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sabato 9 settembre 2017

Palāsa Jataka


Fiori di Palāsa (Butea monosperma). Foto tratta da DOMAP, India

Il Palāsa Jataka porta il numero 370 tra le storie del Jataka Mala, l’antico testo buddista che raccoglie narrazioni didascaliche sulle precedenti reincarnazioni del Budda Sakiamuni (vedi post Storie di Alberi: il Bhadda Sala Jataka, per ulteriori approfondimenti). Esso ha come protagonista un albero di Palāsa (Butea monosperma), con il suo spirito residente, ed un albero di Banyan (Ficus benghalensis). Il Banyan (vedi Post Alberi Sacri dell'India: il Banyan, Albero dei Desideri), fa parte di un gruppo di alberi definiti come fichi strangolatori: i loro semi, ingeriti da uccelli che poi li depongono con gli escrementi sulla chioma dell’albero ospite, germogliano e crescono intorno al fusto dell’ospite, fino ad ucciderlo per strangolamento. Questo processo naturale viene utilizzato dal Buddha (il Maestro) come una metafora del peccato, che seppure piccolo, può insinuarsi nell’animo umano fino a distruggerlo.

Palāsa Jataka

Questa storia fu raccontata dal Maestro durante la sua permanenza a Jetavana, e riguarda il biasimo del peccato. Rivolgendosi ai discepoli, il Maestro disse: “Fratelli, il peccato dovrebbe essere guardato con sospetto. Sebbene possa essere piccolo come un germoglio di Banyan, il peccato può essere fatale. Anche gli antichi saggi sospettavano di qualunque cosa fosse aperta al sospetto”. E raccontò quindi una storia del passato.

Un tempo, durante il regno di Bramhadatta a Varanasi, il Bodhisattva si reincarnò in un’Oca dorata. Quando divenne adulta, andò a vivere in una grotta sulla montagna di Chittakuta nella regione himalaiana, da dove ogni giorno si recava in volo ad un vicino lago, per mangiare il riso selvatico che ivi cresceva. Sulla via che percorreva c’era un grande albero di Palāsa, e sia all’andata che al ritorno si fermava sempre a riposare sui suoi rami. Divenne così amica dello spirito che dimorava nell’albero. Un giorno un uccello, che aveva mangiato il frutto maturo di un Banyan, venne ad appollaiarsi sul Palāsa, e dopo poco lasciò cadere i propri escrementi laddove l’albero si biforcava in due distinti fusti. Ben presto in quel punto del tronco nacque un giovane e vigoroso Banyan, che crebbe rapidamente fino all’altezza di quattro piedi, coperto di fogliame verde e di germogli rossastri. L’Oca reale, vedendo ciò, si rivolse allo spirito del Palāsa, e lo avvertì : “Mio caro amico, ogni albero su cui germoglia un Banyan, viene distrutto dalla sua crescita. Non aspettare che questa piantina nata sul tuo albero cresca, o distruggerà la tua dimora. Agisci subito: sradicalo e gettalo via. E’ giusto dubitare di tutto ciò che è degno di sospetto”. Così conversando con lo spirito dell’albero, l’Oca recitò la prima strofa:

L’Oca disse al Palāsa,
“Un germoglio di Banyan ti sta minacciando:
Ciò che tu coltivi in seno,
Temo che ti spaccherà ramo per ramo”

La divinità dell’albero, non prestando attenzione alle parole dell’Oca, rispose con la seconda strofa:

“Bene! Lasciamolo crescere, e possa io essere
Di rifugio all’albero di Banyan,
Ed averne cura con l’amore di un genitore,
E ciò sia per me una benedizione”

Allora l’Oca declamò la terza strofa:

“Ho paura che sia un germoglio maledetto
Quello che allevi nel tuo seno,
Ti dico addio e me ne vado,
Questa crescita, ahimè, disapprovo”

Con queste parole l’Oca reale spiego le ali e riprese la strada per il monte Chittakuta. E non ritornò mai più. In breve tempo il Banyan crebbe, e crescendo distrusse il Palāsa, facendo cadere anche il ramo dove viveva la divinità dell’albero. In quel preciso momento, ripensando alle parole dell’Oca reale, lo spirito dell’albero pensò: “Il re delle oche aveva visto giusto e mi aveva ben avvertito, ma non ho dato retta alle sue parole!” E così lamentandosi, lo spirito recitò la quarta strofa:

“Uno spettro imponente come il Monte Meru
Mi ha ridotto in questa penosa situazione.
Disprezzando le parole dell’amica Oca,
Ora sono sopraffatto dalla paura”

In questo modo il Banyan, crescendo, distrusse completamente il Palāsa e lo ridusse ad un piccolo ceppo, e la dimora dello spirito dell’albero scomparve completamente e per sempre.

“L’uomo saggio detesta il parassita
Che soffoca le forme a cui ama avvinghiarsi,
Il saggio, sospettando il pericolo rappresentato da una malerba,
Distrugge la radice prima che produca semi”

Questa fu la quinta strofa, ispirata dalla Perfetta Saggezza.

Il Maestro, finita la sua lezione, enunciò le quattro Nobili Verità e rivelò la sua nascita: “In quel tempo,  io ero l’Oca dorata”.
Alla fine dell’esposizione, 500 discepoli ottennero la Santità.

martedì 14 giugno 2016

Bilva, l'Albero di Shiva

"Ora ascoltatemi attentamente e con devozione. Vi spiegherò la grandezza del Bilva.
Il Bilva è il simbolo di Shiva, adorato perfino dagli Dei. La sua grandezza può essere compresa solo in parte.
Qualunque centro sacro ci sia nel mondo, si situa sotto la radice del Bilva.
Colui che prega Mahadeva nella forma di Lingam posto ai piedi di un albero di Bilva, purifica la sua anima e sicuramente giungerà a Shiva.
Colui che si asperge il capo di acqua ai piedi di un albero di Bilva, sarà come se si fosse bagnato in tutte le acque sacre della terra.
L’uomo che prega  ai piedi di un albero di Bilva offrendogli fiori ed incensi, raggiunge il regno di Shiva. La sua felicità diviene grande e la sua famiglia prospera.
Colui che con devozione accende una fila di lampade ai piedi di un albero di Bilva otterrà la conoscenza della verità e l’unità con Shiva.
Colui che venera l’albero di Bilva quando è pieno di teneri germogli diventa libero dai peccati.
Colui che ai piedi di un albero di Bilva offre ad un devoto di Shiva del riso cotto nel latte e nel ghee non sarà mai povero"
Shiva Purana (Vol 1, Cap. XXII, 21  - 31)


