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lunedì 23 settembre 2013

Il Castagno Miraglia


Castagno Miraglia. Camaldoli (Arezzo)

Ad una ventina di minuti a piedi dall’Abbazia di Camaldoli (il comune è quello di Poppi, la provincia Arezzo), raggiungibile per mezzo di un ripido sentiero, si erge questo superbo esemplare di Castagno (Castanea sativa). L’albero campeggia nel mezzo di un ampio pianoro, la località si chiama Metaleto, ed è quasi l’unico superstite di un antico castagneto da frutto, di cui sono ancora visibili le grandi ceppaie morte. Intorno si è fatto il vuoto per una decina di metri, aiutato anche dall’opera dell’uomo, che ha provveduto a cingerlo con uno steccato di pali, ovviamente di castagno. E’ conosciuto come “Castagno Miraglia”, in onore della contessa Elena Mazzarini Miraglia, moglie del commendator Nicola Miraglia, che fu direttore generale del Ministero dell’ Agricoltura alla fine dell’ottocento. Si racconta che la nobildonna avesse fatto mettere un piccolo tavolino e due sedie all’interno della grande cavità interna dell’albero, e che vi trascorresse lunghe ore a ricamare. Il tavolino è rimasto a lungo all’interno della pianta, ed è stato tolto solo al momento della costruzione del recinto. Il Castagno Miraglia ha una circonferenza alla base di circa 12 metri (8,8 ad una altezza da terra di 1,3 metri, laddove si misurano normalmente gli alberi), ed una altezza di quasi 20 metri. Come detto, il tronco presenta un’ampia cavità al suo interno, che si spinge ad un’altezza di una decina di metri. L’età è alquanto incerta, e gli sono attribuiti dai 300 ai 500 anni. La sua chioma è assai rada, formata da pochi rami secondari, sviluppatisi dal vecchio tronco; la pianta non sembra essere molto vigorosa, senz’altro molto meno delle foto di fine ottocento che la ritraggono coperta di denso fogliame. 

Castagno Miraglia.  La base del fusto

Castagno Miraglia. Porzione media del tronco
Castagno Miraglia. Particolare del fusto
Castagno Miraglia. Dentro il fusto

lunedì 22 luglio 2013

L'Olmo di Casa Mordini


Olmo Montano ed Oratorio della Madonna di Montenero. Casa Mordini, Pievepelago (MO)

Con i 470 anni di età che gli sono attribuiti, l’Olmo Montano (Ulmus glabra Huds.) di Casa Mordini è considerato l’Olmo più vecchio d’Italia, ed uno dei più vecchi in Europa. Non solo, poiché le sue dimensioni, 6,80 metri di circonferenza per 25 metri di altezza (anche se ho trovato discrepanze sui dati relativi), ne fanno probabilmente anche il più grande esemplare della specie nella nostra penisola.

Il nostro albero vive nel Comune di Pievepelago (provincia di Modena), a circa 200 metri dalla rotabile che sale verso il Lago Santo, appena oltrepassato il piccolo nucleo abitato di Tagliole, in una minuscola borgata che prende il nome di Casa Mordini. E’ uno dei 150 alberi italiani considerati di eccezionale valore storico o monumentale nel Censimento degli Alberi Monumentali C.F.S. del 1982.

L'Olmo di Casa Mordini visto da ovest
L’Olmo, sottoposto ad intervento fitosanitario nell’anno 2008, appare vigoroso ed in buone condizioni di salute. A sud dell’Albero, oramai attaccata al fusto, si erge una piccola Cappella, recentemente restaurata, risalente al 1719 e dedicata alla Madonna di Montenero. A circa un paio di metri da terra, il tronco principale si suddivide in alcuni fusti secondari.

La popolazione italiana del genere Olmo è stata nell’ultimo cinquantennio quasi annientata da una malattia conosciuta come Grafiosi dell’Olmo, diffusa anche nel resto d’Europa e nel Nord America, che risparmia solamente gli individui giovani. L’agente della malattia è un fungo Ascomicete, Ophiostoma ulmi, che si installa nei vasi che conducono la linfa alle foglie, impedendone il passaggio, e causando il disseccamento anche dell’intera chioma, oltre che dei rami e dell’intera pianta. In questo contesto, l’Olmo di Casa Mordini, non colpito dalla malattia, riveste un’importanza ancora maggiore.

