta collane di rudraksha. La debole luce delle fiamme distacca la sua figura sulle pareti annerite da anni di fuoco senza camino. Alza leggermente la testa, e si accorge di me:
Ao, ao! Beto! Chiai pio?
Ecco, mi invita a sedere e mi offre un te, con le stesse identiche parole con cui mi aveva accolto l’altra volta. Alla faccia dell’impermanenza. Siedo davanti al duni dal lato della porta, e lo osservo mentre con movimenti lenti e precisi ravviva il fuoco, versa l’acqua nel bricco, e lo mette a bollire sul supporto di ferro in un angolo. Il suo sguardo mi appare stranamente fisso, quasi assente. Lui pare leggermi nel pensiero e con un sorriso appena accennato mi dice:
Da qualche anno sono diventato cieco. Ho cominciato con il vedere i contorni delle cose sempre più confusi. Poi, ho visto e  vedo solo il buio”.
Ora che lo so, mi sembra impossibile che riesca a manovrare con tanta destrezza il pentolino e centrare, versando il tè dall’alto, i due bicchieri di acciaio.
Da quale paese vieni?” – mi chiede mentre mi porge il chiai.
Sono italiano. Sono già stato qua dieci anni fa”.
Serro le mani intorno al bicchiere, ma lo poso subito al suolo da tanto che scotta. Il fuoco viaggia tranquillo a bassa voce, è un grande conforto esservi davanti: le sue forme, la pace del luogo, la tranquillità del Baba entrano in me. Sono felice di essere tornato, e di averlo ritrovato. Il tempo mi appare fermo, in senso relativo ed assoluto. Poi, la sete del lungo cammino mi risveglia con una certa prepotenza dai miei pensieri. Sorseggio rapidamente il chiai, ed appena terminato mi alzo, prendo i bicchieri ed il pentolino, e vado a lavarli alla fontana. Quando rientro, c’è un cylom pronto. Il Baba si erge perfettamente diritto sul busto, e recita la sua offerta agli dei, una curiosa litania sincopata:.
Ag Bom, Ag Bom, Dimak Dimak Bhajai Shiv Shankar,  Baba Bom, Baba Bom!
Sembra un cigno, pronto per spiccare il volo. Prende con la pinza una piccola brace dal fuoco, la mette sul fornello del cylom, inclina un poco la testa da un lato, e se lo accende. Fumiamo in silenzio. Finito che è, strappa una striscia di tela, la arrotola, se la annoda con cura al pollice del piede destro, la fa passare dentro il cylom, e lo pulisce con ampi movimenti avanti e indietro. Avvolge quindi lo strumento nel saffi, e lo ripone ad un lato del duni. D’improvviso si volge verso di me, quasi a guardarmi negli occhi:
Suoni ancora il violino?” – mi domanda. Resto stupito, mi ha riconosciuto!
 “Beh – rispondo un po’ confuso – No, non più, ho smesso. E’ vero, l’avevo con me l’altra volta che sono venuto “.
Continuiamo a fumare, ancora in silenzio. Sta facendo buio.
Sai, da inizio non è stato facile abituarsi. Ho dovuto imparare di nuovo a fare tutto quello che facevo prima di perdere la vista. C’è voluto fatica e tanta, tanta pazienza! Poi, con il tempo, ho cominciato a vedere sempre più chiaramente dentro di me. La visione che mi era negata del mondo esterno, si concentrava al mio interno, mostrandomi cose del mio essere che prima non avevo mai visto. Non solo, ora riesco anche a sentire le persone che mi stanno accanto, ogni tanto riesco a leggere nel profondo delle loro anime. La mia cecità è stato un meraviglioso dono di Baghwan, che ha voluto illuminare così il mio cammino spirituale “ 
Il Baba si alza, apre il baule di latta, fruga un poco, ne prende un involucro di tela, lo apre e ne estrae un quaderno:
Questo deve essere tuo!” – esclama mentre me lo passa.
Buon dio, oggi le sorprese non finiscono mai!. E’ uno di quegli antichi quaderni con la copertina nera, di cui avevo fatto incetta diversi anni prima nella vecchia cartoleria del centro, prima che chiudesse. Me ne ero completamente dimenticato.  Ecco dove era finito.
Un ultimo cylom, e poi a letto!”  Ed anche questo avevo dimenticato, la buonanotte del Bengali Baba. Fumiamo insieme l’ultimo. Quindi mi alzo, porto le mani unite al cuore in segno di rispetto, ed esco dalla capanna.
Fuori è scesa la notte, notte senza luna: migliaia di stelle punteggiano un cielo che è diventato nero come l’inchiostro. Nonostante il buio, si intravede ancora la bianca cima del Nanda Devi, fiocamente illuminata da bagliori che solo la sua altezza riesce a catturare, chissà dove, chissà come. Sono l’unico pellegrino stasera, e lo resterò per diversi giorni.
Entro nella stanzetta indicatami per dormire, accendo un paio di candele, stendo una stuoia sul pavimento in terra battuta, e ci srotolo sopra il sacco a pelo. La stanza è piccola e bassa, senza mobili o suppellettili, con una finestrella che da sul fiume e le pareti in pietra, spoglie ed annerite dal fumo. Solo un piccolo duni, con la legna preparata accanto. Appiccio il fuoco e mi rannicchio al suolo; anche qui non c’è alcun tiraggio, esclusa una apertura orizzontale sotto la finestra, ed in pochi istanti sopra il mezzo metro di altezza ristagna una densa nebbia di fumo. Il rumore del fiume è un sottofondo sempre presente. Dentro di me è un tumulto di pensieri, ricordi, volti. Ho viaggiato, ho volato alto nella semplicità delle ore trascorse questo pomeriggio con il Baba. Entro nel sacco a pelo, ma non ho sonno, d’altronde sono solo le sette del pomeriggio. Allora prendo il quaderno nero, metto lo zaino sotto la testa a mo’ di cuscino, e lo apro. E’ un diario di quel viaggio lontano, frammentario ed interrotto come tutti i miei diari di viaggio: questo perlomeno è interrotto perché l’avevo perso. 
Leggo la prima pagina.