Bel (Aegle marmelos Corr.)
Lo Shiva Lodge si affaccia direttamente sul Gange a Benares, poco lontano dal Kedar Ghat e dal suo antichissimo tempio. Si trova in una vecchia casa di bramini assai trasandata, che ha sicuramente visto tempi migliori: avrebbe bisogno di una robusta imbiancata, di una sistemazione degli infissi, di un cambio radicale di mobili e biancheria. Oltre che di una regolata all’impianto elettrico, visto che la luce è piuttosto ballerina, e se ne va per dispetto ogni volta che di notte si deve rincasare, ed immancabilmente durante la doccia, così se ne va pure l’acqua. Nonostante i suoi difetti sono oramai trenta anni che mi ci fermo quando vado a Benares, perché le finestre delle camere, ed il terrazzo al piano superiore, consentono una grandiosa vista del fiume e, soprattutto, per la superlativa cucina di Jhuma, la moglie del proprietario. Fu proprio lei, diversi anni fa a parlarmi dell’albero che cresce al centro dello stentato giardinetto prospiciente il piano basso dell’abitazione: “È un albero di Bel, sommamente caro a Shiva. A Benares ce ne sono ancora molti ed in passato tutti i templi di Shiva ne avevano uno piantato nelle vicinanze. Questo ha più di centocinquant’anni!”. Non si direbbe affatto che sia così vecchio a giudicare dalle ridotte dimensioni: solo il fusto, contorto e pieno di nodi, fessure e protuberanze, accredita la veneranda età dell’albero. Da quando la conosco, ogni mattina all’alba la donna scende all’albero per offrire al lingam, che si trova alla base del tronco, rivolto verso il fiume, ghirlande di tageti, incensi, riso ed acqua appena prelevata dal Gange. Poi si raccoglie in preghiera e meditazione accucciata ai suoi piedi. Una volta me ne ha pure cucinato i frutti nel sabji, ma non ne ricordo il sapore, sicuramente non è stato uno dei suoi piatti più riusciti!
Sebbene tutt’altro che appariscente ed imponente, anzi caratterizzato da una taglia medio piccola, il Bel (Aegle marmelos Corr.), chiamato Bilva in sanscrito, è uno degli alberi più conosciuti ed apprezzati dell’intera India. Alla sua fama contribuiscono in ugual misura l’antichissima sacralità della pianta, le potenti proprietà medicinali ed il valore alimentare dei frutti.

mercoledì 1 giugno 2016

Vite Anteriori del Buddha: Kusanali Jataka

Una storia tratta dal Jataka, l’antico testo popolare buddista che narra delle esistenze anteriori del Buddha. (vedi post Storie di Alberi: il Bhadda Sala Jataka). Kusanali Jataka è la n° 121 del primo volume, ed affronta il tema dell’amicizia. I protagonisti della Jataka sono due Spiriti che abitano in un albero ed in un cespuglio d’erba, in linea con la credenza popolare indiana che nelle piante vivano entità soprannaturali di vario genere. 




KUSANALI JATAKA

Questa storia fu raccontata dal Maestro [1] nel monastero di Jetavana [2], prendendo spunto dall’amicizia di Anatha-pindika, un ricco mercante del luogo, con un uomo di rango inferiore. Parenti amici e conoscenti di Anatha avevano cercato più volte di interrompere quell’amicizia, osservando la disparità di casta e di ricchezza tra i due. Ma il mercante rispondeva sempre che l’amicizia non doveva dipendere dalle condizioni materiali degli individui. Ed un giorno che dovette partire per un viaggio di affari, affidò la sua casa e tutte le sue ricchezze all’amico, nonostante il parere contrario dei parenti. Successe ora che una notte la casa venne visitata dai ladri, ma grazie all’astuzia dell’amico di Anatha, furono messi in fuga senza poter portar via niente. [3] Quando Anatha raccontò il pericolo che aveva corso la sua abitazione, il Maestro commentò: “Un amico nel vero senso della parola non è mai inferiore. Il fondamento dell’amicizia risiede nella capacità di aiutarsi reciprocamente. Un vero amico, sebbene di rango inferiore, dovrebbe essere considerato come superiore, poiché un tale amico non mancherà di farsi carico dei problemi che ci affliggono. Colui che ha salvato le tue ricchezze è un amico nel vero senso della parola. Nello stesso modo nei tempi antichi un amico salvò la casa di uno Spirito”. Dietro richiesta di Anatha-pindika, il Maestro raccontò quindi questa storia del passato:

sabato 11 luglio 2015

Le Origini del Culto degli Alberi in India: la Civiltà di Harappa


Laila con i suoi amici in visita all'emaciato Majnun. Dipinto su carta 1740 - 1750 ca. National Museum, New Delhi

La lunga storia degli Alberi sacri dell’India comincia ufficialmente circa 5.000 anni fa nel misterioso scenario della civiltà dell’Indo, conosciuta anche come civiltà di Harappa, dal nome di quella che fu una delle sue città più importanti. Si trattò di una civiltà assai sviluppata e progredita, fiorita nelle valli dei fiumi Indo e Saraswati (quest’ultimo scomparso in epoca imprecisata, probabilmente a causa di un tremendo terremoto), nell’area geografica attualmente a cavallo del confine meridionale tra India e Pakistan. Contemporanea delle civiltà mesopotamiche, cretesi e dell’antico Egitto, e costituita da popolazioni pre-ariane, provenienti dalle regioni orientali del Belucistan, si caratterizzò nella sua fase di massimo splendore (circa dal 2.600 al 2.000 a.C.) come la prima civiltà urbana nella storia dell’umanità. Le sue città principali, Harappa e Moenhjodaro, i cui resti vennero alla luce nel corso di scavi archeologici intrapresi a partire dal 1922, ed i numerosi altri centri urbani, non erano città stato come quelle delle culture sopra citate, ma facevano parte di un tessuto integrato, una sorta di “impero” (anche se non abbiamo alcuna evidenza di un potere temporale di tipo regale o sacerdotale), che comprendeva anche estese aree rurali, costellate di molteplici villaggi. I resti emersi dagli scavi, rivelano città dalla raffinata struttura urbanistica: costruite in mattoni e pietra, erano dotate di un efficace sistema di approvigionamento, distribuzione e scarico delle acque, e di una capillare viabilità interna, formata da ampie strade che si incrociavano ad angolo retto, e da vicoli secondari che davano accesso alle costruzioni interne. Tutte le città erano costituite da una parte alta, posta su piattaforme artificiali di terra battuta, chiamata “cittadella”, che ospitava tra l’altro  edifici di carattere religioso-cerimoniale, e da una parte bassa, destinata alle abitazioni del popolo ed alle botteghe; il tutto era circondato da mura fortificate. La popolazione urbana, che si stima in alcuni siti abbia raggiunto le 30.000 unità, si dedicava all’artigianato ed al commercio [1]; nelle aree rurali si coltivava grano, cotone, sesamo e piselli, e si allevavano animali, tra cui il bufalo ed il cavallo. Gli harappiani ebbero anche una discreta attività artistica, rivelata nelle ceramiche, nelle statuine antropomorfe o di animali, fatte di metallo o terracotta, oppure scolpite nell’avorio, nei gioielli in oro ed argento, in vari manufatti di rame o di bronzo. Elaborarono uno dei primi sistemi di scrittura dell’umanità, composta da circa 450 simboli ideografici, e che a causa della frammentarietà dei reperti pervenutici, non è ancora stata decifrata.