Oratorio della Madonna di Montenero. Interno



 
Olmo di Casa Mordini. Vista est
P.S. 2020 - Il signor Roberto Mordini, proprietario del terreno ove sorge l'Olmo, e che si occupa con passione della tutela fitosanitaria dell'albero, mi ha scritto per specificare che l'età attribuita di 470 anni è una stima basata su formule dendrometriche (La dendrometria è la disciplina che studia la misurazione dei vari parametri degli alberi, quali altezza, età ecc,). L'albero è sicuramente presente dai tempi della prima casa edificata nel piccolo borgo, risalente, da una iscrizione sulla stessa, al 1666.

lunedì 29 aprile 2013

Il Faggio di San Giovanni Gualberto


Faggio di san Giovanni Gualberto  Vallombrosa, Firenze

Sembra che i santi abbiano una predisposizione particolare ad essere colti dai temporali nel mentre che vagano per boschi! Così come avverrà per San Francesco a Rivodutri (vedi post), anche San Giovanni Gualberto, i primi di marzo dell'anno 1036, venne sorpreso da una tempesta nel cuore dell'Appennino, in un luogo che allora si chiamava Acquabella. Il Santo era all'epoca un monaco benedettino in fuga da Firenze, sua città natale, a causa degli accesi contrasti con il vescovo, da lui accusato di simonia. La notte si avvicinava, e Giovanni decise di trascorrerla sotto un vecchio Faggio. Quando si svegliò la mattina dopo, rimase stupito nel constatare che lui ed i suoi vestiti erano perfettamente asciutti. Quel gentile Faggio non solo aveva allargato i rami, ma per meglio riparare il Santo li aveva rivestiti anzitempo di foglie. Giovanni interpretò questo miracolo come un segno divino affinchè si fermasse in quei posti. E lì rimase, fondando dopo poco  la Congregazione dei Vallombrosani, una comunità di monaci benedettini con una propria Regola, e costruendo il primo nucleo di quella che diverrà l'imponente Abbazia di Vallombrosa.

Abbazia di Vallombrosa 
 
La base del faggio Santo. Alle spalle la Cappella di San Giovanni Gualberto
Il Faggio Santo, altro nome con cui è conosciuto e segnalato l'albero, sorge a poche centinaia di metri dall'Abbazia di Vallombrosa, poco sopra la rotabile che va verso Secchieta; il comune è quello di Reggello, la provincia Firenze. La base del Faggio è circondata da un terrapieno sorretto da un muro in pietra; a poca distanza c'è una piccola Cappella dedicata a San Giovanni, il cui nucleo originario risale al XVI secolo
Non si tratta di un albero particolarmente imponente: è alto 20 metri ed ha una circonferenza di 3,3 metri, con una età stimabile intorno ai 150 anni. Questo non è ovviamente il Faggio originario, quello che accolse il Santo, ma è probabilmente un suo nipote o bis-nipote, rinato dalla sua stessa ceppaia. Del progenitore mantiene la caratteristica di mettere le foglie in anticipo rispetto ai suoi simili della foresta; in autunno è anche uno degli ultimi faggi a perderle.


I monaci vallombrosani, a partire dallo stesso Giovanni Gualberto, si sono dimostrati appassionati ed abili gestori della grande foresta che faceva parte delle proprietà dell'Abbazia, esperti in particolare nella coltivazione dell'abete bianco. Nel 1869 nasce, nei locali dell'Abbazia, la prima Scuola forestale italiana, che sarà poi trasferita a Firenze, e dal 1880 si comincia, come corredo didattico della Scuola, la realizzazione degli Arboreti Sperimentali, vera delizia per gli appassionati di alberi.
Nel 1951, San Giovanni Gualberto è stato proclamato Patrono dei Forestali italiani.

