martedì 10 maggio 2016

La Piccola Ghianda Verde


Nel settembre dell’anno scorso mi hanno sostituito l’articolazione dell’anca, usurata per il troppo camminare, con una protesi metallica. Quattro giorni dopo l’operazione sono stato  caricato su un’ambulanza, e trasferito in una clinica per la riabilitazione in quel di Impruneta, vicino Firenze. Il luogo era molto bello, immerso nel verde di pini, querce e tante altre piante. Come succede a molti di noi, prima di quel giorno non avevo mai trascorso più di un’ora in un ospedale, per recarmi in visita ad amici e parenti ammalati. Questi templi del dolore restano accuratamente nascosti alla quotidianità di gran parte di noi. Sono luoghi dove la vita, spesso appesa ad un filo, talora vegetativa, altre volte oramai alla fine, si esprime con una potenza che non immaginavo affatto, nel bene e nel male. Tanta sofferenza, tanta umanità, i racconti dei compagni di degenza, pieni di sentimenti, di nobiltà, di tragedie e di piccolezze, di rimpianti e di dolci ricordi. Un’esperienza forte, bella e triste, di cui fatico ancora oggi a parlare senza che gli occhi si inumidiscano. Ho nel cuore i volti e le storie di quelle persone che tanto mi hanno dato, a volte ho pensato di raccontarne alcune, ma una sorta di pudore me lo impedisce.

L’ultimo pomeriggio che ho trascorso nella casa di cura stavo arrancando con le stampelle sulle stradine del parco. La mia depressione era all’apice: abituato da sempre a camminare, innamorato del lento fluire dei pensieri che diventa tutt’uno con il regolare incedere dei passi, mi sentivo rigido, menomato, come se il mio perpetuo Cammino si fosse arrestato. Ad un certo punto, su una lieve salitina che mi pareva un passo delle montagne himalaiane, ho visto al suolo, risplendente sul nero asfalto, una piccola ghianda. Era perfetta nella sua forma: rinchiusa per metà nella sua cupola, con la superficie coperta di sottili striature color verde tenero. Ho pensato che in quella minuscola cosa compatta si celava una nuova esistenza pronta a prendere essenza, con la potenza di divenire un immenso albero. Ho percepito forte il mistero della vita, che negli abitanti di quel luogo sembrava spengersi velocemente, ma che era sempre pronta a rinascere. Nei mesi precedenti l'operazione mi ero letto alcuni libri sul buddismo, come mi capita ad intervalli più o meno regolari. Secondo quella stupenda filosofia le cose non esistono di per se stesse, ma vengono “create”, perlomeno nei loro attributi, dalla nostra mente. Allora mi sono chiesto se era la mia mente che imputava a quella ghianda la capacità di nascere e di diventare albero. Mi sono risposto che comunque quello è un fatto che avviene, non sempre, ma sta nell’ordine naturale delle cose. Ed allora è sorta spontanea un’altra domanda: è per caso l’energia creatrice della nostra mente che permette alla vita presente in quella minuscola ghianda di esprimersi? Non ho trovato alcuna risposta, naturalmente. Ad ogni buon conto, ho raccolto la ghianda e con grande fatica l’ho sotterrata sul margine del bosco. Il cuore è ridiventato subito leggero. 

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