martedì 17 febbraio 2015

I Bishnois, la Comunità Teo - Ecologica


“Amate gli animali. Non abbattete gli alberi. E nella vita non conoscerete avversità”
Guru Jambeshwar

La fine della stagione delle piogge ha finalmente portato sollievo alla terra ed ai suoi abitanti, sfiniti da mesi di calura ed umidità. Quel giorno Amrita si è recata molto presto al lavoro nel bosco, per godersi l’ aria fresca e pulita del mattino. C’è da fare l’erba per gli animali, che dopo le piogge cresce generosa nelle ampie radure: anche le bestie aspettano cibo fresco, finalmente. Amrita è ancora giovane, ma è già madre di tre figlie. Accucciata sui talloni, muove il falcetto con movimenti regolari ed efficaci, e sembra sbrigarsela molto bene in quell'opera. Suo marito è nei campi, insieme agli altri uomini del villaggio, a preparare i terreni per la semina, la figlia grande è rimasta a casa a fare le faccende domestiche, e le due piccine sono lì con lei, che giocano sorridenti sul margine del bosco.
Ogni tanto Amrita volge gli occhi al cielo, e rimira con amore quei vecchi alberi di Khejri, le loro chiome allargate, le tenere foglioline sazie d’acqua, contenta che siano lì a farle compagnia. Non c’era stato bisogno che suo padre ed il suo maestro le avessero  insegnato il rispetto per la sacralità attribuita a quegli alberi dalla sua comunità, perché lei li amava già da prima, istintivamente. Fin quando ne aveva avuto il tempo, passava lunghe ore a giocare tra i fusti contorti, ad immaginare storie, a guardare gli uccelli rincorrersi tra i lunghi rami frondosi. Sedere alla loro ombra le riempiva sempre il cuore di gioia. La sua era una vita faticosa, ma nell’anima avvertiva chiaramente  la bellezza di sentirsi parte di una collettività, la sua comunità di persone semplici e gentili, inserita ed integrata nell’universo ristretto del suo villaggio, abbracciato e custodito da quegli antichi alberi.
D’improvviso, mentre tutte insieme si spengono le voci delle creature del bosco, un rumore di cavalli, ruote e ferraglia che giunge dal lato di ponente si fa sempre più nitido, fino a divenire assordante in quella pace. Il rumore prende rapidamente la forma di un nutrito drappello di forestieri, alcuni armati a cavallo, altri su dei grandi carri trainati da pariglie di enormi buoi, e dalle cui fiancate pendono accette seghe e funi. Si fermano in un’ampia radura; gli uomini scendono dai carri, e prendono i loro attrezzi da taglio. Amrita non è la sola persona del villaggio nel bosco quella mattina, ma è la prima a farsi incontro alla comitiva ed a chiedere cosa stessero facendo.
“Siamo qua per tagliare il bosco – risponde sprezzante uno degli uomini armati – Ordine del Maharaj”.
“Ma come – osa la ragazza, nonostante la paura che le infondono quegli estranei – Questo è un bosco sacro, questi sono i nostri amati alberi sacri!”.
Un cavaliere elegantemente vestito, che sembra il capo della spedizione, si fa avanti, ed estratta una piccola borsa da sotto il mantello, le si rivolge con tono stizzito:
“Ringraziate la generosità del Maharaj, invece di protestare! Questo denaro è per tutti voi. Non stiamo rubando niente, stiamo semplicemente comprando la vostra legna”.
“Come si può vendere qualcosa che appartiene a Dio? – risponde accorata Amrita – non vogliamo i soldi, vogliamo continuare a vedere i nostri alberi, verdi e vivi come sempre!”
Il cavaliere, visibilmente contrariato, le si fa incontro con aria minacciosa. Ma Amrita è molto svelta, quindi si volta, e nel tempo di un respiro scompare nel bosco. Sa correre veloce, così in pochi minuti raggiunge il villaggio, e senza riprendere fiato urla ai quattro venti cosa sta succedendo. Qualcuno corre a chiamare gli uomini nei campi, e poco dopo i paesani sono riuniti nella piazza. Ci sono tutti: uomini e donne, vecchi e bambini. Senza indugio si dirigono verso il luogo dei boscaioli. Ai margini della radura tre alberi sono già stati abbattuti; altri due si stanno inclinando sotto i colpi dei taglialegna, in procinto di fare la stessa fine. Gli occhi dei paesani si incrociano stupiti, impauriti, smarriti. I boscaioli ed i soldati ridono e si fanno beffe di loro, continuando la loro opera di distruzione. Quand’ ecco che Amrita corre verso un albero che sta per assaggiare il ferro della scure, e lo abbraccia stretto.
“Se un albero può essere salvato al prezzo della mia vita, allora questo è un buon affare per me!” -  grida la donna.
Animati dal suo gesto, tutti i paesani corrono allora ad abbracciare gli alberi. I taglialegna si guardano tra loro, esitano, e posano a terra gli attrezzi da taglio. Ma i soldati non esitarono. Amrita fu la prima a cadere, decapitata da un colpo di accetta. Al tramonto nessuno era rimasto in piedi: né gli alberi, prontamente caricati sui carri e portati via, né gli esseri umani, che giacevano morti a terra, ancora abbracciati alle ceppaie orfane dei loro tronchi, il rosso del sangue ed il verde della linfa mescolati, come un amaro pianto della terra ferita, in un unico immenso sacrificio. 