La lapide sul muretto a valle del Faggio Santo

martedì 5 marzo 2013

Madonna dell'Acero



L'immagine di apertura del post ritrae ciò che resta di un glorioso e vetusto Acero Montano (Acer pseudoplatanus), che vive in prossimità della chiesetta del Santuario di Madonna dell'Acero. Il Santuario è situato sull'appennino tosco-emiliano, nella provincia di Bologna, ad una altitudine di 1.200 mslm; la località si raggiunge attraverso la rotabile che porta al comprensorio sciistico del Corno alle Scale, e dista una decina di chilometri da Lizzano in Belvedere, capoluogo del Comune.
L'albero è inserito nella lista degli Alberi Monumentali d'Italia (vedi post) nella categoria degli esemplari ritenuti di eccezionale valore storico o monumentale. Al momento di quel Censimento (1982), aveva una circonferenza di 4,75 metri ed una altezza di 10 metri; l'età non è determinabile, ma si tratta sicuramente di un esemplare plurisecolare.



Un tempo questo Acero è stata una pianta spettacolare: superava di gran lunga in altezza l'adiacente campanile, la sua chioma aveva dimensioni enormi ed era di forma perfetta, come si può apprezzare dalla immagine anteriore, riproduzione di una cartolina del 1955 (scusandomi per la bassa qualità, l'Acero è nel riquadro in alto a destra). Negli anni '70, la pianta si è ammalata gravemente di carie fungina, una malattia che fa "marcire" il legno, compromettendo stabilità e vitalità della pianta. A più riprese sono stati effettuati interventi di potatura, anche drastica, con asportazione del fusto principale, e di branche primarie, seguita da trattamenti chimici e di isolamento del legno esterno con catrame ed altre sostanze. Nonostante ciò, il declino della pianta sembra inarrestabile. Attualmente restano la parte basale del tronco, con due vecchi rami, inseriti quasi perpendicolarmente verso sud, sostenuti da una struttura di pali di legno, e che portano alcuni giovani ricacci (meno di una decina), assurgenti verso l'alto. Il modo in cui i nuovi rami sono inseriti sui vecchi rami, fa dedurre che la maggior parte del cambio (tessuto responsabile della produzione di nuovo legno) della pianta sia morto.






La fama di quest'albero, ampiamente giustificata in relazione all'età, alle dimensioni ed alla forma, è comunque in parte "usurpata" ed è legata alla storia del Santuario. La tradizione popolare racconta (l'epoca dei fatti varia con la versione, si parla di un periodo che va dal XIV al XV secolo) che due pastorelli, un maschio ed una femmina, entrambi sordomuti, vennero sorpresi da una tempesta di neve, nonostante si fosse in piena estate. I due cercarono riparo sotto la chioma di un grosso acero; in concomitanza di un fulmine, apparve la Madonna, che li restituì parola ed udito, e disse loro di volere essere venerata in quel luogo. Nel 1535 viene tagliata la chioma dell'acero, lasciando solo la parte basale del tronco, ed intorno ad esso venne costruita una cappella, nucleo iniziale del Santuario, condannando il povero Acero a morte certa. Una piccola porzione dell'albero, che contiene una immagine della Madonna, è ancora visibile sopra l'altare. L'Acero del miracolo, tristemente sacrificato, è quindi questo, e non quello all'esterno della chiesetta. Alla Madonna dell'Acero sono attribuiti diversi miracoli, ed il santuario (chiuso d'inverno) è meta di pellegrinaggio. La sua festa cade il 5 di agosto: in quell'occasione, durante la processione , è tradizione fermarsi con la Madonna ai piedi dell'Acero (quello ancora vivo!) per la rituale benedizione.




