domenica 27 ottobre 2013

Il Matrimonio di Merisana


 Larice in estate. Parco del Gran Paradiso

Un tempo lontano, sull'altopiano del Lastoi de Formin, nei pressi di Cortina, vivevano le Ondine, abitatrici di fiumi e boschi. La loro Regina si chiamava Merisana ed il suo regno si estendeva dal monte Cristallo fino alla montagne azzurre dei Duranni. Merisana era bellissima ma, nonostante possedesse tutto ciò che si può desiderare, era infelice al pensiero della sofferenza che opprimeva troppe creature di questa terra. Un giorno il Re dei Raggi, passando per quei luoghi, vide Merisana e se ne innamorò subito, e dopo solo sette giorni le chiese di sposarlo. La fanciulla acconsentì alle nozze, a condizione che il Re donasse la felicità a tutti gli esseri viventi: non doveva essere più abbattuto nè un singolo albero, nè ucciso un solo animale, e nessuno, uomo donna o bambino, si sarebbe più dovuto lamentare a causa della sofferenza. 
Il Re dei Raggi si consultò con i suoi saggi consiglieri, i quali gli risposero che la cosa non era fattibile, e questo riferì alla Regina. Lei chiese allora che almeno nel giorno delle sue nozze, tutti sulla Terra potessero essere felici. Ma neanche questo desiderio appariva realizzabile. Merisana, alquanto rattristata, si rassegnò a limitare ancora la sua richiesta: "Mezzogiorno è l'ora che più mi piace. Ci sposeremo a mezzogiorno, ed almeno per un ora tutti saranno felici: uomini ed animali, alberi e fiori"
Il Re non poteva chiedere di più, così mandò notizia a uomini, animali, alberi e fiori che il giorno dopo ci sarebbero state le nozze e che ogni pena sarebbe stata alleviata. Tutti si rallegrarono e per gratitudine le piante fecero sbocciare i fiori più belli, e gli uomini e gli animali li raccolsero per portarli a lei. I fiori e le fronde furono così tanti che non si sapeva più dove metterli; allora due nani della montagna li raccolsero e ne fecero un albero. Fu così che nacque il Larice. L’albero non era però vitale in questa forma, così Merisana si tolse il velo da sposa, di un tessuto fine color verde acqua, e con esso avvolse l'albero, il quale iniziò subito ad attecchire al suolo e ad inverdire.
Tutti si meravigliarono di quell'albero, ed in effetti il Larice è il più strano tra tutti gli alberi. Pur essendo una conifera, in autunno i suoi aghi ingialliscono e cadono come le foglie delle latifoglie. Ciò dipende dal fatto che il Larice è stato creato con i rami ed i fiori di tante piante diverse. Quando a primavera si risveglia, si può ancora vedere il leggero velo da sposa di Merisana attorno ai suoi rami, coperti di teneri e sottili aghi.

       Leggenda delle Dolomiti
 
Larice in inverno. Sestriere



giovedì 24 ottobre 2013

La Foresta dei Violini


Foresta di Paneveggio. Sullo sfondo le Pale di San Martino







La Foresta di Paneveggio è uno dei tanti tesori paesaggistici, naturalistici e culturali custoditi dalle Dolomiti. Adagiata sulle pendici superiori della Val di Fiemme e della Valle di Primiero, si estende su di una superficie di 2.700 ettari, compresa tra i 1.450 ed i 2.050 metri di altitudine; amministrativamente ricade nei Comuni di Predazzo, Tonadico e Siror, tutti situati nella Provincia autonoma di Trento. Dal 1967, anno della sua istituzione, fa parte del Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino.
La vegetazione arborea segna il dominio incontrastato, perlomeno fino ai 1.900 mslm, dell’Abete rosso o Picea (Picea abies), con stupendi esemplari, anche plurisecolari, che raggiungono e superano i 40 metri di altezza. Alla picea si accompagna poco Larice (Larix decidua), più abbondante alle quote superiori e, sempre alle altitudini maggiori, il Pino cembro (Pinus cembra), che si spinge fino al limite della vegetazione arborea. L’abete rosso trova qui le migliori condizioni ecologiche per prosperare, e per produrre una discendenza di giovani piantine laddove eventi naturali, o tagli mirati eseguiti dall’uomo, aprendo la copertura del vecchio soprassuolo, ne permettono l’insediamento.