domenica 1 febbraio 2015

Un Banyan sacro nella descrizione di Pietro Della Valle, viaggiatore del 17° secolo


Murale lungo il Gange a Varanasi





Dopo questa breve introduzione, ho inserito il testo integrale della descrizione di un Albero sacro dell’India, risalente al 1623, opera del viaggiatore Pietro della Valle. Si tratta di un Albero di Banyan (Ficus benghalensis) che Della Valle incontra poco fuori la città di Surat, in Gujarat, non lontano da dove vive oggi il Banyan conosciuto come Kabir Vad (vedi Post:I Grandi Banyan dell’India). Non si tratta quasi sicuramente dello stesso albero, distanza temporale a parte, visto che Kabir Vad vive, rispetto a Surat, sulla riva opposta del fiume Narmada e Della Valle, solitamento prolisso, non avrebbe tralasciato certo di descrivere questo particolare. Pietro della Valle (1586 – 1652) fu uno scrittore romano di nobile famiglia; nell’anno 1614, in seguito ad una delusione amorosa, partì in nave da Venezia per un viaggio che lo porterà fino in India, attraverso il Medio Oriente, la Mesopotamia e la Persia, e che lo vedrà di ritorno a Roma solamente 12 anni dopo, nel 1626. Della Valle raccontò il suo viaggio in una serie di 54 lettere inviate all’amico Mario Schipano. Il testo qui presentato è tratto da una ristampa del 1843, intitolata, a proposito di prolissità, “Viaggi di Pietro Della Valle il pellegrino, descritti da lui medesimo in lettere familiari all’erudito suo amico Mario Schipano, divisi in tre parti cioè: la Turchia, la Persia e l’India. Colla vita e ritratto dell’autore”. La lettera è la prima della terza parte, quella intitolata “L’India ed il ritorno in patria”.
Dallo scritto traspare un malcelato disprezzo verso una cultura di cui credo che il buon Pietro, forte della convinzione sulla indiscussa superiorità del pensiero e della religione europea, avesse compreso ben poco. Nonostante ciò la descrizione dell’albero sacro, e dei riti popolari compiuti al suo cospetto, risulta un documento storico estremamente interessante, che attesta di fatto l’immutabilità nel tempo di riti ed offerte, perlomeno da quell’epoca ai nostri giorni. Alcuni passi sono anche divertenti, in particolare verso la fine, dove Della Valle risolve il mistero della “fecondazione assistita” (dall’ albero stesso, o da chi per lui). Ho volutamente mantenuto la disquisizione, invero poco pertinente, intorno al seme della pianta di Betel (Areca catechu), da cui il mitico Pan, che gli indiani masticano continuamente, sapendo di fare cosa gradita ai molti che conoscono ed amano l’India.

“Da un’altra parte della città, pur fuori dal recinto delle case, in un largo che vi è, si vede un grande e bell’albero, di quelli che io vidi già nelle marine della Persia presso ad Hormuz, e che scrissi allora chiamarsi colà lui, ma qui lo chiamano ber (antico nome del Banyan). I gentili del paese l’hanno in gran venerazione, per la sua grandezza ed antichità: e lo visitano, e l’onorano spesso con le lor superstiziose cerimonie, come caro, al creder loro, e dedicato ad una lor dea che chiamano Parveti (Parvati, consorte di Shiva); la quale tengono esser moglie di Mahadeu (Mahadeva, uno dei nomi di Shiva), uno de’ maggiori lor numi, da me, se non fallo, altre volte mentovato. In una banda del tronco di questo albero, poco alto da terra, hanno scolpito rozzamente un circolo rotondo, che non ha forma alcuna di vero viso umano; ma, secondo la lor grossolana applicazione, il viso del loro idolo rappresenta. 

mercoledì 6 agosto 2014

Il Cedro di Gatotkacha, l'Invincibile Guerriero


Il Lingam in fronte dell'Albero di Gatotkacha. Manali, Himachal Pradesh

Manali è un piccolo paese delle montagne himalaiane, nello stato indiano dell’Himachal Pradesh. E’ situato nel fondo valle del fiume Beas, da un lato del fiume stesso: una valle ampia, che si sviluppa per diverse decine di chilometri, chiusa da due ali di montagne affilate, dai fianchi ripidi ed altissimi. Il Beas nel periodo estivo, gonfio delle acque che provengono dallo scioglimento delle nevi, diventa una massa di energia liquida spaventosa, che scorre velocissima con rumore di tuono, rimbalzando con gran schiumeggio sugli enormi macigni del fondo. Con il nome di Vipash, il Beas è già citato nel Rig Veda, ed in effetti queste terre fanno parte da tempi lontanissimi della geografia sacra dell’India, tanto da essere conosciute come la Terra degli Dei. Manali stesso deve il suo nome a Manu, che nella tradizione indù è considerato il capostipite del genere umano, in pratica il primo uomo della terra. A partire dagli anni ’80, Manali è diventata per gli indiani un ambito luogo di turismo, anche grazie alla sua apparizione in numerose pellicole di Bollywood, in particolare per le giovani coppie in viaggio di nozze. Con il boom economico che sta vivendo il paese, il turismo nazionale è letteralmente esploso, portando alla costruzione di abitazioni, seconde case, ristoranti, hotel e resort di lusso, rigorosamente in cemento armato, con il conseguente stravolgimento dell’originario assetto urbanistico, e la rarefazione delle originali case di legno a due piani, con le stalle al piano terra e le abitazioni a quello superiore,  e con i tetti coperti di sottile pietra grigia. Manali è divenuto anche il trafficato punto di partenza dei 470 km della terribile strada che conduce a Leh, in Ladakh, che con i suoi 5 passi intorno ai 5,000 metri e gli sconvolgenti paesaggi attraversati, promette emozioni ed avventura.