domenica 24 febbraio 2013

Gli Alberi Monumentali d'Italia

Il Castagno Miraglia.  Camaldoli, Arezzo


Il primo di febbraio del 2013 è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge n. 10/2013 “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”. All’Articolo 7, la legge detta le “Disposizioni per la tutela e la salvaguardia degli alberi monumentali, dei filari e delle alberate di particolare pregio paesaggistico, naturalistico, monumentale, storico e culturale”. Nel primo comma viene specificato che per “albero monumentale” si intende:
a)   l’albero ad alto fusto isolato o facente parte di formazioni boschive naturali o artificiali ovunque ubicate ovvero l’albero secolare tipico, che possono essere considerati come rari esempi di maestosità e longevità, per età o dimensioni, o di particolare pregio naturalistico, per rarità botanica e peculiarità della specie, ovvero che recano un preciso riferimento ad eventi o memorie rilevanti dal punto di vista storico, culturale, documentario o delle tradizioni locali;
b)  i filari e le alberate di particolare pregio paesaggistico, monumentale, storico e culturale, ivi compresi quelli inseriti nei centri urbani,
c)   gli alberi ad alto fusto inseriti in particolari complessi architettonici di importanza storica e culturale, quali ad esempio ville, monasteri, chiese, orti botanici e residenze storiche private.
La legge dispone che i Comuni provvedano al censimento, da aggiornare periodicamente, degli alberi monumentali presenti nel loro territorio; alle Regioni è delegato il compito di raccogliere i dati del censimento dei Comuni di competenza, e di redigere elenchi regionali, da trasmettere quindi al Corpo Forestale dello Stato, incaricato della gestione dell’elenco degli alberi monumentali d’Italia. Di questo elenco nazionale, è prevista la pubblicazione su di un apposito sito internet. Al Corpo Forestale spetta anche il compito di fornire un parere, obbligatorio e vincolante, quando sia necessario provvedere all’abbattimento, od alla modifica della chioma o dell’apparato radicale di un albero monumentale, per casi motivati ed improcrastinabili: tali operazioni sono soggette a specifica autorizzazione comunale. Per l’abbattimento od il danneggiamento di un albero monumentale, fatti salvi i casi di cui sopra, è prevista una sanzione amministrativa che varia da 5.000 a 100.000 euro.
Dal 2004, in Italia la tutela degli alberi monumentali è materia di competenza delle Regioni, che hanno promulgato, anche se non tutte ancora, leggi regionali specifiche, o modificato ed integrato leggi preesistenti (Cliccando qui, si è rimandati alla pagina del sito del CFS, con i link alle normative delle varie Regioni. In calce alla stessa pagina, un link invia ad un interessante articolo di Chiara Lisa, che prende tra l’altro in rassegna le normative europee di tutela degli alberi monumentali, e l’evoluzione storica della normativa italiana). L’articolo di legge citato in apertura (che tra l’altro giaceva in Parlamento dal 2008, come disegno di legge autonomo) è molto importante perché definisce giuridicamente cosa è un albero monumentale, uniformando le definizioni, simili ma differenti tra loro, contenute nelle leggi regionali, e perchè rende omogenee le sanzioni su tutto il territorio nazionale.

L'Abetone. (Abies alba). Foresta dell'Abetone, Pistoia

Per quanto riguarda il censimento previsto nella L. 10/2013, esso, quanto mai benvenuto, non sarà comunque il primo eseguito in Italia Nel 1982, infatti, il Corpo Forestale dello Stato realizza il “Censimento degli Alberi Monumentali d’Italia”: grazie all’opera del proprio personale, ed alle segnalazioni di tanti privati cittadini, vengono localizzati, classificati, misurati, insomma “schedati” più di 22.000 alberi, distribuiti in tutto il territorio della penisola, definiti “Alberi di notevole interesse”. Di questi, a circa 1.250 è stato riconosciuto lo status di “Alberi di grande interesse” (la lista completa è scaricabile sempre dal sito CFS, dal link "Censimento" in fondo alla pagina che si apre cliccando qui) ed, infine, 159 veri e propri Patriarchi della Natura sono stati definiti come “Alberi di eccezionale valore storico o monumentale” (Ho estrapolato dalla lista generale i dati relativi a questa categoria, riportati nella seconda parte del post, suddivisi per Regione, cliccare continua, continua in basso). Tra questi ultimi, alcuni risaltano per dimensioni, come il Castagno dei Cento Cavalli a S.Alfio ed il Liriodendro di Parco Besana, considerato l’albero più alto d’Italia, o per età, come i Larici della Val d’Ultimo o l’Olivastro di San Baltolu, in Sardegna. Altri sono legati alla vita dei santi, come il Faggio di san Giovanni Gualberto a Vallombrosa, il Faggio di San Francesco a Rivodutri, il Cipresso di Campestri, ed altri ancora sono stati testimoni di eventi storici: è il caso del Pino Domestico di Caprera o del Pino Laricio di Sant’Eufemia d’Aspromonte dove Garibaldi, ferito alla coscia sinistra, se ne sedette beato a fumarsi il suo toscano.
Nel 1989 venne pubblicato dalle Edizioni Abete di Roma un bellissimo libro in due volumi di grande formato, “Gli Alberi Monumentali d’Italia”, con immagini di molti Patriarchi e brevi noti esplicative in doppia lingua, italiano ed inglese. Edizione fuori commercio, è reperibile, con una buona dose di fortuna, nelle librerie che trattano l’usato.
L’Associazione Patriarchi della Natura ha elaborato, e cura l’aggiornamento, di un proprio archivio degli alberi secolari, oltre ad avere pubblicato un libro con numerose fotografie, intitolato “Alberi Sacri”- Alberi Secolari in Italia (2010, edizioni La Pica. Urbisaglia, Macerata). Altri interessanti libri sugli Alberi Monumentali, sono quelli di Valido Capodarca, nelle edizioni Vallecchi di Firenze.
Infine, vorrei citare l’ottimo Blog Molise Alberi, con una sezione dedicata agli Alberi Monumentali, contenente immagini e materiale vario.