La pineta del fondovalle (Pinus roxburghii)

2 ottobre 1979
“Così poco traspare la reale vita di un essere umano dalla sua parte manifesta e visibile. Ogni esistenza meriterebbe di essere conosciuta dal suo interno, immersi in quel fuoco individuale che brucia idee emozioni pulsioni e paure. Tante volte la vita ci si pone davanti come un libro dalle pagine bianche, tutto da scrivere, tutto da inventare. Ed è proprio allora che subentra quella candida paura di sporcarle, che frena ogni azione…
Pagine bianche, come d’inverno le fiancate delle cime appenniniche che al seguito di mio padre ho cominciato a solcare ancor bambino. Ricordo la volta che mi ha caricato dietro sugli sci, ed io, aggrappato alle sue gambe, ho scoperto il miracolo di quella immacolata distesa bianca. Scendevamo tra abeti e pini, e poi tra i faggi contorti dai venti, nel silenzio ovattato che compete solo alla neve. Le coste innevate delle montagne nella mia fantasia si trasformavano in immensi animali, e gli alberi spogli ne erano la loro pelliccia. Lui mi insegnava i nomi dei monti, la Pedata del Diavolo, il Poggio dei Malandrini, il Monte Gennaio, ed io sognavo ad occhi aperti, ed immaginavo storie di coraggio e di paura. Quando ero con lui, mi sembrava di stare affacciato ad una finestra, da cui vedevo scorrere il mondo dei grandi, e credevo che ogni adulto tracciasse con sicurezza un cammino preciso. Ero impaziente di potere assaporare anche io, un giorno, quel senso di sapere esattamente cosa fare, di impegnarmi in attività che, sebbene a me totalmente sconosciute, parevano esistere e rappresentare il senso e la compiutezza della vita. Chissà perché, una volta cresciuto, quella intuizione è venuta meno. Gli unici cammini precisi e coscienti, mi appaiono ora solamente i sentieri che si aprono a fatica tra le montagne, minuscole tracce prodotte dallo scorrere degli uomini, linee definite, sospese nell’infinito delle linee possibili. Domani sarò ancora una volta in India, e presto camminerò le sue amate montagne”.

Continuo a sfogliare il quaderno. Delhi, Hardwar, Rishikesh, Deoprayag, si succedono rapidamente sulla carta scritta. Arrivo quindi alle pagine scritte qui a Kalpeshwar, e mi immergo nella loro lettura:
  
Kalpeshwar, 18 ottobre 1979
Ananda Marga, il sentiero della beatitudine. Sperso tra le vallate dell’Himalaya, non so se appartengo ad un sogno divino, o se ciò che mi circonda è reale. Sotto di me scorre uno dei numerosi affluenti di Gangaj; non ha un nome proprio, anche questo è chiamato Gange. Siamo oltre i 2.200 metri di altitudine. La valle è stretta, il fiume scorre incassato tra le pareti, con l’alveo ripido, formato di enormi rocce. L’acqua è limpidissima, scende a valle con impeto, formando cascatelle e corone di spuma. Sono arrivato al Mandir verso il mezzodì; mi ha accolto un giovane Baba dal sorriso incredibile, che è qui di passaggio, anche se già da un paio di mesi, in attesa di riprendere il suo cammino verso Badrinath.  Ha detto che potevo restare quanto volevo, e mi ha assegnato una stanzetta della dharamsala, dove dormire e lasciare le mie cose. Si è raccomandato di chiuderla bene, per evitare brutti scherzi da parte delle scimmie. Mi ha poi condotto dal Baba che vive qui.
La sua stanza è l’ultima prima dell’arco d’ingresso al mandir, ed è sovrastata da un altissimo e vigoroso Cipresso dell’Himalaya. Il Baba stava preparando i chiapati. Ci ha invitati ad entrare, offrendoci subito un tè, ed invitandoci a pranzo. Gli indiani sono un popolo dalla curiosità insaziabile e sfrontata, e da questo difetto, a volte piacevole, a volte estenuante, non è esente nessuno. Così anche il Baba mi ha sottoposto alle solite domande di rito. Quando mi ha chiesto se ero sposato, io, sorridendo, gli ho risposto che ero troppo giovane per morire, cosa che gli ha strappato una bella risata. Poi, fattomi serio, ho aggiunto che mi era capitato di provare amore per delle persone, ma tutte le volte era finita male, e mi era rimasta dentro una gran tristezza. Al che lui ha commentato:
Forse non era amore. L’amore vero non fa soffrire. Genera solo pace e gioia. L’amore non è un sentimento, è uno stato. Una condizione neanche molto difficile da raggiungere. E da mantenere, a patto che rimanga puro, che sia contemplazione e distacco. Ed il solo modo di mantenerlo puro è dirigerlo verso tutti e tutto, reinserirlo nel suo giusto posto, nella immensa corrente dell’amore cosmico e divino. Solo così può diventare come il sole, ed illuminare e riscaldare tutti e tutto. Altrimenti, egoisticamente diretto verso un solo punto, è come una candela, una luce debole che terminerà presto
Continuava a sorridere di un sorriso dolcissimo mentre diceva questo, e le sue parole erano lievi come il suo respiro, e solide come le rocce che circondano il tempio.