Abete rosso (Picea abies Karst.)
La foresta ha una lunga storia: fu per secoli proprietà dei Conti del Tirolo, come citato in ordinanze forestali del 1651 e del 1698. Nel 1847 Ferdinando I, imperatore d’Austria, riconobbe il diritto di proprietà dei conti tirolesi, stabilendo nel contempo che alcune porzioni di bosco potessero essere dati in proprietà ai Comuni, come risarcimento per gli antichi diritti di servitù. La parte che restò di proprietà tirolese, transitò nel 1919 allo Stato italiano, con il trattato di Saint Germain; nel 1951 la proprietà passò quindi alla Regione autonoma Trentino Alto-Adige, ed infine, nel 1973, con il secondo statuto di autonomia, fu attribuita alla Provincia Autonoma di Trento. Circa 700 ettari di foresta provengono invece dalle proprietà comuni ed indivisibili della Magnifica Comunità di Fiemme, una istituzione politico amministrativa autonoma, del tutto particolare, risalente addirittura al XII secolo. Attualmente, è il Servizio Parchi e Foreste Demaniali della Provincia Autonoma di Trento che ne cura la gestione economica e la sorveglianza, oltre ad occuparsi delle fasi della trasformazione e vendita del legname tramite la segheria demaniale di Caoria. Il legno ottenuto da queste foreste, come da altre, trentine e del Cadore, veniva utilizzato nei cantieri navali della Serenissima Repubblica di Venezia: circa due secoli fa, a causa dell’intenso sfruttamento dei veneziani, la superficie boscata di Paneveggio si ridusse a circa un terzo di quella attuale.

Il Lago di Paneveggio
La Foresta di Paneveggio è conosciuta da quattro secoli come la Foresta dei Violini, perché da alcuni tronchi particolari di abete rosso si ricava il legno con cui vengono costruite le tavole armoniche (la faccia superiore della cassa armonica) dei violini e degli altri strumenti ad arco (viole, violoncelli e contrabbassi), oltre che, sebbene in misura minore, di chitarre e pianoforti. Paneveggio non è l’unico luogo dove si trova questo preziosissimo legno, che è infatti prodotto anche nella foresta di Tarvisio e del Latemar, in alcune località svizzere e dei Monti Carpazi, ed in Germania, nella Foresta Nera e nell’Erzgebirge. Ma la superiorità dell’abete rosso di Paneveggio è sancita dalla scelta dei grandi liutai italiani del ‘600 e del ‘700, primi tra tutti Antonio Stradivari e Nicolò Amati, che con questo legno realizzarono i loro inarrivabili strumenti. Si racconta che Stradivari si aggirasse ogni anno, talvolta in pieno inverno, tra i boschi di Paneveggio, per scegliere personalmente il legno per i propri strumenti, cosa che d’altronde ancora oggi fanno numerosi liutai (parte del legname è infatti venduto direttamente sul letto di caduta, di modo che gli utilizzatori  possano provvedere per conto proprio alla depezzatura ed alla stagionatura del materiale, vaya pignoleria!). Quanto ciò corrisponda a verità, o piuttosto non sia leggenda, non è dato sapere: una delle poche evidenze è riportata da Aldo Zorzi nel suo libro “Strenna Trentina”, dove narra un aneddoto che avrebbe coinvolto un suo antenato. Pare che il Maestro nella primavera nel 1719, mentre si recava a Paneveggio per una delle sue periodiche visite, si trovasse a passare per la località di Bellamonte, quando vide dei muli che stavano trasportando delle travi destinate alla costruzione di una baita. Avendo intuito che una di quelle travi aveva una qualità musicale eccezionale, fermò gli animali, e chiese al contadino di vendergliela. Il contadino sul momento non voleva privarsi di quel trave, che aveva già gli incastri per la sovrapposizione, e che gli serviva subito. Ma Stradivari insistette tanto che convinse l’uomo a venderglielo, pagando un bel gruzzolo di lire veronesi, ed a conservaglielo fino all’anno successivo nella sua baita.
Parte della straordinaria qualità musicale dei suoi violini è dovuta al fatto che gli alberi utilizzati erano cresciuti in un'epoca climaticamente assai fredda, molto più di quella attuale, fattore che aveva conferito a quei legni caratteristiche acustiche di assoluta perfezione.
 
Fustaia di Abete rosso. Paneveggio