martedì 29 gennaio 2013

Il Cipresso di Campestri


Questo imponente Cipresso vive nei pressi della chiesetta di San Romolo a Campestri, su una collina nelle vicinanze di Vicchio del Mugello, in provincia di Firenze. Sarebbe stato piantato nel 1.449 da Sant'Antonino, allora vescovo di Firenze, durante una visita pastorale a San Romolo (il primo nucleo della chiesetta, oggi sconsacrata, risale al milletrecento).
All'inizio del '900 il Cipresso perdette la sua cima, stroncata da un fulmine. Nel 1944, per oscure ragioni militari, i soldati tedeschi posero una carica nella sommità della chioma, e la fecero esplodere, distruggendo la parte centrale del tronco. Fortunatamente, la pianta si è discretamente ripresa, riuscendo a costituire una nuova chioma a partire dai rami che sopravvissero. Queste vicende emergono dal portamento alquanto tozzo della pianta, assai più sviluppata in larghezza che in altezza. Nel 1982 aveva una circonferenza di 5,73 metri ed un'altezza di 15 metri.





giovedì 10 gennaio 2013

Il Cerro del Parco della Quercia


Questo stupendo esemplare di Cerro (Quercus cerris), vive nel centro di San Marcello Pistoiese, all'interno del Parco della Quercia. Si crede abbia tra i 500 ed i 600 anni; ha una circonferenza alla base di circa 6 metri, ed una altezza di 30 metri. E' l'unico dei 159 Alberi Monumentali d'Italia considerati di eccezionale valore storico o monumentale situato nella provincia di Pistoia.

giovedì 5 luglio 2012

Storie di Alberi: il Faggio di San Francesco



Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba
(Cantico delle Creature, San Francesco d'Assisi)

Nei dintorni della città di Rieti, il Santo Francesco di Assisi trascorse diversi periodi fondamentali della sua vicenda terrena, segnati da una intensa ricerca spirituale, e durante i quali accaddero alcuni degli eventi più importanti del suo cammino mistico, tanto che da allora la valle reatina è conosciuta anche con il nome di Valle Santa. Nella grotta del Sacro Speco, tra i boschi che sovrastano il paese di Poggio Bustone, dopo quaranta giorni di digiuno e meditazione, il Santo ricevette la visita di un angelo che gli rimise i suoi peccati e gli predisse la felice espansione del proprio Ordine. Sempre in una grotta, in prossimità del Santuario di Fontecolombo, redasse nel 1223 la Regola definitiva dell’Ordine dei Francescani. Nel Santuario di Santa Maria della Foresta probabilmente Francesco compose il mirabile Cantico delle Creature e nel Santuario di Greccio, la notte di Natale del 1223, mise in scena il primo Presepe della storia della cristianità. 