La valle di Kalpeshwar con Gangaji
(…) Il Sadhu “titolare” del Mandir è una persona stupenda. Mi ha accolto come un padre, dandomi da dormire, da mangiare e da fumare. Ha cucinato continuamente per me e per gli altri ospiti; ogni poco domanda premuroso se voglio un chiai, se ho voglia di fare un chilom. Ha un nome lunghissimo, Srimad Bhajai Chetan Bramhachari Baba, ma tutti lo chiamano Bengali Baba, dal suo luogo di origine. La sua età è indecifrabile. Sembra avere assunto una simbiosi perfetta con il posto in cui vive. Recita spesso preghiere in sanscrito, che legge dai suoi libriccini consunti dal tempo. La sua stanza è molto piccola e senza finestre, è illuminata solo dalla luce che entra dalla porta e che proviene dal fuoco, perennemente acceso nel duni quadrato, posto esattamente al centro. Le pareti sono nere dal fumo: vi sono appesi due vecchi calendari, uno con l’immagine di Shiva, l’altro con Shiva e Parvati. Dal lato opposto alla porta, un materasso al suolo, con sopra alcune coperte accuratamente piegate. Alcuni abiti appesi, un baule di latta, gli utensili da cucina. Basta. Restano solo quattro posti ai lati del duni, uno occupato dal Baba, gli altri per gli ospiti.

(…) Le giornate a Kalpeshwar trascorrono in totale assenza di gravità. Avverto una grande pace dentro e fuori di me, non so spiegarmi se è l’energia del posto, o del Mandir, oppure del Bengali Baba, ma credo che le tre cose vadano nella stessa direzione, si fondano in un'unica strabiliante atmosfera. Oggi, dopo mangiato, il Baba mi ha raccontato alcune cose della sua vita
Sono nato in un piccolo villaggio nelle campagne del Bengala. I miei genitori erano poveri, e non potevano farmi studiare. Al villaggio non c’erano molte possibilità e così, seppure ancora bambino, venni mandato a Calcutta, da un mio zio, per lavorare. Quella grande città mi spaventava; il suo caos, i grandi edifici, la lontananza dalla natura e dalla famiglia mi rendevano triste. Ho fatto i lavori più svariati: lavapiatti in un ristorante, venditore di giornali in strada, garzone in una bottega che vendeva aquiloni, trasportatore di legna. Un giorno, durante la festa di Shivaratri, in febbraio, ho incontrato in un angolo del mercato colui che sarebbe diventato il mio Guru, Chetan Giri. Lui era un sadhu molto dimesso, aveva tutta l’apparenza di un mendicante, non fosse stato per la fierezza del suo sguardo e per le sue collane di rudraksha. Quelle stesse collane che ora porto io. Ma io non vidi la sua figura, notai solo l’aura luminosa che lo circondava; sentii che lo conoscevo dalle mie vite passate, e provai subito un irresistibile attrazione nei suoi confronti. Lui stava partendo per Hardwar, ed io decisi di seguirlo. Avevo undici anni. Tornai al villaggio con lui, lo presentai ai miei genitori, e chiesi il permesso di seguirlo, per intraprendere la via spirituale; loro mi dettero la loro benedizione, ed una banconota da venti rupie per il viaggio. Da allora non ho più rivisto né loro, né i miei cinque fratelli. Giunti ad Hardwar, dopo qualche mese Chetan Giri si è ammalato gravemente di tubercolosi. Nel breve tempo trascorso insieme, mi ha insegnato a leggere ed a scrivere. Usavamo una copia della Baghavad Gita, con la rilegatura ormai sfatta dal troppo uso, ed a cui mancavano diverse pagine. Il giorno prima di morire mi ha dato l’iniziazione e trasmesso il mio mantra segreto, raccomandandomi di andare sulle montagne dell’Himalaya, dove prima o poi avrei incontrato il mio posto”  Il Baba si è qui interrotto, mentre una lieve ombra attraversava il suo volto. Ma dopo pochi istanti, ha ripreso a parlare:
“ Io non mi sono perso d’animo, mi sono fatto un bastone di bambù, eccolo – dice tirandolo fuori da sotto il suo giaciglio e mostrandomelo – ce l’ho ancora, e senza scarpe e con le poche cose che il Guru mi aveva lasciato, ovvero una coperta di lana, una lota ed il trisul,  ho intrapreso a piedi la strada delle montagne. Dio solo sa quanto abbia camminato. Gli anni si succedevano l’uno all’altro, ed io vagavo per monti e valli, visitavo templi ed asceti. Non dormivo mai più di tre notti nello stesso luogo. Spesso ho trascorso le notti nel cuore della foresta, circondato dai rumori degli animali e confortato solo dal fuoco, imparando a vincere le paure che nascono nelle oscurità del nostro essere. Vivevo dell’elemosina della gente. Non mangiavo tutti i giorni, ma non me ne preoccupavo, se Baghwan mi aveva dato i denti, pensavo, mi avrebbe ben dato anche il cibo. Ho continuato ogni giorno a leggere ed a meditare sulla Baghavad, e molto ho imparato da quel libro. Ma gli insegnamenti più profondi mi sono venuti dalla Natura, dall’immensità delle montagne, dal candore della neve, dalla forza dei fiumi, dagli sconfinati cieli stellati. Dopo molti anni di pellegrinaggio, un giorno sono arrivato quassù. Ho sentito subito che questo era il mio posto. Il Baba che viveva qui, accudendo al tempio, se ne era appena andato, e la gente di Urgham mi ha chiesto di restare. Non so più quanto tempo è passato da allora, ricordo solo che avevo i capelli neri, e che non mi era ancora cresciuta la barba. Non mi sono più mosso da Kalpeshwar, ed in tutti questi anni  non sono mai andato più lontano di Urgham“.