Una delle mete d’obbligo per chi visita Manali, è il Tempio di Hadimba (o Hidimba) Devi, la quale insieme a Manu è la divinità tutelare del paese. Posto più in alto rispetto al centro, sorge all’interno di un bel parco di cedri dell’Himalaya, alcuni dei quali secolari ed enormi, intercalati da aiuole allietate da cespugli di ortensie azzurre e da gladioli multicolori. L’atmosfera del parco concilia serenità e devozione: ai molti turisti indiani corrispondono venditori di chincaglierie varie, donne che lavorano a maglia completini per bambini, venditori di zafferano, bambini con rugginose piccole bilance a pagamento, carrettini del gelato, conduttori di yak bianchi e neri, ansimanti per il troppo caldo, su cui fotografarsi seduti, donne con più maneggevoli conigli bianchi dal lungo pelo, sempre per le fotografie dei turisti.

Il Tempio di Hadimba Devi
Nella sua forma attuale il Tempio, monumento nazionale, risale al 1553: costruito interamente di legno, ha pianta quadrata, con tre tetti sovrapposti tipo pagoda, ed un cono terminale, quest’ultimo in materiale metallico. La facciata ed i montanti di finestre e porte sono finemente scolpiti con rappresentazioni di divinità, di danzatori e di figure varie; alle pareti esterne sono appese diverse paia di corna di toro e capra. Il sancta sanctorum si trova  poco sotto il livello del pavimento, ed è costituito da una minuscola cavità rocciosa, coperta da una pietra naturale, con una piccola murti della Dea. Ai lati della scalinata di accesso, due enormi cedri deodara, probabilmente contemporanei dell’edificazione del Tempio, si elevano dritti e possenti fino a toccare il cielo.

La storia di Hadimba è narrata nel Mahabharata che, insieme al Ramayana, è la principale opera epica della letteratura indù. Durante le loro peregrinazioni, i cinque fratelli Pandava, e la loro madre, Kunti, si trovarono ad attraversare una foresta dove viveva e spadroneggiava un terribile rakshas (una sorta di demone dei boschi), di nome Hadimb, il cui cibo preferito era la carne umana. Questi inviò sua sorella, Hadimba, affinché uccidesse e gli portasse i corpi dei Pandava. Ma quando Hadimba giunse al cospetto dei fratelli, si innamorò subitamente di Bheema, il più forte dei cinque, e desistette dalla sua missione. Il fratello, infuriato per la disobbedienza, giunse sul luogo ed ingaggiò un violento combattimento con Bheema, che lo sconfisse e lo uccise. In seguito l’eroe accettò di sposare Hadimba e di avere un figlio con lei. Nacque così Gatotkacha, il cui nome significa letteralmente vaso senza capelli, a ricordare la sua testa pelata, a forma di ghatam, un tipo di percussione in terracotta dell’India del Sud. Appena nato, il bambino si trasformò in un possente giovane, e venne istruito dai Pandava nell’arte della guerra, diventando un guerriero invincibile. Dopo questi fatti, Hadimba rimase nel luogo dove sorge il tempio, assorta in una vita di meditazione e penitenza, sino a divenire una Dea. Gatotkacha avrà invece un ruolo fondamentale nella vittoria dei Pandava nella battaglia finale di Kurukshetra. Venute oramai meno le antiche regole di cavalleria, quando nel corso della battaglia si cominciò a combattere anche di notte, Gatotkacha, che in virtù della progenitrice rakshasi vedeva le sue forze centuplicarsi di notte, e grazie ai suoi poteri magici, da solo uccise un incredibile numero di nemici, diventando un incubo per le schiere dei Kaurava. Al punto che Duryodhana, il maggiore tra i cento fratelli Kaurava, chiese a Karna di abbatterlo utilizzando l’arma divina che esso possedeva, Amogh, donatagli dal dio Indra. Quest’arma poteva però essere utilizzata una sola volta, e Karna l’aveva riservata per Arjuna, il più valoroso dei Pandava: impiegandola per uccidere Gatotkacha, niente poté più contrastare l’impeto di Arjuna, e la battaglia volse decisamente in favore dei Pandava.

Il Cedro di Gatotkacha

Gatotkacha, il cui culto è piuttosto diffuso in tutta la valle, viene ricordato e venerato presso un albero sacro che vive ad un centinaio di metri dal tempio di sua madre. Si tratta di un Cedro dell’Himalaya (Cedrus deodara), pianta il cui legno, dotato di eccezionali doti di resistenza e durevolezza, ben si presta a rappresentare l’eroico guerriero. Non è un albero di particolare imponenza, anzi è ancora piuttosto giovane, non avendo più di 70/80 anni, ed è quindi presumibile che sia stato piantato in seguito, magari in sostituzione di un precedente esemplare venuto meno, visto che il culto di Gatotkacha in questo preciso luogo è considerato antichissimo. (E considerato anche che i templi in India non vengono mai spostati di ubicazione). La base del cedro è incorniciata da una piattaforma quadrata con i lati di bruttissimi mattoni a vista (il tempio è stato restaurato nel 1997). Sulla piattaforma, addossato al tronco, vi è un lingam di pietra scura, e tutt’intorno sono disposti gli accessori che caratterizzano normalmente gli alberi sacri: rappresentazioni di divinità, incensieri, lumini ad olio, offerte di fiori e cocco deposte di fresco, drappi di stoffa colorati e campane appese ai rami. Ma la maggior parte delle offerte deposte ai piedi dell’albero, sono del tutto particolari e singolari. Si tratta di un intricato groviglio di coltelli e lame di ogni tipo e foggia, disposto intorno al tronco, accompagnati da altri oggetti di ferro, tra cui numerosi trisul (il tridente, uno dei simboli di Shiva), oltre a sagome in lamiera di figure umane, chiavi, chiodi, tondini da cemento armato e quant’altro. Alcuni chiodi sono conficcati direttamente sul tronco; ad una certa altezza da terra fanno mostra di se due piccole sciabole incrociate, di provenienza inglese. 

Coltelli e ferri alla base del cedro di Gatotkacha

Se l’offerta di armi da parte dei devoti può essere letta come un giusto tributo al valore dell’antico guerriero, bisogna ricordare che in queste montagne è ancora viva la superstizione che il ferro tenga lontana ogni tipo di disgrazia, e la conseguente pratica di conficcare chiodi negli alberi e di offrire loro oggetti di ferro. Caratteristiche sono poi le graziose rappresentazioni in miniatura di case, realizzate sempre in lamiera, e le corna di capra sospese al tronco. All’albero vengono tributati anche sacrifici animali, galline e capre, secondo un’usanza che purtroppo si mantiene ancora in alcune zone delle montagne indiane. 