Tra gli innumerevoli luoghi, avvenimenti e cose legate alla vita reatina del Santo, la tradizione popolare iscrive anche questa straordinaria pianta di Faggio (Fagus sylvatica L.), per l’appunto conosciuta come Faggio di San Francesco, che vive in un bosco di suoi simili sulle pendici del Monte Fausola, a 1123 mslm, nel Comune di Rivodutri. La leggenda narra che Francesco, sorpreso da un forte temporale mentre si trovava tra quei monti, si riparò sotto al Faggio, il quale per miracolo allargò e piegò i suoi rami in modo da ripararlo. Ciò spiegherebbe la forma unica dell’albero, ed il suo portamento completamente estraneo a quello caratteristico della specie, mai visto nel mio trentennale vagar per faggete. Esso sorge lungo un sentiero, su di un terreno in forte pendenza, ed è formato da quattro grandi polloni (fusti che si originano dalla stessa ceppaia), di forma contorta e tormentata, coperti da chiazze di muschio smeraldino e da efflorescenze biancastre di licheni. Due di essi si trovano a monte: il primo è l'unico dei quattro che si sviluppa in altezza, peraltro non raggiungendo i nove metri, mentre il secondo ha il tratto iniziale del fusto fortemente inclinato, per poi allungarsi quasi parallelo al sentiero; gli altri due, vero paradosso gravitazionale, si espandono verso valle per quasi dieci metri in senso orizzontale. Ma non è questa la sola particolarità. I fusti sono formati da più rami cresciuti insieme, nei tratti iniziali saldati tra loro ed avvolti a spirale, per poi divergere decisamente, a creare con le loro strane forme suggestivi disegni. Questo modo di crescere è ben manifesto nei giovani rami che pure si allargano in un fitto intersecarsi e. densamente coperti di foglie, formano come delle mensole aeree. Tra i due polloni superiori, che costeggiano il sentiero, è ben visibile la cicatrice lasciata dalla caduta di un quinto pollone, che sembra avesse le maggiori dimensioni del gruppo. La pianta è in ottime condizioni di salute. E’ uno dei 150 alberi monumentali d’Italia, categoria che comprende esemplari di eccezionale valore storico, paesaggistico o culturale.





Per quanto riguarda l’età, in zona sono tutti convinti che risalga veramente all’epoca di Francesco, avendo quindi più di 800 anni. Personalmente non ho trovato alcuna ricerca accurata sull’argomento, né storica, né dendrologica, e neppure ho notizia dell’esistenza di faggi che si avvicinino seppur lontanamente a questa età. Neanche le dimensioni sembrerebbero giustificare l’attribuzione: nonostante ciò, ritengo che tutto sia possibile, soprattutto quando di mezzo c’è San Francesco! L'ipotesi più plausibile è che il faggio attuale sia un discendente dell’albero che ospitò San Francesco sotto le sue fronde. Notazione curiosa: a pochi metri da questo, c’è un giovane alberello esattamente identico, suo figlio, evidentemente.


Si racconta anche un’altra storia, che vide il Faggio spettatore di un episodio della vita di Francesco. Un giorno il Santo fece ferrare l’asino, che usava per spostarsi, da un maniscalco locale, ripagandolo con mille ringraziamenti. Quando l’uomo si rese conto di non essere stato pagato, e gli ci volle un po’ di tempo, da tanto era rimasto sorpreso dai modi del Fraticello,  lo rincorse e lo raggiunse nei pressi del Faggio, chiedendo o di essere pagato, o la restituzione dei ferri. Francesco chiese allora all’asino di restituirli, e miracolosamente l’animale obbedì.


Il Faggio è un luogo di pellegrinaggio per i devoti cattolici. Dai suoi rami pendono piccoli crocefissi, rosari, fili intrecciati e quant’altro, lasciati in segno di devozione, amore e rispetto. Alla base dei suoi fusti, ed anche altrove, numerose croci, fatte semplicemente legando perpendicolarmente due legnetti, si rivelano lentamente ad una attenta osservazione, rendendo ancora più magica l’atmosfera del luogo.