(…) Oramai è più di un mese che sono a Kalpeshwar. Il Baba non vorrebbe più mandarmi via, ed ogni giorno mi fa rimandare la partenza. Il primo di dicembre ho un appuntamento a Benares con Luca, e siamo già al 23 di novembre. Rimarrò un’altra settimana. La mattina che sono partito, mi sono recato di buon’ora a salutarlo. Abbiamo fumato, e mi ha preparato la colazione, chiaccherando dei miei progetti di viaggio. Volevo lasciargli un regalo, un mio ricordo. Avevo un bellissimo braccialetto di argento, con un grosso turchese verde incastonato al centro, uno dei primi lavori di Beppe, il quale me lo aveva regalato prima della partenza. Me lo avevano pennato un po’ tutte le persone che avevo incontrato, in particolare i Sadhu, tutti me lo avevano chiesto in regalo. Me lo levai dal polso e lo detti al Bengali Baba. Lui lo guardò attentamente, rigirandolo più volte tra le mani, poi se lo provò, ed infine mi disse, restituendomelo:
Ti ringrazio di cuore. E’ un braccialetto stupendo, come pochi ne ho visti. Però non saprei cosa farmene, e quindi è meglio che lo tenga tu! “ 

Urgham. Sullo sfondo l'Ama Dablam
Una delle due candele, sottoposta alla corrente d’aria che entra dagli approssimativi infissi della finestra, è bruciata completamente da una parte, e sta volgendo al termine. Fa molto freddo, nonostante il fuoco acceso. Intorno, il mondo resta identico a se stesso, nel buio denso delle notti himalaiane. Il mio diario è terminato. Sto per riporre il quaderno, quando mi accorgo che dall’altro lato ci sono un paio di pagine scritte. Non è la mia calligrafia, e sono in inglese. Incuriosito, rimando il sonno e ricomincio a leggere:

Kalpeshwar, settembre 1980.
" Questo paese mi affascina sempre di più! C’è una energia tangibile che aleggia nell’aria. Dio lo avverti dappertutto, non è relegato come da noi nelle fredde chiese, qui è uno spirito che pervade ogni azione, ogni gesto umano, ogni lembo di natura. La anarchia totale che impera nelle relazioni umane, che tanto mi ha infastidito appena messo piede in India, mi sembra ora semplicemente stupenda, divertente. E più in profondità, appare come un modo per affrontare la vita senza preconcetti, come se rinascesse in ogni momento, e non richiedesse alcuno schema per essere affrontata. E’ un mese oramai che sono arrivato, ma è come se fosse trascorso un secolo. I giorni trascorsi quaggiù mi hanno fatto rivedere la mia esistenza dipanarsi rapida come un film, ne hanno cambiato la prospettiva, ed io sono molto diverso dal Pavel di un mese fa. Ho conosciuto un mondo di cui ero ben lontano dall’immaginare l’esistenza.
Ripenso divertito alla sensazione di disagio che ho provato appena sbarcato all’aeroporto di Delhi. I volti impassibili ed impossibili dei doganieri, la moltitudine di uomini dai capelli impomatati e dai baffi lustri, magrissimi e dalle gambe gracili, che mi squadravano di sottecchi, con mal simulata indifferenza. In coda per tutto, dogana, bagno, cambio dei soldi. I bagagli che non arrivavano mai. E tutta quella gente fuori, appiccicata alle vetrate, che mi faceva cenni, sembrava aspettare solo me… Poi il caos di Delhi, gli ingorghi continui di macchine, biciclette, mucche e pedoni, i clacson multisuono che impazzano, lo smog asfissiante. Le interminabili attese negli uffici per regolarizzare i permessi per la mia ascensione, con l’impiegato che se ne va a fare colazione quando arriva il mio turno. L’estenuante contrattazione con quel grasso ometto dell’agenzia che mi ha procurato guida, portatori, ed organizzato la logistica. Ma quando infine siamo partiti, e lasciata la pianura abbiamo oltrepassato Rishikesh, il film è completamente cambiato, fuori e dentro di me. Ogni cosa che mi si parava davanti era immensa: le montagne, i fiumi, gli alberi. La devozione di quei poveri pellegrini in cammino a piedi verso Gangotri, alcuni scalzi e poco vestiti per affrontare i rigori del clima di montagna, era commovente. C’è stato un preciso istante in cui ho cominciato a sentirmi anche io come parte di questa enorme energia, in cui l’intrigante ed infinito mondo indiano mi è entrato dentro. Ora mi sento molto forte e determinato. E penso di potere affrontare nel migliore dei modi la scalata che mi attende. Sono arrivato a Kalpeshwar per osservare lo Shivling dal davanti, e farmi una idea della via da seguire. I portatori e la guida sono a rimasti a valle, e dopodomani, finalmente, avvicinamento alla montagna, ed inizio dell’avventura!
Questo posto è veramente fuori dall’ordinario. Uno dei luoghi più belli che abbia mai visto. Anche il Baba che vive qui mi è parso una persona di notevole statura, nonostante la sua estrema semplicità. Ieri ho trascorso buona parte del pomeriggio con lui. Gli ho raccontato ciò che avevo intenzione di fare. Ho voluto chiedergli cosa ne pensasse del fatto che stessi per andare in cima ad una montagna, dove gli indù credono che vivano gli dei. Lui mi ha risposto così:
Non ci vedo niente di male a volere andare a trovare gli dei a casa loro. Ma devi fare molta attenzione, perché a volte essi sono invidiosi degli uomini. Invidiano loro l’unica cosa che essi non hanno, e di cui peraltro gli uomini farebbero volentieri a meno: la possibilità di morire. Solo l’uomo può diventare un eroe, od un santo, solo lui si può giocare la vita nelle cose in cui crede…Sì, mi rendo conto che l’invidia appare molto poco divina. Oltretutto genera in continuazione ostacoli, che gli dei frappongono sul cammino degli umani. Ma anche gli dei sono un riflesso della verità, non sono la verità stessa! Stai molto attento, mi raccomando, quando salirai in cima
Le parole del baba mi hanno in parte rincuorato, ma anche inquietato…”
Seguono alcune note in una lingua sconosciuta. Quindi la pagina si conclude:
“Buona permanenza in questo paradiso, a chiunque leggesse queste mie parole.
Pavel “