Ai piedi dell'Albero di Gatotkacha
 

 

venerdì 7 marzo 2014

Il Neem, Albero della Buona Medicina


Albero di Neem (Azadirachta indica). Orchha, Madhya Pradesh





Dove cresce il Neem, non c’è posto per la morte e per la malattia (Antico proverbio indiano)

Una mattina di tanti anni fa, durante uno dei miei primi viaggi in India, chiesi ad un anziano signore, seduto placido e beato sotto un grande albero, con lo sguardo rivolto verso la chioma, che specie di pianta fosse quella. “E’ un Neem – mi rispose gentilmente – E’ la farmacia del nostro villaggio. Sto aspettando che apra”. La seconda parte della frase mi sembrò alquanto bizzarra. Rimasi comunque a fare due chiacchiere con il vecchio, e dopo poco nella strampalata chioma dell’albero apparve un gruppetto di scimmie rosse, che si misero insieme a rosicchiare dei rametti. Vuoi il rosicchiamento, vuoi il peso e l’agitazione degli ospiti, alcuni rametti si spezzarono e caddero ai piedi del tronco. Il vecchio allora si alzò, li raccolse, li mise accuratamente in una borsa di tela, mi salutò sorridendo e se ne andò verso i fatti suoi. 
Il Neem è sicuramente una delle piante più conosciute ed amate dell’intera India, oltre che delle più utili ed apprezzate, in virtù delle sue straordinarie proprietà. Come ebbi a leggere su una pubblicità di un periodico locale: “Il Neem vi assicura la copertura medica dalla culla alla pira funeraria”. Enunciato efficace, ed indiscutibilmente vero. Da almeno 4.000 anni le foglie, i frutti, i semi, i fiori e la corteccia del Neem, o loro estratti e derivati, sono utilizzati non solo come medicinali, efficaci nel trattamento di numerosissime malattie dell’uomo e degli animali, ma anche per produrre cosmetici, dai saponi ai moderni dentifrici, ed in campo agricolo, per combattere le malattie parassitarie delle piante, come ammendante per il terreno, e per conservare i prodotti alimentari.

mercoledì 29 gennaio 2014

I Grandi Banyan dell'India


Il fiume Narmada. Sullo sfondo, nella metà destra, la chioma di Kabir Vad. Bharuch, Gujarat.


“Ho cercato un uomo corrotto, ma non ne ho trovato alcuno. Allora ho cercato dentro me, e l’ho trovato nel mio io” (Kabir Das)

Quello che segue è un resoconto parziale del viaggio che ho fatto in India per le recenti vacanze natalizie, in buona parte dedicato alla ricerca dei grandi Banyan del Paese. I quattro Alberi da me scelti sono disseminati per mezza India, talvolta poco conosciuti fuori dalle loro zone, faticosi da raggiungere, e non sono che una parte di quelli che varrebbe la pena conoscere. 
(Per le caratteristiche generali del Banyan, vedi Post Alberi Sacri dell’India: ilBanyan, Albero dei Desideri)

Il primo grande Banyan abita ad una trentina di chilometri da Bangalore, e da questa città comincia il mio viaggio. Bangalore si trova nel sud dell’India, conta quasi tre milioni di abitanti, e da tempo si è costituita come polo informatico del Paese. Qui si concentra buona parte del terziario avanzato dell’India, ed anche molti call center internazionali, delocalizzati quaggiù dai paesi ricchi del mondo. L’aeroporto è nuovissimo, ancora in fase di ultimazione, c’è una autostrada a sei corsie che conduce in centro, gli shuttles sono autobus Volvo nuovi di pacca. La città intera è un cantiere a cielo aperto: si sta costruendo la metropolitana sopraelevata, ed i palazzi nuovi, di foggia occidentale, spuntano come funghi. La zona centrale è completamente sventrata: oltre alla metropolitana, è prevista la realizzazione della nuova stazione degli autobus. Il traffico è insostenibile a qualunque ora, il caos è indescrivibile. La città è oramai al collasso ecologico: l’inquinamento da gas di scarico costringe i poliziotti che dirigono, si fa per dire, il traffico, ad indossare mascherine protettive, che rendono incomprensibile il loro continuo vociare. Quei densi fumi grigi in una giornata mi provocano il mal di gola.  Montagnole di plastica varia giacciono ai lati delle strade, in attesa di essere bruciate la notte. L’innata propensione indiana all’anarchia, si è qui tramutata in un parossismo acustico di clacson e motori sfiniti, che mette a dura prova qualunque pazienza. La storia si ripeterà non solo nelle grandi città che dovrò attraversare per raggiungere i miei alberi, ma anche nei centri minori, città da cinquantamila abitanti, che solo venti anni fa sarebbero state delle oasi di tranquillità.

venerdì 17 maggio 2013

Alberi Sacri dell'India: il Bodhi Tree, Albero dell'Illuminazione del Buddha


Albero e Tempio della Mahabodhi visti da nord. Bodhgaya, India
Una notte dopo l’altra Gautama meditò ai piedi dell’albero di Peepal, facendo splendere la luce della consapevolezza sul suo corpo. Da tempo i cinque amici l’avevano abbandonato, ed erano rimasti a praticare con lui la foresta, il fiume, gli uccelli e le miriadi di insetti che abitano la terra e gli alberi. Suo fratello nella pratica era il grande albero di Peepal. Siddharta alzò gli occhi. La stella del mattino si levava all’orizzonte, vivida come un diamante. Quante volte l’aveva guardata sedendo sotto l’albero di Peepal, ma ora era come se la vedesse per la prima volta. Aveva lo stesso bagliore, lo stesso sorriso trionfante dell’Illuminazione. Siddharta guardò la stella del mattino e, colmo di compassione, esclamò: “Tutti gli esseri hanno in sé i semi dell’Illuminazione, eppure affoghiamo nell’oceano di nascita e morte per migliaia e migliaia di esistenze!”.