Il Faggio di San Francesco dista una ventina di chilometri da Rieti, ed è raggiungibile in automobile (vedi cartina stradale sottostante), andando da Rieti a Rivodutri, oltrepassando la frazione di Cepparo, e percorrendo a piedi un breve e comodo sentiero, che si diparte di fronte ad una piccola Cappella, a pochi km da Cepparo. Vi si può giungere anche a piedi dal Santuario di Greccio, o da Poggio Bustone, nell’ambito del Cammino di Francesco (vedi sito dedicato, anche per maggiori informazioni su San Francesco nella Valle Santa)


 

venerdì 16 settembre 2011

Storie di Alberi: i Larici della Val d'Ultimo

Die Urlaerchen. Il "grosso"
In prossimità del paese di Santa Gertrude, nella verdissima e stupenda Val d'Ultimo (rispettivamente St. Gertraud e Ultental in lingua tedesca, non dimentichiamo che ci troviamo in Alto Adige!), vivono tre larici (Larix decidua Miller), considerati tra gli alberi più antichi d'Italia. I tre fratelli si ergono poco lontano dal fondovalle, ad una altitudine di 1.430 mslm, risparmiati dal taglio nei secoli passati in quanto difendono il maso sottostante dal pericolo delle valanghe. Oggi sono ovviamente protetti, e quello dal fusto più grosso è uno dei 150 alberi monumentali d'Italia.
Chiamati dalle genti locali Urlaerchen, ovvero "larici dei tempi che furono", questi alberi dalle forme particolari e dalle impressionanti dimensioni, avrebbero quasi 2.100 anni, e sarebbero quindi contemporanei di Giulio Cesare. L'età attribuita deriverebbe dal conteggio degli anelli del fusto di un quarto fratello, abbattuto dal vento nel 1930. Di questo albero non restano oramai più tracce, così come non esiste alcun documento scritto che attesti quanto dichiarato. Effettivamente, appare alquanto improbabile che i tre larici abbiano veramente più di 2.000 anni (sull'argomento età degli alberi si è già disquisito nel post Storie di Alberi: gli Alberi più vecchi, i più alti, i più grandi, date un'occhiata). Ma nell'impossibilità di determinare esattamente la loro età, è giusto prestare fede alla tradizione popolare, e dare libero sfogo alla fantasia. I tre sono comunque incredibilmente vecchi, e rappresentano una notevole eccezione per la specie, che raramente presenta individui di più di 400 anni di età.

Die Urlaerchen. Il "cavo", e sullo sfondo il "grosso"

Gli Urlaerchen mostrano abbondantemente i segni del tempo e delle tempeste attraversate. Quello dei tre con il fusto più grosso ha una circonferenza di 8,34 metri ed un'altezza di 34,5 m, ed è anche il più vigoroso del gruppo, nonostante abbia recentemente perso la cima. Il secondo larice è il più alto della famiglia, misurando 36,5 m, con una rispettabile circonferenza di 7 metri, e presenta la parte terminale della chioma secca, a causa di un fulmine: un sistema di cavi di acciaio ancorati a terra ne garantisce la stabilità. Il terzo ha la base quasi completamente cava, e vi si può entrare comodamente in piedi e vedere il cielo in alto. Da tempo l'albero si è spezzato a circa sei metri da terra; un ramo ne ha sostituito la cima, e continua a crescere verso la luce.

Die Urlaerchen. L' "alto"

Cartina stradale della Val d'Ultimo

mercoledì 15 giugno 2011

Storie di Alberi: il Castagno dei Cento Cavalli

E verso il termine di questo incanto di viaggio si sbocca in faccia al mare, donde si vede ancora disegnarsi lassù, sopra il candore delle nevi etnee, quanto resta dello smisurato Castagno dei Cento Cavalli, e dall’altra parte la bellezza sovrana di Taormina, quasi sospesa nell’azzurro…(Edmondo de Amicis).

Sant'Alfio (CT)  Castagno dei Cento Cavalli


Così l’autore di Cuore ricorda questo meraviglioso patriarca della Natura che vive ancora, in discreto stato di salute nonostante la veneranda età, in Sicilia, sulle pendici orientali dell’Etna, poco distante dal paesino di Sant’Alfio (Catania), nel Bosco di Carpinetto, ad una altitudine di circa 550 mslm.