Il sonno finalmente arriva. E’ ancora buio quando mi risveglia lo scampanellare del Baba, che si avvia cantando al Mandir, per la puja mattutina. Prima dell’alba è già sceso al fiume per lavarsi, come ogni mattina, nonostante la cecità. Io resto adagiato nel sacco a pelo, fa ancora troppo freddo per alzarsi. Intorno, niente si è mosso nella Natura addormentata, solo il fiume continua a suonare il suo spartito monotono, tutto il resto è fermo. Penso a Pavel, cerco di immaginarlo. Ho sempre sognato di salire in cima ad una di quelle alte vette himalaiane. Il desiderio di vedere il mondo dall’alto, di toccare il cielo, di essere vicino a Dio…So per certo che non lo farò mai, e l’idea di qualcuno che è passato da questo stesso posto, che ha scritto quelle poche note sul mio quaderno, me lo fa sentire molto vicino, come un amico caro, anche se sconosciuto.
Le prime luci del mattino filtrano dalle ampie fessure della porta, e decido che è l’ora di attivarsi e di affacciarmi al nuovo giorno. Esco dalla camera e mi lavo il viso alla fontanella. L’acqua è marmata, leva quasi il fiato, ma è un contatto alfine piacevole, che annulla in un istante ogni pensiero. Il Baba è nella sua stanzetta, è il momento in cui recita le preghiere del mattino. Come suo solito, andrà avanti molto a lungo, quindi non lo disturbo, e decido di andare al villaggio per fare spesa. Mentre scendo verso Gangaji, mi soffermo a rimirare il paesaggio oltre il fiume: una piccola montagna con il profilo ellittico si offre ampia allo sguardo. C’è una sorprendente varietà di vegetazione che la ricopre. Querce ed ippocastani, noci e rododendri, cipressi e tassi si contendono spazio e luce, ogni albero ha una sua forma contorta, le foglie riflettono felici la luce del sole, i rami sono coperti di licheni che pendono lunghi ed attrigati come barbe. Attraversato il ponte, mi incammino sul sentiero incassato nel fondo valle, costeggiato da felci ed arbusti bagnati dalla guazza del mattino. D’improvviso un gran fracasso di rami e fronde accompagna l’arrivo di un gruppo di langoor, le nobili scimmie dal muso nero, dalla lunghissima coda e dalla pelliccia grigiastra, che saltano allegramente da un albero all’altro. Sorrido ricordando la prima volta che le ho viste, alcuni anni prima, nei boschi di rododendro del Nepal. Ero solo, loro erano distanti, le intravedevo piuttosto confuse tra le piante: credetti fossero dei grossi felini, e presi un notevole scagazzo. In realtà, il langoor è un animale molto timido, selvatico, ben diverso dalle tremende scimmie rosse che infestano le città, sempre pronte a rubare cibo ed oggetti vari addirittura dalle mani dell’uomo, di cui non hanno alcun timore, anzi, talora diventano pure aggressive. Una volta, in un alberghetto di Hardwar, mi svegliai nel cuore della notte, con una scimmia rossa  entrata dalla finestra, nonostante la rete protettiva, che stava sfogliando attenta e compita il dizionario di hindi che avevo sul comodino.
Tra il tempio ed il villaggio c’è una mezz’ora tonda tonda di cammino. La mulattiera scorre prima in un boschetto di rododendri che se ne scendono quasi fino al fiume, e poi attraversa, laddove la valle si riapre, i campi coltivati, delimitati da bassi muretti a secco e da arbusti spinosi, che servono ad impedire l’ingresso agli animali. Gli uomini si stanno avviando al lavoro: alcuni portano in spalla un rudimentale aratro di legno, altri hanno alla corda coppie di buoi pacifici, che avanzano caracollando con gran lentezza. I bambini, prima di andare a scuola, compiono il loro primo dovere, portando la loro cesta di letame dalle stalle fino ai campi; alle donne toccano le zappe, i panieri con il pranzo, gli orci con l’acqua. E’ il momento di arare e concimare, per preparare la semina del grano.