Siddharta Gautama, colui che sarebbe diventato il Buddha, “il Risvegliato”, nacque intorno al 563 a.C. a Lumbini, luogo dell’attuale Regno del Nepal. Siddharta era un principe, figlio di Suddodhana, re del clan dei Sakya, e di Mayadevi. La regina morì otto giorni dopo il parto, ed il piccolo fu allevato dalla zia materna, Gotami, trascorrendo la prima parte della vita a Kapilavastu (anch’essa, probabilmente, nell’attuale Nepal), capitale del regno. Già prima della nascita, i santi della città avevano predetto che quel bambino sarebbe diventato od un condottiero invincibile, oppure un grande maestro, il quale, scoperta la via della Liberazione, la avrebbe insegnata a tutti gli uomini. Siddharta pare fosse dotato di una intelligenza eccezionale: all’età di 14 anni conosceva i Veda, ed eccelleva in tutti i campi dell’arte, delle lettere, della filosofia e della matematica. Secondo la tradizione, da tre incontri, con un vecchio, con un malato, e con un corteo funebre, Siddharta prende coscienza della sofferenza inerente alla condizione umana. Ritiene che i Veda e la religione che propongono, basata su inni, preghiere e sacrifici, e peraltro incrostata dall’avidità della casta sacerdotale, che si pone come intermediaria necessaria tra l’uomo e Dio, non risolva affatto il problema della sofferenza umana. Mosso da una splendida Compassione nei confronti di tutti gli esseri viventi, e stimolato da un quarto incontro, con un asceta, il giovane principe vede crescere dentro di sé la necessità di dedicare la propria vita alla ricerca di una Via, di un modo per eliminare la sofferenza. Suo padre, il quale ovviamente voleva che un figlio così dotato gli succedesse alla guida del regno, fece di tutto per distoglierlo dalle sue inclinazioni spirituali. Sebbene a malincuore, Siddharta acconsente a sposarsi con una cugina, Yasodhara, ed avrà anche un figlio, Rahula. Ma all’età di ventinove anni prende la sua decisione: nel cuore della notte abbandona la moglie ed il figlio addormentati e varca i confini del regno. Dopo avere scambiato i suoi regali vestiti con quelli poveri e dimessi di un cacciatore, e rasati i lunghi capelli, si diresse  verso est. Per più di cinque anni visse da asceta, alternando una semplice vita nella foresta dedita alla meditazione, allo studio presso alcuni dei maestri spirituali più famosi dell’ epoca, di cui realizzò completamente gli insegnamenti. Nessuno di essi conduceva però ad eliminare definitivamente la sofferenza, e capì che doveva cercare da solo la chiave del problema. Credendo allora che la liberazione della mente passasse attraverso l’annullamento del corpo e dei suoi desideri, si ritirò in una grotta del monte Dangsiri, ad una mezza giornata di cammino dal villaggio di Uruvilva, iniziando un periodo di rigido ascetismo, che durerà per sei mesi. Il suo corpo si ridusse a pelle ed ossa, devastato dall’ascesi estrema. Comprese che neppure la mortificazione del corpo portava da nessuna parte, e decise di scendere al villaggio, di ricominciare a nutrire e ad accudire il proprio corpo, e di proseguire con altri modi la sua ricerca. Un giorno, infine, sedette sotto un albero di Peepal nella foresta, come era solito fare da alcuni mesi, sopra un cuscino di erba Kusha, determinato a non alzarsi fino a quando non avesse raggiunto il proprio scopo. E fu proprio sotto quel Peepal che, dopo sette giorni di meditazione perfetta ed ininterrotta, in una notte di luna piena del mese di Vaisakha (aprile – maggio), all’età di circa 35 anni, Siddharta Gautama raggiunse l’Illuminazione, e divenne il Buddha. Spese altri 49 giorni in prossimità dell’albero, in meditazione e beata contemplazione, e poi se ne partì, per insegnare a chiunque fosse disposto ad ascoltarlo la strada che conduce alla liberazione dalla sofferenza.

Buddha Sakyamuni.  Mahabodhi Temple. Bodhgaya, India
Nalaka prese la parola: “Venerabile Buddha, siamo davvero felici che tu ci insegni la Via della Consapevolezza. Sujata mi ha raccontato che hai meditato sotto il Peepal per sei mesi e che proprio questa notte hai ottenuto il grande risveglio. Venerabile Buddha, quest’albero di Peepal è il più bello della foresta. Possiamo chiamarlo l’’Albero del Risveglio’, l’’Albero della Bodhi’? La parola bodhi ha la stessa radice di buddha, e significa risveglio”.

(Il corsivo anteriore, così come il paragrafo che apre il Post, sono tratti dallo stupendo libro “Vita di Siddharta il Buddha” di Thich Nhat Hanh, edito da Ubaldini, a cui rimando chi volesse approfondire la vita e gli insegnamenti del Buddha).

domenica 25 novembre 2012

Alberi Sacri dell'India: il Banyan, Albero dei Desideri

Da sinistra: pagina superiore delle foglie, frutto, pagina inferiore delle foglie di Banyan


“ Come l’enorme albero di Nyagrodha è compresso in un piccolo seme,
così al momento della sua dissoluzione l’intero universo
è compresso in Te, o Vishnu.
Così come il Nyagrodha germina dal seme e diventa prima un piccolo germoglio,
per innalzarsi quindi verso l’alto,
così il mondo procede da Te, e si espande in grandezza “
(Vishnu Purana)

Appartenente alla stessa famiglia (Moraceae) e genere, il Banyan (Ficus benghalensis L.) condivide con il Peepal (vedi post Alberi Sacri dell’India: il Peepal, Albero della Vita) non solo diverse modalità di vita e caratteristiche botaniche, ma anche la devozione e l’amore degli indiani, ed il primato tra gli alberi sacri. Originario del sub-continente indiano e del Pakistan, è stato diffuso dall’uomo in tutta l’Asia tropicale, ed altrove: numerose sono le piante, per esempio, che vivono a Mauritius, giunte al seguito della folta comunità indiana immigrata nell’isola.

Banyan nelle campagne di Orchha. Madhya Pradesh, India
La caratteristica più appariscente della specie (anche se non esclusiva, poiché tipica di altri taxa del genere Ficus) è la produzione costante e massiccia di radici aeree, che si originano dai rami degli individui adulti. Queste crescono lentamente verso il basso, sfruttando anche l’umidità presente nell’atmosfera, finché giungono al suolo e vi penetrano, diventando, per aspetto e funzione, un vero e proprio fusto. Il significato del nuovo tronco non è tanto quello di formare un albero indipendente, quanto di fungere da sostegno alla crescita e all’espansione in orizzontale della branca che lo ha generato. In questo modo il Banyan si allarga continuamente verso l’esterno, potendo l’area coperta dalla chioma raggiungere dimensioni incredibili: diviene un “albero foresta”, composto da un grande fusto centrale, e da innumerevoli fusti secondari, a guisa di colonne di un tempio, di dimensioni ed età variabili. Le particolari modalità di accrescimento ne fanno una tra le specie con maggiori dimensioni della chioma al mondo. Lo stesso tronco principale appare come un amalgama fatto di costole spiralate, ex radici aeree che vi si sono saldate durante la loro discesa. 