Il Castagno in questione è considerato l’albero con maggiore circonferenza del tronco di tutta Italia, uno degli alberi più vecchi d’Europa, ed il castagno più antico della terra. Di sicuro è la pianta italiana più conosciuta a livello internazionale (insieme, forse, ai Larici della Val d’Ultimo), anche grazie ai racconti, dipinti e stampe prodotte dai numerosi viaggiatori ed artisti stranieri che ebbero modo di visitarlo, in particolare durante il XVIII° ed il XIX° secolo.
Narra una leggenda popolare che un violento temporale sorprese una Regina del Regno di Napoli, e la sua scorta di oltre cento cavalieri, durante un viaggio sull’Etna; tutta la comitiva trovò riparo e trascorse la notte sotto la chioma dell’albero, che da allora venne conosciuto come Castagno dei Cento Cavalli. La Regina è stata negli anni identificata con diversi personaggi storici: Isabella d’Inghilterra, Giovanna I d’Angiò, Giovanna II d’Angiò, Giovanna d’Aragona, tutte consorti di Re di Napoli, vissute a partire dal 1200 fino al 1450. In realtà non esiste alcun documento che certifichi l’evento. Il nome dato all’albero è comunque una interessante testimonianaza dell’antica usanza di definire la grandezza di una pianta dal numero di animali che poteva ospitare sotto la propria chioma, e di attribuirle talora un nome che ne ricordasse tale capacità.



Le prime notizie storiche relative alla pianta risalgono al 1500, laddove si trova citata in alcune opere locali, descritta come un maestoso castagno per l’età, capace di ospitare trenta cavalli (don Pietro Carrera), o come un albero che in meraviglia avanza le piante lodate da Plinio, ed il suo gran tronco cavato dalla Natura dona albergo a pecore, a capre, a pastori, a lavoratori del monte. E talora si è veduta mandria di trecento pecore sotto di esso. (Antonio Filoteo).
Le prime misurazioni abbastanza attendibili delle sue dimensioni risalgono al 1770, ad opera di Patrick Brydone, che misurò una circonferenza di 62 metri ed un diametro di 20 metri; dieci anni dopo il Conte di Borch misurò invece una circonferenza di 57 metri. Ora, sebbene la tradizione voglia che il Castagno fosse un tempo un unico albero, in effetti le sue prime descrizioni parlano di 5 distinti alberi che diversi studiosi dell’epoca, e successivi, fanno derivare da un unico apparato radicale. Tecnicamente si può parlare di polloni (indivui generati agamicamente da una gemma dormiente della ceppaia), derivanti dalla stessa ceppaia. Le misure sopra riportate si riferiscono quindi all’intera area occupata dai cinque polloni.

Jean Pierre Houël   1777 circa

Nel 1700 all’interno dell’albero trovava posto una casa in cui abitava una famiglia, come testimoniato dal dipinto di Jean Pierre Houël, ed un metato per seccare le castagne, che pare fossero molto pregiate, e la cui produzione è lecito pensare che fosse ragguardevole.
Nel 1745 il Tribunale dell’Ordine del Real Patrimonio di Sicilia pone sotto tutela il Castagno dei Cento Cavalli, emanando un provvedimento che rappresenta probabilmente il primo atto di tutela ambientale in Sicilia. Nel 1965 il terreno su cui sorge viene infine espropriato ed il Castagno è dichiarato monumento nazionale.

Attualmente, il Castagno dei Cento Cavalli è costituito da tre polloni, gli altri due essendo stati distrutti dal fuoco, uno nel 1923, e l’altro recentemente, ad opera di turisti incauti, cosa che ha imposto la recinzione completa dell'albero. I tre polloni hanno una circonferenza rispettiva di 13, 20 e 21 metri, che ne fanno veramente dei campioni del mondo vegetale. L’altezza massima è di 22 metri, la circonferenza dell’area occupata dalle tre piante è di 55 metri. In quanto all’età, gli si attribuiscono allegramente dai duemila ai quattromila anni: nell’impossibilità di una determinazione certa, questi valori ne vanno comunque ad accrescere il fascino. 

Arrusbigghiasonnu   Castagno di Sant'Agata, o della Nave
 
A poche centinaia di metri dal precedente, vive un altro imponente castagno millenario, conosciuto come Castagno della Nave, ma anche come Castagno di Sant’Agata, o con il curioso nome di Arrusbigghiasonnu (risveglia sonno). Il suo tronco ha una circonferenza di circa 20 metri ed un altezza di 19; è considerato il secondo castagno italiano per grandezza ed età, ed uno dei più grandi d’Europa.