Il dukan è una delle prime case del villaggio, vagamente intonacata a calce, di un solo piano, con una porta a quattro ante, due di esse chiuse a metà. All’esterno troneggia un bilanciere grande e robusto, per pesare i sacchi pesanti. La stanza all’interno è piccola e piuttosto buia, così che perlomeno l’abbondante fauna endemica del luogo resta celata alla vista. Poche le merci, solo l’essenziale. Ci sono alcune balle di juta al suolo, che contengono i generi di largo consumo: riso, farina, zucchero, lenticchie, patate. In due bidoni di latta è mantenuto l’olio di mostarda ed il ghee, venduti, come d’altronde quasi tutto, sfusi. Alle pareti, disordinatamente posti su scaffali di legno grezzo, si trovano sigarette, beedi, candele, penne e poche altre cose. In un contenitore di vetro sul bancone invecchiano alcuni pacchetti di biscotti Glucose ParleG, con l’involucro annerito ed impolverato dalla lunga permanenza. Ovviamente, visto che quassù la corrente elettrica non è ancora arrivata, non c’è alcun frigorifero. Il negoziante è un ragazzo giovane e sveglio; tra poco chiuderà per riaprire verso il tramonto, che nel frattempo anche lui deve andare a lavorare nei campi. Compro un po’ di cose da mangiare, e poi incensi, sigarette, candele, ed una buona scorta di batterie per la vecchia radio del Baba: so che gli farà piacere, ama molto ascoltare la musica. Devo insistere alquanto per avere un misero chilogrammo dei meravigliosi fagioli locali, grandi e di molti colori: bianchi, rossi, neri, violetti. Quest’anno la produzione è stata assai scarsa, e quindi si impone pure una bella contrattazione sul prezzo. Lalu, il dukandar, quando gli dico che sono ospite del Baba, mi da pure un comandol pieno di latte (il comandol, da riportare quanto prima!), ed un bel pezzo di charas da portargli in omaggio, insieme ai suoi saluti.
Giunto al tempio, mi dirigo subito alla capanna del Baba. Lui è seduto al suo posto, dietro ad una montagna di farina che sta impastando per fare i chapati. Il bianco candore della farina, le fiamme rossastre del fuoco, il nero delle pareti come sottofondo, e lui al centro della scena, danno una sensazione di unità assoluta, di purezza primigenia di forme e colori.
Jae Chambod, Maharaj” – lo saluto
“Ao, beto!” – mi risponde, illuminandosi in volto – “Chai pio?” – aggiunge subito.
Va bene! ”.
Entro e mi accomodo sulla destra, appoggiando i miei acquisti ad un fianco del Baba, che sembra non curarsene molto, fatta eccezione per il latte e la charas, di cui si mostra alquanto sorpreso. Dal lato opposto del duni, lo vedo solo ora, è seduto un uomo già in là con gli anni. Ha grandi baffi bianchi che terminano con le punte arricciate, il volto segnato di rughe, gli occhi nerissimi. Mi saluta, dice di chiamarsi Ramesh; lo saluto a mia volta e mi presento.
Oltre ai pellegrini venuti da lontano, mai molto numerosi, i valligiani salgono spesso al Tempio per il darshan, ma soprattutto a visitare il Baba. Alcuni vogliono solo trascorrere un po’ di tempo in pace, rilassarsi nell’accoglienza e nella serenità che ispira quest’uomo, magari fumarsi un paio di cylom, ed allontanarsi per un attimo dalla dura vita quotidiana. Altri arrivano per raccontare i propri problemi, familiari o di salute, o di dispute tra vicini, o quant’altro, ed a chiedere i suoi consigli. Lui si mantiene uguale verso tutti, per tutti ha una parola di conforto e di aiuto; a volte diventa duro, quando le cose raccontate lo necessitano, ma terminata la cazziata, si apre inesorabilmente in un sorriso. Ognuno porta qualcosa: un sacco di farina, o del riso, oppure lascia qualche rupia. Il sostentamento del baba dipende solamente dalla generosità degli altri: lui non ha nulla, mangia solo se gliene portano. Nella valle il Bengali Baba è considerato un grande saggio. La sua non è tanto una saggezza metafisica, quanto una saggezza molto umana, che dà riposte umane ai problemi materiali di ogni giorno, dettati dall’ignoranza quanto si vuole, ma purtroppo assai reali. Per quanto in India si possa tenere separato ciò che attiene alle categorie del materiale e dello spirituale.
In men che non si dica, il te è pronto. Come sempre, a temperatura proibitiva. Così, mentre aspetto che si raffreddi, mi tornano alla mente le ultime pagine del quaderno.
Baba, si ricorda di Pavel?
Si” – mi risponde senza pensare – “Era un ragazzone biondo che è passato di qua alcuni anni indietro. Veniva da un paese europeo che non ricordo, e che non avevo mai sentito nominare. Era un alpinista. E’ rimasto qui alcuni giorni. E’ morto mentre saliva la sua montagna
Da queste parti ne abbiamo parlato a lungo” – si intromette Ramesh – “E’ partito da solo e  non è più tornato. Dopo tre anni, una spedizione giapponese ne ha ritrovato il corpo, ad una cinquantina di metri dalla vetta. Non si sa neanche se l’abbia raggiunta, la cima. Chi l’ha visto, appena riportato a valle, perfettamente conservato dal ghiaccio, dice che avesse il sorriso sulle labbra