Ficus benghalensis: radici aeree giovanili, in fase di discesa

Ficus benghalensis: radici aeree adulte, "radicate"
Nel “Chandra Bose Botanical Garden “ di Shibpur, a Calcutta, abita un Ficus benghalensis di oltre 200 anni di età, formato, all’anno 2005, da 2.880 radici che hanno raggiunto il suolo; la sua chioma ha una circonferenza di 450 metri, e copre una superficie di quasi 14.500 metri quadrati. La tradizione vuole che questo albero sia nato nel 1782 da un seme depositato da un uccello su una palma da datteri: le radici, crescendo lungo il fusto della palma, la hanno completamente avvolta e quindi uccisa. In effetti, è questa un’altra peculiarità del Banyan, che lo annovera nel gruppo dei cosiddetti “strangler figs” (fichi strangolatori), piante i cui semi sono capaci di germinare nelle fessure dei rami della chioma di altre piante (od anche nelle crepe di edifici o rocce; vedi anche, sull’argomento il post AlberiSacri dell’India: il Peepal, Albero della Vita). Un altro grande Banyan, chiamato Kabir Vad, vive su di un'isola del fiume Narmada, a nord di Bombay: in uno scritto del 1780 era già accreditato di oltre 600 anni, con più di 3.000 radici aeree, e circa 600 metri di circonferenza. Si dice anche che abbia ospitato sotto le sue fronde l’armata di settemila uominidi Alessandro Magno, durante la sua campagna d'India.

giovedì 14 giugno 2012

Alberi Sacri dell'India: il Peepal, Albero della Vita

Foglie di Peepal (Ficus religiosa Linn.)


Con le radici in alto, ed i rami in basso
sta l’eterno Aswattha,
le cui foglie parlano come i canti vedici:
colui che lo conosce, conosce i Veda.

In alto ed in basso si estendono i suoi rami,
alimentati dai modi dell’esistenza,
i suoi germogli sono gli oggetti dei sensi,
le sue radici si prolungano in giù nel mondo degli uomini, legate alle azioni

(Baghavad Gita, Cap XV, 1-2)

Questi versi della Baghavad Gita decretano l’importanza dell’ Aswattha, antico nome sanscrito dell’albero oggi chiamato Peepal (Ficus religiosa Linn.), nell’ambito del pensiero filosofico indiano. Il Peepal diviene qui simbolo dell’Albero della Vita (ma in altri contesti è l’Albero Cosmico o l’Albero della Creazione), le cui radici risiedono nell’Essere Supremo, il Brahman, ed i cui rami rappresentano il mondo fenomenico, secondo una immagine già presente nella Katha Upanishad, componimento del sesto secolo avanti Cristo.

Albero secolare di Peepal (Ficus religiosa) - Bodh Gaya, Bihar
Il Peepal, effettivamente, è stato ed è tuttora il più importante tra gli alberi sacri dell’India, per la venerazione popolare di cui è fatto oggetto, per la quantità di citazioni nei Libri Sacri, per tradizioni e leggende che lo riguardano. A detta del caro amico Bandu, anzi, il Peepal ed il suo parente stretto, il Banyan (Ficus benghalensis Linn.), sono gli unici due alberi sacri dell’India. Limitazione inesatta, ma che la dice lunga sulla popolarità di queste due stupende specie arboree. Dalle pendici inferiori dell’Himalaya alla lontanissima estremità meridionale del subcontinente indiano, attraverso le grandi pianure del Gange e gli altopiani centrali, giovani alberi e possenti vegliardi secolari punteggiano villaggi e città, proteggono templi, marcano incroci di fiumi e di strade, costeggiano sentieri, estremamente amati e rispettati da tutti. Sono tenuti in tale riverenza dagli  indiani, che non possono essere tagliati o danneggiati: spesso i loro rami caduti accidentalmente, restano al suolo per decenni, completamente intoccati. Esemplari oramai compressi nelle forme dalle costruzioni adiacenti, ed asfissiati dal terribile traffico cittadino, resistono impavidi anche nel cuore dei grandi centri urbani, quali Delhi e Calcutta. Nei villaggi di campagna, e quasi ogni villaggio ne ha almeno uno, possono sviluppare immense chiome ed enormi tronchi, spesso dipinti di arancione o di giallo, ed oltre che di devozione e preghiera divengono anche luogo di incontro tra persone, o di semplice riposo alla loro densa ombra. Singolare è il fatto che, per quanto mi è dato di conoscere, il Peepal non forma boschi puri di una qualche estensione, ma ha invece una diffusione puntiforme, per esemplari solitari, e sempre collegata ad ambiti antropizzati, siano città templi o luoghi sacri. Come se fossero divenuti a pieno titolo parte della comunità, come se avessero abbandonato il mondo vegetale per entrare nel mondo degli uomini.

Peepal con murti di Durga sulla riva sinistra del Gange ad Hardwar
La prima raffigurazione conosciuta che riguarda la sacralità degli alberi, è in uno dei sigilli rinvenuti a Moenhjo Daro, città culla della civiltà pre-ariana della Valle dell’Indo, databile tra il quarto ed il terzo millennio avanti Cristo, e rappresenta per l’appunto un albero di Peepal stilizzato, con una Dea dalle lunghe corna sotto le sue foglie. 

Sigillo di Moenhjo-Daro. Terzo millennio avanti Cristo
E’ possibile supporre che in quella remota epoca il Peepal fosse legato ai riti di fertilità e ne costituisse un simbolo: questo legame è comunque rimasto ben saldo nel corso dei secoli, tanto è che ancora oggi nei villaggi dell’India rurale a lui si rivolgono, con preghiere ed offerte, le donne che non riescono ad avere figli, perché conceda loro il dono di una discendenza .

Questa immagine è un eloquente esempio della straordinaria tolleranza religiosa degli indiani. Ci troviamo a Bodh Gaya, a cinquanta metri dall'Albero dell'Illuminazione, nel cuore sacro del Buddismo. Nonostante ciò, alla base di questo Peepal si ergono tranquillamente le statuine di alcune divinità Hindu (Ganesh, Shiva e Parvati, Shiva)