Sono oramai sopra le nuvole, è un mare sterminato di forme morbide e rotonde, che nascondono il mondo…Emergono solo le vette più alte, gli splendidi campioni della terra. Sopra di me lo Shivling è una piramide perfetta… Il cielo è stracarico d’azzurro, lo posso quasi toccare… le linee che separano terra aria e cielo sono nette…ogni cosa è al massimo della sua perfezione… Non c’è più spazio per i dubbi, a questo punto devo solo andare… mi sento un tutt’uno con quello che mi circonda, mi sento vicino alla cima, al culmine della mia forza e della vita…

Pavel Schwartz, cecoslovacco (1958 – 1980). Caduto durante l’ascensione dello Shivling. Requiescat in pace

La mulattiera tra Urgham e Kalpeshwar

Resterò un altro paio di settimane a Kalpeshwar, leggendo, camminando nei boschi e nelle valli vicino al tempio, facendo lunghe chiaccherate con il baba. Avrei potuto tranquillamente passarci il resto della mia vita in questo posto,  credo che il mio percorso sarebbe stato ben differente e, forse, sarei stato felice. Ma non ne ho avuto il coraggio.
La voglia di muovermi, di ricominciare il viaggio, si impadronisce di me. Non so bene dove andare, mi piacerebbe restare a girovagare per l’Himalaya, e mi consiglio con il Baba. Lui mi indirizza su un cammino di pellegrinaggio, il “Panch Kedar Yatra”, che lui ha percorso in gioventù, e me ne racconta la storia:
Finita la battaglia di Kurukshetra, i Pandava, vittoriosi sul campo contro i loro cugini, i Kaurava, sentirono il bisogno di espiare i loro peccati: avevano infatti versato il sangue dei propri familiari, ed addirittura ucciso dei Bramini. Si misero così alla ricerca di Shiva, per ottenere la sua benedizione ed il suo perdono. Andarono prima alla città santa di Varanasi, la città favorita del dio, ma non lo trovarono. Shiva era rimasto piuttosto irritato dalla storia di quella guerra e, non avendo nessuna intenzione di ricevere i Pandava, aveva assunto la forma di un toro (Nandi), e si era nascosto nelle montagne himalayane del Garwhal. I Pandava se ne andarono allora nell’Himalaya. Bhima, che era il secondogenito dei cinque fratelli, si mise a cavallo di due montagne, e da quella posizione cominciò a cercare Shiva. Vide così un toro che pascolava vicino a Guptakashi, e riconoscendolo come Shiva, lo afferrò per la coda e per le gambe posteriori. Il toro riuscì però a divincolarsi e scomparì sottoterra. Il suo corpo, riprese le sembianze del dio, riapparve più tardi, diviso in cinque parti, in differenti luoghi: a Kedarnath riemerse la schiena, a Tungnath le braccia, l’ombelico e lo stomaco riapparvero a Madhyamaheshwar, la faccia a Rudranath ed, infine, la testa ed i capelli proprio qui, a Kalpeshwar. I Pandava costruirono un tempio in ognuno dei cinque luoghi per venerare la grandezza di Shiva, e furono così perdonati dei loro terribili peccati. Le gambe – termina sorridendo il Baba – quelle non sono più riapparse, ma in compenso ce le mettono i pellegrini che compiono il faticoso percorso!
Sarà il primo vero pellegrinaggio della mia vita. Un’esperienza di sogno, cinquecento chilometri in solitudine tra boschi e montagne, incontrando personaggi favolosi. Grazie, Baba!
Quando sono andato a salutarlo prima di partire, Bengali Baba si è alzato ed è venuto ad abbracciarmi.
Sono stato felice di incontrarti ancora – dice – In questi giorni ho imparato molte cose da te. Che Baghwan guidi i tuoi passi, nel pellegrinaggio e nella vita. E che tu possa trovare, un giorno, quello che veramente cerchi ”. In mano ha un involto di stoffa arancione.  Questo è per te – aggiunge, consegnandomelo –  E’ la Bhagavad Gita che apparteneva al mio Guru. Io non posso più leggerla. Prendila tu e fanne buon uso!
Resto ammutolito, non so cosa dire, come ringraziarlo. Mi carico lo zaino in spalla e, piangendo e ridendo come un ebete, mi metto in cammino.

 
L’anno scorso, estenuato dalla routine della mia vita, e sciolta la promessa che avevo fatto a mia madre, di non muovermi dall’Italia finchè lei fosse viva, ho preso un anno sabbatico; come prima cosa sono andato tre mesi in India, e mi sono subito fiondato nelle montagne dell’Himalaya del Garwhal. Erano ben sedici anni che mancavo. Dicono che l’India sia un paese in rapido cambiamento, all’inizio di un processo di moderno sviluppo, che stia diventando una potenza economica. Sarà, ma basta allontanarsi dalle strade e salire sulle sue montagne, per accorgersi che ben poco è cambiato. L’inerzia divina e della Natura è ancora talmente forte da resistere alle lusinghe della modernità e del consumismo. Non so quanto a lungo potrà durare, ma per ora è così.
Dopo essere stato a salutare il Cedro sacro di Wan, ho incontrato Armando, un caro amico che mi ha regalato l’India, ed insieme siamo saliti fino al tempio di Kedarnath, per poi passare un paio di settimane nella beatitudine dell’ozio a Triyuginarayan, spersi in un mare di nuvole e di alte montagne innevate. Ogni giorno, lassù, mi veniva in mente il Bengali Baba. Mi dicevo che sicuramente non c’era più, troppo tempo era passato, e lui era già assai vecchio l’ultima volta che l’avevo visto. Ma pensavo anche che Kalpeshwar era piuttosto vicina da dove mi trovavo, insomma, si fa per dire, due giorni di autobus, ed un altro a piedi, e che quindi avrei potuto farci un salto, giusto per verificare se fosse ancora vivo. Non potevo lasciare le montagne, e l’India, con quel dubbio.
Così una mattina ho salutato l’ Armando, e sono partito alla volta di Helang, il villaggio dove si lascia la strada asfaltata che porta a Badrinath, e si inizia la salita per Kalpeshwar. Hanno costruito un nuovo ponte sull’Alaknanda, con i suoi bei pilastri di cemento, ed aperto una rotabile sterrata che giunge fino ad Urgham. L’inizio dello “sviluppo”; l’inizio della fine. Decido comunque di andare a piedi, e mi avvio verso il vecchio ponte sospeso, incurante dei segnali esagerati che mi fa un ragazzo dalla strada. Ed in effetti il ponte si interrompe nel bel mezzo, ne mancano una decina di metri buoni. Torno così indietro ed attraverso deluso il nuovo ponte.
La giornata è soleggiata, fa caldo. Salgo rapidamente nella pineta, sorpasso Urgham, mi avvicino a Gangaji.  Ancora una volta, niente sembra cambiato, ma sento che non è così. Appena attraversato il ponte sospeso prima della scalinata finale, vedo sulla destra il trisul del Bengali Baba piantato a terra, e capisco…Poco sopra, accanto ad una curva della mulattiera, incontro il suo samadhi. Il samadhi è una tomba come le nostre, riservata a contenere le spoglie dei Baba particolarmente importanti ed illuminati. Bengali Baba ha lasciato il corpo dieci anni fa, nel 2002, ed ora riposa all’ombra degli alberi in quel luogo che tanto ha amato, dove ha trascorso trenta anni della sua vita in preghiera e meditazione, spendendosi per il bene degli altri. Da lì può ancora “vedere” Gangaji che scorre impetuosa poco distante, da lì può ancora sentire le campane del Mandir.
Salgo fino al tempio, ed entro. Tutto è uguale, ma il luogo è orfano della sua presenza. La porta della sua capanna è chiusa con un lucchetto. Ne sono contento, sarei rimasto male a trovare qualcuno al suo posto. In India, il rispetto esiste sempre.
Ritorno al samadhi. Accendo incensi per il Baba, ho raccolto per lui anche dei fiori selvatici, resto un paio d’ore seduto. Prima di andare, lascio anche un bel pezzo di charas, di quello buono.
Mi fermo a dormire ad Urgham, e la mattina salgo per un ultimo saluto, poi riscenderò a valle, non ho voglia di restare al tempio senza di lui.
Il pezzo di charas non c’è più!  Credo proprio che se lo sia fumato lui durante la notte.
Ag Bom, Ag Bom, Dimak Bhajai Shiv Shankar, Baba Bom, Baba Bom. Jae Shankar, Bengali Baba !”

Bambini di Urgham
E’ sempre difficile tradurre in parole i sentimenti che proviamo per le persone, descrivere le sensazioni che ci suscitano. Spesso la cosa è complicata dal fatto che i nostri sentimenti non sono affatto puri ma, come per tutte le vicende umane, galleggiano tra il bene ed il male, tra l’altruismo e l’egoismo. Non è così per Bengali Baba. Da questa persona, resa curva e cieca dagli anni, per come lo ricordo l’ultima volta che l’ho visto, emanava un’aura luminosa di amore puro. L’incapacità di rendere di lui un’immagine reale, in questo caso è solo mia. Ricordo con tanto affetto e nostalgia la sua semplicità,  la sua generosità e gentilezza, la sua compassione e la sua saggezza, ma anche la durezza del suo sadhana, e lo spirito con cui lo affrontava. In vita mia non ho mai conosciuto una persona simile. Dopo mio padre, che è venuto a mancare troppo presto nel tormentato cammino della mia esistenza, è l’unico uomo o donna di cui ho accettato l’autorità morale e gli insegnamenti, a cui mi sono abbandonato senza paura. Non sono assolutamente in grado di giudicare a che punto si trovasse nel suo cammino verso la luce, ma l’immagine che me ne resta è quella di un uomo che si è spinto fino ai limiti delle possibilità umane, che ha sviluppato al massimo la condizione dell’essere uomo. La libertà, innanzitutto, la libertà, che il modo più semplice di raggiungerla sta nel non avere nulla e nel non desiderare nulla.
Alcune volte in India ho percepito che la Verità non era molto distante da me, e che era il mio livello di coscienza a non farmela conoscere. Magari solo per non essere stato in grado di capire la lingua di chi mi parlava. Un’inadeguatezza della mia coscienza, appunto, comunque fosse. Perché, come ebbe a dirmi una volta il Bengali Baba, la conoscenza, la verità, l’universo intero, tutto è già dentro di noi, come i germi di una malattia, che aspettano solo le condizioni idonee per manifestarsi.     

“ Gli uomini portano in se stessi le chiavi che aprono porte e finestre, ma non se ne servono. 
Hanno paura di perdersi. Vogliono restare ciò che essi chiamano
 “se stessi”.  Amano le proprie menzogne e la propria schiavitù.
Hanno l'impressione che, senza i propri limiti e le sofferenze
che questi rappresentano, non esisterebbero affatto.
Ecco perchè la strada è tanto lunga e difficile"

(Kalpeshwar 1986 – Il Demonio 2013)


Kalpeshwar
L'ingresso al Mandir di Kalpeshwar

2 commenti:

  1. leggere il tuo post appena scritto quassu tra le cime innevate e le nuvole bianche è stata un emozione bellissima...grazie francesco, grazie di cuore

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  2. grazie amico mio le tue parole mi hanno emozionato molto e fatto riassaporare sensazioni provate in quel fantastico paese che è l'INDIA. NAUCAVALA

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